Questa classe dirigente europea non si limita ad assecondare il tycoon. Sta costruendo una vera e propria dipendenza strutturale nei confronti di Donaldlandia. Ecco perché, e come, la presidente Ue sta sabotando l’Unione
Sotto la bandiera del «momento di indipendenza dell’Europa» Ursula von der Leyen sta in realtà rafforzando una dipendenza strutturale dell’Ue dagli Usa, su più fronti: energetico, militare, tecnologico, geopolitico e politico.
Vige ormai la neolingua: i cosiddetti «sovranisti» europei sono in realtà fedeli esportatori di trumpismo made in Usa e la presidente della Commissione Ue – la stessa che viene a raccontarci di un «momento di indipendenza dell’Europa» – si comporta nei fatti da vice americana. Nessuno più di Ursula von der Leyen ci sta trascinando verso una dipendenza strutturale da Donaldlandia.
L’energia, le armi, la nostra bussola internazionale e persino il nostro modo di definire le nostre stesse regole vengono ormai orientati sulla base della quantità di concessioni da fare al despota d’America. Ma come è potuto accadere che von der Leyen, così ruggente quando si tratta di fare scudo a Vladimir Putin, diventi invece così condiscendente quando si tratta di cedere di fatto pezzi della nostra sovranità al nuovo autocrate statunitense e alla sua cerchia di ricchissimi broligarchi?
La «presidente americana»
Già ai tempi di Biden presidente, la testata di riferimento dei funzionari brussellesi, Politico, aveva chiamato provocatoriamente von der Leyen «la presidente americana». Le occasioni non erano mancate, come quando – nella sua trasferta alla Casa Bianca dal presidente dem – lei non esitò ad annunciare il divorzio totale dalla Cina, per poi tornare a casa e ritrovarsi i capi di stato e di governo infuriati per la mossa da solista. Anche all’epoca la presidente se la cavò coi virtuosismi semantici, e il decoupling fu rideclinato in un più sfumato derisking. Sempre per le rimostranze dei leader, che devono gestire elettorato e opinione pubblica, von der Leyen ha sfumato il suo «riarmo» in «prontezza» (da ReArm a Preparedness, che sempre più soldi all’industria militare significa).
Sia chiaro: così come von der Leyen in sé, anche la sua famiglia politica di provenienza – i Popolari europei – e l’attuale cancelliere tedesco Friedrich Merz, uomo di BlackRock e presidente per dieci anni dell’Atlantik-Brücke (il «ponte transatlantico»), sono vicini all’altra sponda dell’oceano. Già nel suo primo mandato, la presidente ha attirato critiche (e indagini) per la sua postura disinvolta verso le corporation. E no, la richiesta di dare più soldi pubblici ai colossi (della difesa in particolare) e di abbattere regole e diritti non sono spinte esclusivamente trumpiane: la destra europea ci prova da tempo, Donald Trump ha fatto da acceleratore (e da alibi). Queste sono le dovute premesse.
Il punto è che nel giro di appena mezzo anno Ursula von der Leyen, che a sua volta si muove al traino delle capitali e di Berlino in particolare, sta sabotando sempre di più sia gli interessi di noi europei che l’europeismo. Non si limita a reagire poco, male o per nulla agli abusi di Trump; non si limita a esser prodiga di concessioni; sta attivamente cambiando la fisionomia dell’Unione europea per adattarla il più possibile alla sagoma americana.
Creare dipendenza
Sotto la bandiera del «momento di indipendenza dell’Europa» viene in realtà rinsaldata una dipendenza strutturale dagli Usa. Qualche esempio.
