La risoluzione dell’Onu non ha valore giuridicamente vincolante, ma definisce la tratta «il più grave crimine contro l’umanità» e invita gli stati membri ad avviare percorsi di riparazione. È quindi un segnale politico importante che riporta i paesi africani al centro della storia
Il 25 marzo 2026, con 123 voti favorevoli, tre contrari e 52 astensioni, l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha approvato ieri una risoluzione che definisce la tratta degli schiavi «il più grave crimine contro l’umanità» e, per la prima volta nella storia, invita gli Stati membri ad avviare percorsi di riparazione come «passo concreto per rimediare alle ingiustizie storiche».
Da un lato non si può che essere soddisfatti del riconoscimento storico del più grande atto criminale avvenuto nella storia, dall’altro, però viene da dire: «Era ora!». Era ora che si riconoscesse l’entità e la violenza di una pratica durata tre secoli e troppo spesso occultata nei testi di storia. Mi spiace per Totò, ma la morte non è una livella, non ci rende tutti uguali: c’è una Giornata della Memoria, che, giustamente, ricorda le vittime della Shoah, ma non è mai stata istituita una giornata per ricordare quelle della tratta degli schiavi.
I contrari
Vale la pena anche riflettere sui tre voti contrari di Stati Uniti, Argentina e Israele: i primi rappresentano tra i maggiori beneficiari della riduzione in schiavitù di giovani donne e uomini africani deportati e poi sfruttati “legalmente”, visto che fino agli anni Sessanta sussistevano leggi apertamente discriminatorie. Il voto riflette, peraltro, in pieno la svolta trumpiana, segnata da un forte suprematismo bianco (non c’è un afroamericano nel suo staff), che, peraltro cancella di colpo il dibattito sulle discriminazioni razziali e sull’eredità della schiavitù, avviatosi dopo l’uccisione, sei anni fa, di George Floyd.
Il secondo voto contrario è quello argentino, segnato di certo da un appiattimento sugli Usa e sulla visione di ultradestra da parte del governo Milei. Infine, Israele, che da un lato esprime anch’esso il consolidamento di una politica discriminatoria e razzista e che, forse, nel riconoscimento del «più grave crimine contro l’umanità» uno sminuirsi dell’esclusiva legata alla Shoah.
Tra i 52 astenuti figurano la Gran Bretagna e l’Unione europea, inclusa l’Italia. Un’astensione ambigua e ipocrita: sono stati gli europei, in particolare inglesi, francesi, portoghesi e spagnoli i più importanti attori del commercio di schiavi. Questo paesi hanno riconosciuto il dramma di quelle pratiche, ma non si son presi alcun impegno riguardo a eventuali risarcimenti a cui il documento Onu fa riferimento.
I promotori
Tra i maggiori protagonisti dell’iniziativa spicca il presidente del Ghana, John Dramani Mahama. Un dato importante che deve fare riflettere: il Ghana, come gli altri paesi del Golfo di Guinea (al tempo chiamato Costa degli schiavi) è stato uno dei molti punti di partenza delle navi negriere verso le Americhe, ma non solo. Gli Ashanti, che avevano costruito un importante regno nell’attuale Ghana, furono tra i maggiori razziatori di schiavi e come loro altri regno costieri come il Dahomey o il regno di Allada nell’attuale Benin.
Il documento delle Nazioni unite dovrebbe allora costituire una base di riflessione sull’intero sistema schiavistico, che ha visto un ruolo fondamentale di Europa e America nelle vesti di mercanti di esseri umani, ma anche molti africani che hanno svolto il lavoro sporco per conto loro. Anche in questi paesi occorre che venga avviato un percorso di riconciliazione delle memorie, spesso sottaciuto per non creare nuove rivalità.
La risoluzione dell’Onu non ha valore giuridicamente vincolante, rappresenta comunque un segnale politico importante, che riporta l’Africa al centro della storia, anche se in modo drammatico, sempre meglio che averla relegata in uno scantinato, per non riconoscere le nostre colpe nei suoi confronti.
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