«Davanti al Mistero c’è solo un atteggiamento possibile, l’ascolto». L’ho sentito dire in un’omelia che mi ha cambiato la vita e lo ricordo tutte le volte che la mia coscienza è di fronte a qualcosa che non riesco a comprendere subito. Può essere Dio, le scelte degli altri, un coraggio sfrontato, un gesto d’amore – c’è niente di più simile al Mistero?

E così ho evocato l’ascolto leggendo Arkansas, storia di mia figlia (Mondadori), il memoir (o forse romanzo d’avventura?) di Chiara Tagliaferri dove l’autrice-protagonista racconta l’evoluzione della parola maternità nel corso della sua vita.

Dall’incontro con il futuro marito Nicola Lagioia (coprotagonista di questa magnifica smisurata vicenda) al loro matrimonio, dai tentativi di gravidanza – comprese svariate infelici fecondazione eterologhe – fino alla Gpa. In taxi mi emoziono e penso che la prima cosa che voglio dirle è grazie, a lei che ha scritto il libro, e alla sua famiglia che lo abita come abita la casa-sogno dove la incontro.

Ti devo ringraziare, mi hai fatto cambiare idea.

Veramente?

Perché mi sono immedesimata in questa vostra storia, e in ogni suo personaggio, che mi ha costretto a cambiare continuamente punto di vista su una questione con cui ero in lotta. L’ho abbracciata e fatta mia percorrendo ogni momento di questa vostra scelta complessa e naturale, piena di coraggio e spericolatezza, amore e fede.

Che non credevo di avere, soprattutto quando niente andava.

Il potere dell’immaginazione è potente, ipnotico. Avete deciso che il vostro sogno poteva esistere ed esiste.

David Lynch dice che i sogni sono la realtà che viviamo, se siamo bravi.

La maternità è un tema di tutte e tutti, uomini compresi. Il mio problema è sempre stato l’imbarazzo, essere incinta mi imbarazza da sempre.

Quindi era una cosa legata al corpo.

Alla società, al mio aspetto nella società.

Sentirsi figli imprigionati ti fa tradire i genitori e venire meno al patto «Sarò per sempre tua figlia». Ci sono sette anni fra me e mia sorella Sara, un tempo sufficiente per permetterle di diventare mia madre. Mio padre è morto quando mia madre aveva 49 anni, la stessa età che avevo quando è nata Lula. Ci ha cresciuto volendoci bene ma desiderando la fuga.

Gli uomini della mia famiglia sono sempre morti prematuramente. In mia madre ha macerato talmente tanto la disperazione che ripeteva: non sposatevi, non fate figli. Sposarmi è stato un tradimento, da figlia diventavo qualcos’altro. Il mio primo episodio depressivo è avvenuto poco prima del matrimonio. Tu non hai figli, non hai mai indagato?

No. Vivo in un mistero.

Ero come te. Quando io e Nicola ci siamo fidanzati era il 2006, era uscito Inland Empire – misuro il tempo con i film di Lynch. Per anni abbiamo evitato l’argomento figli, per non turbare un equilibrio in cui ciascuno rispettava l’egoismo dell’altro. Lui ha detto se capita ok, ma te ne dovresti occupare tu. Io: non sono in grado, non capiterà. Finché poi, una cosa stupida, l’episodio dei dinosauri (Chiara anni fa compra tre dinosauri, due grandi, uno piccolo, e all’improvviso ne sparisce uno, nda), mi ha fatto capire che covavo la maternità. A quel punto ho provato a capire come ero fatta.

La geografia del tuo corpo, sconosciuto.

Una ginecologa mi spiega che i miei ovuli facevano schifo, ero sostanzialmente in menopausa. Non avevo idea, non ho mai avuto contatto reale con la mia parte più viscerale. Non c’era niente di ospitale nel mio utero. Ma potevamo provare con la fecondazione eterologa.

C’è una violenza feroce nel riconoscere un’impossibilità.

È come essere malati, il tuo corpo va dopato. Avevo pochi ormoni femminili ma molti maschili e dovevo compensarli. Il seme di Nicola andava bene, il problema era tutto mio se non attecchiva la vita.

Il tempo è feroce.

Ogni mese contava come per i cani, avendo iniziato tardi vedevo il mio corpo invecchiare fuori e dentro, un corpo pieno di macerie.

Ma tu sei senza età.

(Sorride). Quelle cure lasciano segni e fanno prendere peso. Io ero magra perché ero depressa: il mio corpo si sentiva inadeguato, quindi mi punivo, mi sottraevo il cibo e lo rendevo inospitale.

Dedichi Arkansas «a Lula, che cresca senza paura».

Sono pavida, ma davanti alle cose molto grandi perdo la paura. Lei è una bambina che viene dal futuro, è come se ci fosse sempre stata, perché questi sette anni, dal 2018 al 2024, sono stati una gravidanza di 84 mesi senza utero, profondamente innaturale per molti, profondamente naturale per me. Sono figlia e contengo nel mio sangue quello di chi non c’è più, sono madre senza sangue per chi è arrivato.

Dici di sapere dal principio che sarebbe stata femmina e si sarebbe chiamata Lula.

Lula è la protagonista di Cuore selvaggio, spregiudicata, spericolata, senza paura e in fuga da un mondo «assurdo nei fuori, selvaggio nel dentro». Lei dal futuro ha sempre saputo che sarebbe nata, eravamo noi che non lo sapevamo. Lei era la narratrice, lei creava l’ambientazione.

Ha inventato tutto lei.

