Non tutti i mali vengono per nuocere. Il referendum sulla giustizia, al di là degli slogan e della propaganda, costringe a tornare su una questione che dovrebbe essere ovvia ma che il dibattito attuale dimostra tutt’altro che acquisita: che cosa significa vivere in uno Stato di diritto.

La democrazia non è la dittatura della maggioranza. Vincere un’elezione politica non equivale a prendersi tutto. Esiste una Costituzione che vincola chi governa e che serve esattamente a questo: impedire che una maggioranza, forte del consenso, possa comprimere diritti, discriminare minoranze o piegare le istituzioni al proprio indirizzo politico. È una lezione storica, prima ancora che giuridica.

Dentro questa architettura si colloca la giustizia. I giudici, per definizione, devono poter decidere controvento: assolvere quando tutti chiedono la condanna, condannare quando l’opinione pubblica invoca l’assoluzione. È una regola scomoda, ma necessaria, perché garantisce che nessuno venga condannato ingiustamente e che nessuno possa sentirsi al riparo dalla legge solo perché vicino ai centri di potere.

Ed è proprio questa indipendenza che spesso dà fastidio alla politica. Le recenti dichiarazioni istituzionali lo mostrano con chiarezza: l’idea che i giudici dovrebbero “collaborare” con il governo, assecondarne le politiche migratorie o la linea repressiva sugli scontri di piazza, anche quando la legge conduce altrove. Ma se i giudici collaborano con l’esecutivo, smettono di essere giudici. Diventano altro.

I Costituenti lo sapevano bene. Per questo hanno creato il Consiglio superiore della magistratura, un organo che non è un privilegio corporativo, ma una garanzia costituzionale. Serve a rendere reale, concreta, viva l’affermazione secondo cui i magistrati sono soggetti soltanto alla legge. Senza un sistema di protezione dell’autonomia, quel principio resta una formula retorica.

Il caso della giudice Iolanda Apostolico è emblematico. Una decisione in materia di immigrazione, mai impugnata dal ministero della Giustizia. Eppure, l’esposizione al pubblico ludibrio per una manifestazione di solidarietà ai migranti, strumentalizzata politicamente anni dopo. In situazioni del genere il Csm apre una pratica a tutela: non per difendere una persona, ma per affermare che l’attacco politico al singolo magistrato è un attacco all’indipendenza della giurisdizione.

È per questo che il ruolo del Csm è così delicato. Ed è per questo che la riforma sottoposta a referendum solleva più di una preoccupazione. Separarlo in due, sorteggiare i membri togati, rafforzare la componente di nomina politica e sottrargli il potere disciplinare significa indebolire progressivamente l’unico presidio istituzionale dell’autonomia della magistratura. Ogni intervento, preso singolarmente, può apparire tecnico; insieme, produce un effetto politico chiarissimo.

La narrazione ufficiale parla di maggiori garanzie per i cittadini, di giudici più terzi rispetto ai pubblici ministeri. Ma è una foglia di fico sempre più sottile. I dati, anche internazionali, smentiscono l’idea di una giustizia appiattita sulle richieste dell’accusa. E soprattutto la campagna politica racconta altro: il governo presenta il “sì” come lo strumento per ottenere decisioni finalmente allineate al proprio indirizzo politico. È successo sull’immigrazione, è successo per la cd “famiglia del bosco”, è successo sugli scontri di piazza. Non è un incidente comunicativo, è una visione.

A questo punto l’equivoco va sciolto. O si pensa che la giustizia debba essere una funzione autonoma, capace di dire no al potere quando la legge lo impone, oppure si accetta l’idea che la maggioranza possa estendere il proprio controllo anche sui giudici. La Costituzione italiana ha scelto la prima strada.

Difenderla non è conservatorismo. È una scelta di futuro. È l’idea dello Stato che abitiamo e che vogliamo continuare ad abitare domani. Ed è la ragione per cui, di fronte a questo referendum, votare no significa difendere l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

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