Passate le feste può capitare di chiedersi come si è impiegato il proprio tempo. Tra il desiderio di trascorrerlo con le persone che amiamo, le necessarie penniche dopo i pranzi e le cene luculliane, e le giornate vuote che seguono gli stravizi delle infinite serate con gli amici – quelle prestazioni che a trent'anni non reggiamo più come una volta – può capitare che, ripensando alle vacanze natalizie, quelle in cui avremmo voluto riposarci, il tempo sembri invece volato via, scappato dalle nostre mani come acqua dai retini estivi.

Se poi ci si era messi in testa di dedicarne una parte ai consumi culturali – un bel libro, un bel film, quella serie tv che il New York Times ha inserito tra le migliori dell'anno e che ancora non siamo riusciti a vedere – è probabile che ci resti addosso una vaga sensazione di fallimento, il sentimento di un overperforming senza scopo. Quest'anno uno scopo c'era, che tenesse insieme la nobiltà delle promesse e la feralità degli istinti: vedere il terzo film di Avatar: Fuoco e cenere .

Opera totale

L'opera di James Cameron è per me da tempo diventata un'ossessione, soprattutto per la dedizione assoluta e monomaniacale che uno dei grandi maestri del cinema del nostro tempo gli ha dedicato. Avatar per James Cameron è l'opera totale, il capolavoro che coincide con la vita stessa.

La produzione dei film è stata straordinaria e mirabolante, tra pericoli di insostenibilità e manie di grandezza, continui rinvii e un finale incerto. Per lungo tempo, negli anni trascorsi tra il primo e il secondo film, sono stata convinta che il regista ci stesso ingannando tutti. Che nel suo ritiro in Nuova Zelanda stesse semplicemente fingendo di girare l'epopea promessa (in agosto il regista ha ottenuto finalmente la cittadinanza neozelandese, diventando a tutti gli effetti un “kiwi”). Ogni anno il nuovo film veniva annunciato, calendarizzato per Natale, e poi non usciva mai.

Le foto dal set erano pochissime, il progetto sembrava impenetrabile come un territorio di guerra. Più che le riprese di un film, sembravano un sequestro di persona: quello dei poveri attori coinvolti e quello, tutto mentale e paranoide, degli spettatori che aspettavano il secondo capitolo della saga. Cameron ci stava insegnando qualcosa a cui ormai pochi credevano ancora, o che pochi sembrano potersi permettere: per realizzare la propria opera d'arte non si può scendere a compromessi.

Per realizzare un'opera d'arte bisogna prendersi tutto il tempo (e il denaro) necessario; sviluppare il proprio processo creativo senza guardare in faccia nessuno. Poco importa che quell'opera sia Alla ricerca del tempo perduto, o l'epopea di un mondo immaginario abitato da giganteschi umanoidi azzurri. Poco importa che quel mondo possa sembrare più affascinante per i bambini che per gli adulti. L'importante è convincente la propria visione: e Cameron l'ha perseguita con un'inedita e impressionante tenacia.

Fuoco e cenere

Devo ammettere che ho faticato molto per trovare qualcuno disposto ad accompagnarmi a vedere Avatar: Fuoco e cenere. Un mio amico mi ha detto che sarebbe venuto al cinema con me, sì, ma solo fino alla biglietteria: poi io avrei visto Avatar e lui invece l'ultimo di Jarmusch. Che snob, ho pensato. Poi all'ultimo momento ho contattato un altro amico, un potteriano della prima ora, che invece si è fatto trovare entusiasta di spararsi tre ore di effetti speciali in 3d. E così, con questa formazione, siamo andati all'Anteo.

Il film, diciamolo subito, ha mantenuto quello che prometteva: tre ore e diciassette minuti di puro spettacolo. Paul Valéry nel suo illuminante Corso di poetica (raccolta delle lezioni che tenne negli ultimi anni della sua carriera al Collège de France, uscita questo ottobre per Feltrinelli) fa «un'importante distinzione: quella delle opere che sono create per il pubblico (di cui rispondono all'attesa e che sono perciò quasi determinate dalla sua conoscenza) e delle opere che invece tendono a crearsene uno loro, di pubblico. Tutti i conflitti nati tra il nuovo e la tradizione, i dibattiti sulle convenzioni, i contrasti fra “pubblico ristretto” e “pubblico di massa”, le variazioni della critica, la sorte delle opere in rapporto alla loro durata e i cambiamenti dei loro valori possono essere esposti a partire da questa distinzione».

Avatar, senza dubbio, è un'opera che crea il suo pubblico. Certo, coinvolge delle sacche preesistenti: ma le unisce, le amplia. O ancora meglio, forse possiamo dire che James Cameron è un regista che, come tutti i grandi artisti, ha creato un suo pubblico. Dallo spazio sterminato di Aliens - Scontro finale sino alla perfezione realistica di Titanic, Cameron ha inventato una nuova mitologia. Il piacere e lo stupore che provoca la visione del film, a cui è stata rimproverata dalla critica una certa ricorsività (che invece è carattere essenziale e determinante del mito) è forte come un fatto incontrovertibile. La trilogia di Avatar ha la struttura del mito perché non racconta una storia, ma un'origine e la possibilità di una fine, che nel mito coincidono spesso.