Mentre Trump continuava a «fare affari» con Putin, la presidente della Commissione europea ha utilizzato il piano di emancipazione dall’energia russa come leva sia per monitorare gli acquisiti energetici nazionali che per promuovere gli acquisti dagli Usa. Nell’incontro di Scozia sui dazi, l’amministrazione Usa ha esibito come scalpo promesse europee di acquisti energetici (peraltro anche fossili, alla faccia degli obiettivi climatici); i commentatori hanno notato che Bruxelles non ha il potere per imporre questi acquisti. Von der Leyen ha però trovato il modo per suggerirli caldamente: meno Russia, quindi più Usa. Peccato che non ci sia (o meglio, non dovrebbe esserci) nulla di automatico in tutto ciò, specialmente quando Trump esibisce su un palcoscenico mondiale le sue derive autocratiche oltre che la sua disponibilità a scendere a patti col Cremlino.
C’è di più: il nuovo dittatore, che reclama come suo il petrolio venezuelano, sta già da mesi utilizzando la nostra nuova dipendenza per interferire nelle nostre scelte politiche, economiche e persino regolatorie. Lo si è visto quando – in una lettera a doppia firma – i ministri dell’Energia statunitense e qatariota hanno scritto che la Corporate Sustainability Due Diligence Directive dell’Ue (la direttiva europea per la sostenibilità socioambientale d’impresa) rappresenta «una minaccia esistenziale» non solo all’economia dell’Ue ma alla sua sicurezza energetica «in un momento in cui i nostri paesi stanno provvedendo ad aumentare le forniture di gnl all’Ue». Per semplificare: cancellate quelle regole o vi stacchiamo l’energia.
In realtà di quella lettera non ci sarebbe neppure stato bisogno: già Friedrich Merz aveva dichiarato – nel giorno della festa dell’Europa e con von der Leyen a fianco – che quella direttiva va cancellata; sulla stessa scia Meloni, Macron, Tusk, e le destre europarlamentari coalizzatesi per dare un colpo di spugna alle tutele socioambientali.
E poi, gli acquisti di armi: «gli europei la pagheranno cara», scriveva nel suo sms a Trump il segretario generale Nato in occasione del vertice dell’Aia (e delle spese militari al 5 per cento). Gli europei non si sono soltanto prestati a comprare armi Usa, a pagare quelle statunitensi per Kiev (con un meccanismo creato ad hoc questa estate, Purl) o a dare appalti Nato alla creatura di Peter Thiel, Palantir. Ursula von der Leyen ha anche trovato il modo per «garantire la consegna» di quanto promesso in sede Nato (l’espressione è del suo commissario alla Difesa). Come disse Kubilius, la “roadmap per la difesa” è «un mega piano di consegna».
Una classe dirigente sabotatrice
Viene in mente l’ex commissario Thierry Breton, non certo un radicale sovversivo ma un ex manager portato a Bruxelles dal presidente francese e distintosi però per qualche accenno critico sia verso von der Leyen che verso i broligarchi ed Elon Musk. Breton si preparava al secondo mandato finché von der Leyen e Macron – allineandosi prontamente al trumpismo – lo hanno rimpiazzato con un nome meno «critico». Quando l’amministrazione Trump ha osato sanzionarlo, non si può dire che la presidente si sia stracciata le vesti: si è anzi creata su misura una Commissione il più possibile dipendente e fedele alle sue volontà.
Altro che «momento di indipendenza».
Con questa Commissione, con questi capi di stato e di governo e con un Europarlamento che vira a destra, non c’è neppure bisogno che sia Trump a pretendere l’abbattimento delle nostre regole e diritti: lo fa già la nostra classe dirigente, in un grande autosabotaggio di quel che abbiamo di più prezioso, ovvero le nostre regole, i diritti, la democrazia, la tanto citata European way of life ormai ridotta anch’essa a neolingua.
A Bruxelles ormai criticare Trump è tabù, sul Venezuela e non solo. Nella trattativa sui dazi la Commissione si è volutamente disarmata di ogni contromisura e leva negoziale. Sin dall’inizio, questa classe dirigente non ha avuto alcun guizzo europeista: ha optato per una controproducente pavidità, per l’acquiescenza, la strategia dello struzzo, o forse, più schiettamente, la complicità, in un’era in cui la politica segue la scia dei grandi interessi da spartire. Noi europeisti e noi europei paghiamo tutto questo ora, e lo pagheremo ancor più dopo.
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