Con la risoluzione votata all’unanimità, il Parlamento chiede al governo un impegno chiaro al superamento della pratica della contenzione meccanica che è stata all’origine della rivoluzione basagliana
Non è capitato molte volte nel corso di questa legislatura. Un paio di occasioni, molto importanti, sulla violenza di genere (anche se sul consenso siamo arrivati a un passo, e invece). Ma poi niente, mai. Figurarsi poi in vista delle elezioni, con destra e sinistra arroccate nei loro spalti. Non si parla col nemico. I fascisti, i comunisti. Per questo assume un significato politico più generale il voto all’unanimità in commissione Diritti umani al Senato su una risoluzione che impegna il governo a superare la contenzione meccanica, nome astruso per dire della triste abitudine di legare i malati ai letti nei luoghi di cura della salute mentale, con una mossa semplice, efficace.
La nascita di una banca dati centralizzata alla quale far arrivare tutti i dati sulle contenzioni meccaniche che si praticano ancora in Italia, chi le ha decise, per quanto tempo, per quale motivo, con quali esiti. Un atto di trasparenza che non solo ci consentirà di avere finalmente una mappa precisa e aggiornata dell’utilizzo di questa pratica non terapeutica nei reparti e negli istituti, ma soprattutto di disincentivarla, di renderla faticosa, non conveniente, scomoda, con un livello di responsabilità personale che scoraggia l’uso delle fascette e, in previsione, lo supera una volta per tutte.
Già nella scorsa manovra di bilancio sono stati stanziati dei soldi, una cifra simbolica, per istituire questa banca dati presso il Ministero. Oggi è il Parlamento, e all’unanimità, a chiedere un impegno indifferibile del governo: avete i denari, avete l’impulso delle Camere, procedete. È stato fatto un lavoro rigoroso, audizioni, visite, sedute, per costruire una soluzione che tenesse tutti insieme, nonostante le differenze e anche gli scontri sulla salute mentale in questa legislatura, ad esempio sulle modifiche alla legge Basaglia.
Abbiamo evitato il peggio, cioè una controriforma che cancellasse quella storica acquisizione di civiltà, ma non abbiamo fatto il meglio, vale a dire quella attualizzazione della riforma che lo stesso Basaglia e Franca Ongaro si erano posti come obiettivo. Nel frattempo la Corte Costituzionale si è mossa - si guardi all’ultima sentenza sul Tso, pochi giorni fa - nella direzione di una tutela della persona e dei suoi diritti, su cui si è aperta una discussione dura, sofferta, anche nel nostro mondo, a sinistra.
Con la risoluzione di oggi non portiamo a casa un contentino o un compromesso al ribasso, ma un impegno chiaro al superamento di questa pratica che fu all’origine della rivoluzione basagliana, quando il giovane accademico arrivato all’ospedale psichiatrico di Gorizia si rifiutò di firmare il librone delle contenzioni che gli veniva portato dal capo ispettore.
Un gesto semplice, piccolo, e mi no firmo. Dal quale partì il percorso riformatore che portò alla legge 180 e all’Italia come faro e avanguardia sulla salute mentale nel mondo.
Oggi, a quasi 50 anni dalla approvazione di quella legge, siamo di nuovo lì. A dire, stavolta tutti insieme, che non si firma e che contenere e legare un paziente, questa tortura, deve diventare il torvo retaggio di un passato che non vogliamo torni mai più.
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