«Riesco a chiederle di chiamarmi ministra?» proponeva Valeria Fedeli a chi le si rivolgeva come “ministro” durante il periodo in cui era a guida del ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca (2016-2018), concretizzando in sei parole la sua convinzione che sia necessario declinare al femminile anche i termini che indicano ruoli istituzionali.

Ribadiva che il mondo politico doveva sostenere quest’uso, non solo perché si era già impegnato a farlo fin dagli anni Ottanta con la pubblicazione, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, di un lavoro sugli usi sessisti della lingua italiana (mai sentito il nome di Alma Sabatini?), ma anche perché aveva aderito compatto al progetto di trasformazione sociale, politica e culturale per la parità fra uomo e donna contenuto nella Convenzione di Istanbul, di cui l’uso di un linguaggio non discriminante era un cardine possente.

«Noi non ci fermiamo finché non abbiamo la parità di genere» sosteneva. E infatti anche su questo tema è sempre andata avanti a grandi passi, insistendo sulla necessità, in una società che si dice democratica, della rappresentanza politica delle donne, e quindi delle parole per esplicitarne la presenza e per incoraggiare le donne a farlo. Perché se non nominare le donne significa negarne l’esistenza, non nominarsi al femminile, se si è donne, risulta in una autosvalutazione.

Rappresentazione

Valeria Fedeli credeva in un uso della lingua che desse piena rappresentazione alle donne e ai loro nuovi ruoli perché lo considerava uno strumento dell’empowerment femminile, necessario per educare bambine e bambini al contrasto alle discriminazioni fin dai primi anni scolastici. Perché cancellare nell’uso della lingua la differenza tra donne e uomini attraverso un adeguamento al modello maschile rappresenta una violenza simbolica.

Proprio per offrire a tutta la comunità scolastica un percorso di sensibilizzazione attiva e trasversale attraverso un uso consapevole del linguaggio per la diffusione della cultura del rispetto, la ministra Fedeli aveva varato nel 2017 il Piano Nazionale per l’Educazione al Rispetto, articolato nelle Linee di orientamento per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo e nelle Linee guida nazionali Educare al rispetto: per la parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le forme di discriminazione per l’attuazione del comma 16 dell’art.1 della L.107 del 2015, la cosiddetta legge Buona Scuola, quello che aveva provocato la sollevazione contro la fantomatica teoria gender.

Ed era riuscita anche, alla vigilia della sua decadenza, a lanciare le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo del Miur (2018) come strumento concreto per rafforzare l’uguaglianza di genere e favorire il rispetto delle differenze nell’ambito del sistema istruzione.

Le resistenze di oggi

E ora? Le resistenze del discorso pubblico e di molti media nei confronti dell'uso dei nomi femminili sono ancora fortissime, perfino nel linguaggio dell’amministrazione dello Stato.

L’idea che definirsi ministra segnali la presenza di una donna ai più alti livelli della vita pubblica e che ciò sia proattivo alla costruzione di una nuova cultura segnata dalla parità con l’uomo non sfiora nemmeno le donne oggi alla guida dei nostri ministeri, che pasticciando tra desinenza, genere, ruolo, sesso, proclamano che la funzione istituzionale è neutra, che il maschile suona meglio, che si tratta di forme brutte. Il tutto condito da una abbondante dose di benaltrismo e di noncuranza della grammatica.

E non finisce qui. Orde di persone, improvvisamente esperte di lingua italiana, adottano soluzioni radicali: no al genere grammaticale, sì a asterischi e schwa, in nome di un sedicente linguaggio inclusivo ma che produce testi incomprensibili. Ma non preoccupiamoci troppo: sulle ragioni anche politiche che motivano la rappresentazione delle donne nella lingua lei ha lasciato parole chiare e precise. Sta a noi trasformarle in strumenti di parità.

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