Pandora non è soltanto un pianeta esotico: è un paradiso primordiale, una terra prima della Storia, precedente alla separazione fra natura e tecnica, tra umano e non umano. Un paradiso di mirabolante flora e fauna, dove i suoi abitanti – i Na'vi – vivono in armonia con la natura, e dove balene millenarie, i tulkun, dialogano portando alle altre specie la loro incredibile sapienza. Come tutti i paradisi, però, anche Pandora è destinata a essere perduta. Che la sua sopravvivenza venga messa a rischio, è necessità tragica e drammaturgica.

Il mito di Pandora

Pandora prende il nome dalla prima donna, creata dagli dèi come dono avvelenato agli uomini: “ pan-doron ”, colei che ha tutti i doni. Con Pandora fa il suo ingresso nel mondo il maschile, ma anche la possibilità della vita. Pandora apre il vaso, e ciò che ne esce non è soltanto la sciagura, ma il tempo umano, fatto di lavoro, dolore, trasformazione. Allo stesso modo, la Pandora di James Cameron è un mondo colmo di doni: abbondanza, armonia, connessione totale tra viventi, ma dalla sua armonia sono esclusi gli umani, il popolo che viene dal cielo.

Il colonialismo che attraversa Avatar non va letto solo in chiave storico-politica, perché riflette anche una struttura mitica antichissima. Ogni fondazione è preceduta da una distruzione, ogni nuova civiltà nasce sopra le rovine di un'altra. Cos'è in fondo l'Eneide se non il racconto di un profugo? Enea non è un eroe vittorioso, ma un sopravvissuto, un uomo che cammina tra le rovine con il padre sulle spalle e in cerca di un insperato futuro.

In Avatar , la civiltà tecnologica che arriva su Pandora si comporta come ogni potenza coloniale antica e moderna: nomina, misura, sfrutta, devasta. Tutto in nome del maggiore profitto possibile. Raccontando la fondazione del punto di vista dei conquistati, Cameron attraversa e capovolge le strutture mitiche.

Il mito antico conosce bene anche questo rovesciamento. Pensiamo a Prometeo, il titano che ruba il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini. Il fuoco è conoscenza, tecnica, progresso, ma è anche distruzione. In Avatar - Fuoco e cenere è il colonnello Miles Quaritch (Stephen Lang) che consegna il fuoco – le armi – ai Mangkwan, il popolo della cenere, capitanati dalla splendida villain di questo capitolo della saga: Varang (Oona Chaplin). Prometeo, come il popolo venuto dal cielo, è colui che spezza l'equilibrio cosmico. In Avatar il fuoco umano brucia la foresta, trasforma il paradiso in cenere.

Pandora è un'Arcadia violata, una nuova Età dell'Oro destinata a finire. Esiodo racconta che l'Età dell'Oro non conosceva fatica né guerra, ma era anche un tempo immobile, senza storia. Quando quell'età finisce, inizia il mondo umano: imperfetto ma vivo. Avatar ci mette davanti alla stessa domanda che attraversa tutta la mitologia classica: è possibile per gli esseri umani abitare un mondo perfetto senza distruggerlo? La risposta, come sempre nel mito, è negativa. Avatar mostra la ferita originaria da cui nasce ogni civiltà. Un concetto che viene ribadito più volte nel film: non importa se gli umani sono cattivi o buoni, se vogliono distruggere o costruire; sono umani, e dunque imperfetti, sempre pericolosamente troppo vicini al caos. Un mondo che li comprende non potrà mai essere un mondo completamente pacifico.

L'importanza della forma

Esiste una tendenza nel teatro contemporaneo che punta a fare un grande uso delle telecamere in scena: il risultato è quasi un film in presa diretta. Lo spettatore vede contemporaneamente gli attori recitare sul palco e la restituzione filmica della loro azione. La domanda che mi pongo sempre alla fine di questi spettacoli è: perché il regista ha scelto di mostrare a teatro una cosa che, da ogni punto di vista, “sembra cinema”?

La stessa domanda mi pongo, rovesciandola, di fronte a tanto cinema: perché, così spesso, al cinema si evita “il cinema”? Perché un regista decide di lavorare solo una piccola parte delle infinite possibilità offerte dalla settima arte? Perché, insomma, fare al cinema qualcosa che sarebbe più efficace leggere in un romanzo o vedere a teatro? Ecco, questa forse è la domanda centrale da porsi quando si valuta un'opera: cosa aggiunge l'artista alla potenza, alla storia, alla tradizione del mezzo che ha scelto per esprimersi?

In Avatar, James Cameron “fa cinema”. Il che significa che utilizza tutte le potenzialità dell'arte che ha scelto, e di cui è oggi uno fra i maestri indiscussi. Usa tutto, e forse troppo: ma cosa importa? Creare un mondo è sempre e comunque un atto di hybris. Ma come Atlantide, come il Mediterraneo dell'Iliade e l'Odissea, come la Tebe delle tragedie greche, come la Terra di Mezzo, come l'universo di Star Wars , come Hogwarts, anche Pandora è destinata a diventare materiale mitologico. E chi scrive concorda con Thomas Mann nel pensare che «il mito è il fondamento della vita, lo schema senza tempo, la formula secondo cui la vita si esprime quando fugge al di fuori dell'inconscio».

Alla fine della proiezione, io e il mio amico potteriano siamo usciti dalla sala pieni di entusiasmo. Non avevamo alcun dubbio: non avremmo voluto di più. L'altro invece è uscito mesto dalla visione di Padre Madre Sorella Fratello: aveva trovato il film un po' lungo, un po' noioso. Insomma, nulla di imperdibile.


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