La morte dell’autore del post contro la bambina della presidente del Consiglio fa emergere i tratti feroci e iniqui della dinamica psicologica che presiede ai meccanismi pubblici del biasimo e del perdono
Al cuore della Commedia umana di Honoré de Balzac sta un assunto tanto manifesto quanto crudele: la fama e il successo garantiscono una sorta di salvacondotto morale cui nessuno che viva nell’anonimato potrà mai aspirare. La morte di Stefano Addeo mette plasticamente in scena questo assunto sotto forma di un dramma privato, il cui epilogo rivela la crudele volubilità del giudizio umano. Dopo il dissennato post rivolto alla figlia di Giorgia Meloni, Addeo è stato oggetto di una feroce gogna pubblica che ha probabilmente contribuito ad aggravare il suo disegno suicidario. L’esito tragico della vicenda fa emergere i tratti feroci e iniqui della dinamica psicologica che presiede ai meccanismi pubblici del biasimo e del perdono.
Se così è, sarebbe un errore archiviare la vicenda Addeo come un semplice fatto di cronaca legato all’uso poco accorto dei social. Essa disvela infatti quella sperequata aritmetica del successo che sembra vincolare il nostro giudizio morale al criterio della notorietà: da un lato, giustifichiamo con indulgenza le più oscene intemperanze dei leader politici o le più discutibili condotte dei personaggi dello spettacolo; dall’altro, si ridesta tutto il nostro senso del pudore, ispirato ai più rigorosi canoni del decoro civile e della dignità morale, quando quegli stessi comportamenti vengono messi in atto da un semplice cittadino privato.
Contro Addeo ha dunque operato una logica della condanna che garantisce la possibilità di riscatto in misura inversamente proporzionale alla fragilità del reo. Il professore napoletano è quella vittima sacrificale che, secondo René Girard, viene scelta non già per la gravità degli atti, ma per la propria vulnerabilità.
Privo di accesso al circuito del prestigio, egli era altresì privo di quel sostegno che assicura invece a chi gode di notorietà la protezione ringhiosa della propria “fazione”, spesso contro ogni ragione e contro ogni evidenza. E, come ogni vulnerabile esposto al pubblico giudizio, Addeo ha incarnato un dispositivo espiatorio che svela un indicibile segreto su di noi.
Infatti, dietro questa capricciosa aritmetica del successo si nasconde una forma di condanna di noi stessi: della nostra condizione di individui ordinari, indegni di quel salvacondotto morale che deriva dalla fama e dal successo, e perciò inclini a guardare con una miscela di invidia e ammirazione ciò che desideriamo senza neppure potercelo confessare. La colpa di Addeo è stata quella di denunciare in modo vistoso e irrimediabile di essere “uno come noi” – colpa imperdonabile perché rivela la nostra stessa appartenenza alla schiatta dei condannabili che non godono di appello.
Questa dinamica morale sta alla radice dell’inclemente rigore che esercitiamo sui più deboli, coloro nei cui confronti si è tanto più severi quanto più sono privi di sostegni e di difese. È la stessa dinamica che, per converso, rende figure come Berlusconi e Trump chiavi di lettura del presente: essi incarnano l’inconfessabile desiderio di ottenere quella posizione di privilegio, che non soltanto attenua il peso della condanna pubblica, ma spesso trasforma in motivo di elogio e di vanagloria quei comportamenti che sarebbero censurati se posti in essere da individui “comuni”.
Come aspiranti Eugène de Rastignac, osserviamo da lontano la demonica Parigi in cui si distribuiscono quella gloria e quel disonore che ad alcuni garantiscono indulgenza e ad altri impediscono la riabilitazione, mentre segretamente coltiviamo la speranza di trovarci un giorno tra i beneficiari di questo perverso meccanismo.
E se tutto ciò non modifica il giudizio di chi scrive sulla turpitudine del post da cui la vicenda Addeo ha tratto origine, forse quest’ultima affonda le proprie radici in questa origine ancora più remota: la nostra tendenza a rafforzare lo stigma nei riguardi di chi, come noi, non può emendarsi dai propri errori se non attraverso un pubblico sacrificio – a conferma di quella sempiterna legge di iniquità sociale per cui, agli occhi del pubblico, nulla ha successo quanto il successo.
© Riproduzione riservata

