Esiste un museo libero da gerarchie di poteri? Come liberare le istituzioni culturali occidentali da strutture secolari di dominio? È possibile decolonizzare il museo, riscrivere la storia di comunità che sono state sistematicamente escluse dai luoghi della cultura e dunque della memoria collettiva?

A rispondere è Françoise Vergès, teorica politica, attivista, curatrice e scrittrice, tra le maggiori esperte di femminismo decoloniale, pratiche politiche e pubbliche di decolonizzazione del museo occidentale, politiche antirazziste e anticapitaliste. Autrice di libri e articoli Le ventre des femmes, Un femminismo decoloniale, ha insegnato all’Università del Sussex, al Goldsmiths College, a Berkeley e alla Brown University. Collabora con artiste e istituzioni museali internazionali e organizza workshop per ripensare il futuro del museo, come struttura priva di dinamiche di potere.

A Roma, il 12 settembre, Vergès era nel programma di Short Theatre con l’incontro “L’arte come campo di battaglia”, parte di CLASSE, progetto di AREA06 promosso da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, in collaborazione con Zètema Progetto Cultura e Master Studi e Politiche di Genere Roma Tre.

Come la struttura del museo occidentale, influenzata da rapporti di potere, ha oscurato storie, narrazioni e comunità?

Cominciamo col dire che il museo ha contribuito alla scrittura della supremazia bianca, alla creazione di nuove competenze e discipline (conservazione, storia dell’arte) che hanno creato gerarchie. Ciò che viene conservato, negli archivi e nei musei nazionali, si basa su scelte: ciò che conta e ciò che non conta. Una serie di norme che favoriscono il potere politico e religioso occidentale, il patriarcato, la proprietà privata, le guerre, la colonizzazione e una narrazione identitaria nazionale che cancella le comunità, le contraddizioni interne e gli attriti. Gli archivi sono stati bruciati, persi, lasciati a marcire. Sono minacciati da ideologie, tagli di bilancio, disastri climatici.

Ha scritto di «violenza come schiavitù, sfruttamento, tortura e censura», in relazione agli «strumenti del colonialismo e del capitalismo». Qual è il rapporto tra violenza, corpo delle donne e capitalismo secondo lei?

Il capitalismo ha bisogno della violenza e della fabbricazione del consenso alla violenza che esercita sui corpi. Le femministe hanno analizzato il rapporto tra violenza, corpi delle donne e capitalismo attraverso la teoria della riproduzione sociale: le famiglie, le comunità svolgono il lavoro di cura, nascosto, necessario per far funzionare la società. Come ha sottolineato Silvia Federici, mettere in luce il lavoro di cura che produce la forza lavoro ha reso possibile una nuova comprensione dei meccanismi con cui la società capitalista si riproduce.

Quali sono le pratiche politiche per trasformare il museo e il teatro in spazi liberi da dinamiche di potere e oppressioni?

Occorre lavorare sull’abolizione del capitalismo razziale, del colonialismo e dell’imperialismo. Ma dovremmo anche chiederci se avremo ancora bisogno di musei in un mondo post-razzista e post-capitalista. Non dovremmo piuttosto investire la nostra energia e la nostra immaginazione per inventare nuove strutture e istituzioni, per chiederci quale architettura, quale collezione serva per ripensare cosa sia la preservazione e la conservazione, cosa sia “l’arte” e per mettere in pratica il “post-museo”? I musei sono istituzioni sociali, costruite per sostenere lo Stato liberale o autoritario, la loro architettura trasmette il potere verticale, ingiustizie e disuguaglianze strutturali.

In questi anni di erosiose dei diritti della comunità LGBTQIA+, quale ruolo svolge l’attivismo femminista decoloniale nel rispondere alle forze repressive e conservatrici insite nelle politiche di estrema destra in Europa e negli Stati Uniti?

L’attivismo femminista decoloniale non può essere isolato dalla lotta più ampia per abolire il capitalismo coloniale e l’imperialismo. Ciò che può contribuire alla lotta contro le forze repressive e conservatrici della politica di estrema destra è richiamare l’attenzione sulle dinamiche che contribuiscono alla costruzione del razzismo, incoraggiare, al contrario, una critica rigorosa delle contraddizioni, studiare, prestare attenzione alle politiche di pacificazione.

Come vede gli scenari politici futuri in materia di diritti civili?

Non sono molto brava a fare congetture sul futuro. Il presente e il suo (multiplo) passato mi bastano. Svegliarmi ogni mattina e leggere le notizie, camminare per le strade di Parigi, dove attualmente vivo, con accampamenti di senzatetto e migranti, l’occupazione militare dello spazio pubblico mi è sufficiente. Penso che dobbiamo resistere alla disperazione che il potere vuole instillare in noi. Assistiamo all’impunità dello Stato Israeliano nonostante le prove di un genocidio e di un ecocidio, riceve ancora il sostegno dell’Occidente.

Perché non possiamo lasciarci alle spalle nessuna battaglia, nel mezzo del collasso climatico?

La base su cui si costruisce la lotta femminista decoloniale e transnazionale è un terreno multidimensionale. Il collasso climatico minaccia le condizioni di base della vita umana. L’organizzazione della mancanza di acqua o della sua contaminazione, la sua privatizzazione da parte dei conglomerati, è esemplare. Le persone in fuga dal collasso climatico sono state respinte alle frontiere dell’Europa, i partiti di estrema destra hanno affondato imbarcazioni di fortuna. Dobbiamo imparare dalle lotte ambientali contro i data center, la privatizzazione dell’acqua, lo scarico di sostanze tossiche.

A cosa sta lavorando ora?

Sto lavorando a un libro e a un film sul comunismo anticolonialista nell’isola della Riunione negli anni Sessanta-Ottanta. Mio padre è stato cofondatore nel 1959 del partito comunista della Riunione e suo segretario generale per decenni. Non dimentico mai le lezioni che ho imparato: l’importanza della solidarietà, il fatto che lo Stato farà tutto ciò che è in suo potere per schiacciare i movimenti che considera una minaccia al suo potere. Ho imparato come prepararsi alla battaglia ma anche aprirsi anche alla speranza radicale

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