Propaganda, odio e disinformazione: al Premio Morrione il giornalismo riparte dal linguaggio per riflettere sul ruolo dei media oggi
Raccontare un mondo fatto di disuguaglianze sociali, guerre, catastrofi climatiche è sempre più complicato, in un sistema, quello dell’informazione, sempre più in crisi: per screditamento, mancanza di fondi, accesso limitato alla professione.
È ancora più difficile far emergere narrazioni che si attengono ai fatti, se il flusso di notizie è costellato da fake news, propaganda estremista, informazioni non verificabili o create addirittura con l’intelligenza artificiale. Non solo pagine Instagram e pseudo influencer, soprattutto capi di Stato e di governo svuotano quotidianamente le parole del loro significato, identificando ogni giorno un nuovo nemico da attaccare e criminalizzare.
Violenza istituzionale
Solo qualche settimana fa la Casa Bianca ha vietato l’ingresso ai media statunitensi non allineati all’amministrazione – salvo poi essere reintegrati da un giudice – e dato vita alla Trump Tv, un canale attivo h24 per raccontare i “successi” del tycoon. Una risposta MAGA alle inchieste della Cnn, di Msnbc e Politico.
In Israele il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato di voler approvare una legge per sanzionare e revocare la cittadinanza a chi diffama i membri dell’esercito. Una punizione collettiva a chi racconta e denuncia i crimini commessi dall’Idf, come ha fatto Naza. Il documentario co-prodotto dal quotidiano britannico il Guardian ha messo in mostra la banalità del male, la disumanizzazione delle e dei gazawi. Disumanizzazione e violenza sono infatti strumento del discorso pubblico dei leader politici, con cui si giustificano leggi discriminatorie, razziste, feroci. Solo fino a qualche giorno fa il segretario di Stato Pete Hegseth immaginava la fucilazione in diretta streaming di Nidal Hasan, condannato a morte per la strage di Fort Hood.
Di questa violenza il linguaggio è il veicolo principale, e l’Europa non ne è immune. Le estreme destre si fanno largo in vista delle prossime elezioni legittimando parole come “remigrazione”, entrate con facilità nell’immaginario collettivo, diventate lessico familiare e accettabile. Non importa che alcune di queste politiche siano incostituzionali o irrealizzabili.
È una vera e propria operazione linguistica e culturale. In Italia i nemici comuni sono i minori che dissentono, soprattutto quelli con background migratorio, chiamati con accezione negativa “generazione maranza”. Concetti che rinchiudono fenomeni complessi in categorie ghettizzanti.
La sottovalutazione del potere delle parole è enorme, così come lo scollamento tra la narrazione e la realtà. Nominare è il primo passo per riconoscere. Le persone poco visibili nella narrazione mediatica scompaiono. Ma la rappresentazione ha anche il potere di deformare la realtà e rendere tollerabili insulti, aggressioni, violenza.
Le giornate del premio
Come scegliere le parole giuste quando si fa informazione? Come creare una narrazione sana di fronte a discorsi fuorvianti e violenti? Come cambiare un vocabolario sempre più povero? Come prendersi cura del linguaggio in un periodo storico in cui anche le narrazioni ufficiali lo umiliano? Come orientarsi in un flusso ininterrotto e diversificato di notizie a cui abbiamo accesso che disorienta?
Proprio a queste domande proveranno a rispondere le “giornate del Premio Roberto Morrione per il giornalismo investigativo”, che si tengono a Torino il 29, 30 e 31 ottobre. “Povere parole” è il filo conduttore di questa 15esima edizione, un invito a riflettere sull’importanza del linguaggio e sui rischi della professione giornalistica al giorno d’oggi.
Nella tre giorni di incontri, dibattiti e laboratori dedicati al giornalismo d’inchiesta, interverranno oltre 60 speaker tra giornalisti, esperti, accademici, artisti. Saranno presentate anche le cinque inchieste realizzate da 13 giornalisti e giornaliste under 30. Un’occasione per rimettere al centro il giornalismo sul campo, che cerca di leggere e spiegare la complessità.
In un contesto mediatico in cui si rincorre la necessità di semplificare e mettere ordine senza leggere, appunto, la complessità, c’è bisogno di avere il coraggio di ridare il giusto significato alle parole. Di prendere consapevolezza del loro uso.
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