Lula è nata in una sorta di dimensione del sogno, è stata così tanto sognata. Twin Peaks di nuovo: è come vivere in un sogno bellissimo e allo stesso tempo in un terribile incubo. Però sì, è una bambina dei sogni.

Con chi hai condiviso le tue scelte?

Michela Murgia è stata tra le pochissime a sapere, molto prima della nostra famiglia. Lei c’era quando covavo l’aria a testa in giù o rimestavo nei cassonetti sperando di trovare un neonato abbandonato. E c’era quando abbiamo pensato alla Gpa. Aveva scritto molto al riguardo, io ne sapevo poco. Ha detto «Scindi la gravidanza dalla maternità», mi ha fatto ragionare sul concetto di sfruttamento.

Del corpo di una donna.

C’è sfruttamento se la Gpa non è regolamentata. Per questo siamo andati in America, lì c’è un perimetro chiaro. In Canada si fa a titolo gratuito, sono meno e i tempi più lunghi. Pagare una donna non vuol dire che è venduta. È giusto rimborsarla per il tempo, le spese mediche, il sostegno alla famiglia. E quando assumi una badante che lascia i figli nel suo paese, paghi il suo tempo, il suo corpo, la sua povertà, e le storpi il nome che non sai pronunciare? Non è sfruttamento?

Leggerti è disarmante. La critica te la fai da sola, ti tratti malissimo in questa storia.

Sono cattiva con me stessa, una bambina egoista che è diventata un’adulta egoista. Spesso ho desiderato scappare.

Chi può parlare deve farlo.

Il 17 ottobre 2024, l’indomani del passaggio della legge, io e Nicola abbiamo visto Nichi Vendola in tv rosso in faccia che diceva che da noi non è un reato universale uccidere un bambino, ma lo è farlo nascere, lui lotta e noi siamo qui come due gatti pavidi. Era assurdo tacere. È il diritto di ogni essere umano di appartenere all’umanità che dovrebbe essere dato dall’umanità stessa, lo diceva Hannah Arendt.

Avete considerato l’adozione?

Anche per quella eravamo vecchi, liste di attesa di anni e bambini che, semmai fossero arrivati, sarebbero stati già grandi, con traumi. Saremmo stati all’altezza?

Per questo la Gpa era l’unica strada per arrivare a vostra figlia. Le cifre sono molto alte.

Sì, e non sapevo dove trovare i soldi, non ho mai risparmiato. Ma avevo i soldi dei miei morti su un conto protetto da mia sorella, e poi ho fatto causa alla Rai, per cui ho firmato contratti da partita Iva ma continuativi, per 19 anni. In questi, fino a pochissimi anni fa, c’era scritto che l’azienda mi poteva licenziare se rimanevo incinta, ed è buffo perché in quel caso avrei voluto moltissimo essere licenziata.

Arkansas non pubblicizza la Gpa, ma rende pubblica la vostra storia.

La letteratura, a differenza del giornalismo, aiuta a comprendere, senza giudizi.

Come è iniziato Arkansas?

Un diario perché Lula avesse memoria. Scrivendo mi sono resa conto che ero incazzata, la legge che sarebbe passata al Senato a ottobre 2024 era già stata approvata alla Camera, non sapevamo cosa poteva succedere. Chi protegge i bambini? Commetteremo un sacco di guai, lei ci ricorderà non come vogliamo, ma come deciderà di percepirci.

I genitori si possono inventare, da grandi e da bambini.

Non so quasi niente del giorno in cui sono nata, se c’era il sole, se i miei erano felici. Conosco solo le parole di mia sorella. Era andata con la tata a una fiera e aveva accarezzato le mucche, era molto felice. Mi ha visto e ha detto «È brutta, buttatela». Tu?

Solo che stavo soffocando con un doppio cordone al collo e il medico non mi faceva nascere. È mancato poco che morissi.

Volevo che Lula sapesse tutto. Ho scattato moltissime foto con la gestante, con sua figlia. In Italia nove coppie su dieci che ricorrono alla Gpa sono eterosessuali ma non lo dicono, per nove mesi la donna indossa pance finte simulando una gravidanza.

Una società che ci fa impazzire.

Quando abbiamo saputo che Daisy era incinta, avvocate amiche, persone vicine, mi hanno detto «Non mostrarti, copri il ventre», Nicola diceva «Così te la cerchi, basterà confrontare una tua foto per comprendere che non l’hai partorita», ma tanto non diremo mai che l’ho partorita, perché simulare?

Al ritorno?

Eravamo terrorizzati, siamo andati in protezione. I femminismi sono divisivi. Avrei trovato una comunità di alleati, ma anche che per molte femministe sarei stata la sfruttatrice dei corpi delle donne. L’egoista.

Siamo troppo grossolani con le vite degli altri, è difficile accogliere quello che ci impone una riflessione radicale. Hai mai ceduto?

Dopo che era andato tutto male con le eterologhe, con la ricerca della gestante, dopo il Covid, la pandemia… ho detto basta, ogni giorno vedevo il mio corpo invecchiare. Anche con una Gpa sarei stata una madre vecchia. Nicola ha avuto più fiducia di me, e abbiamo continuato. Anche se ero l’eterna offesa, ferita, come dovessi essere risarcita. Ero diventata sprezzante con lui, l’unico con cui mi permettevo di mostrare il dolore. Non so come ha fatto a non lasciarmi.

L’amore. Scrivi di avere bluffato spesso.

Continuamente Elisa, su ogni cosa. Nella fecondazione eterologa la donatrice è anonima. Ho mentito su peso, altezza, capelli. Volevo la bambina delle fiabe, aderente ai canoni che disprezzo o che dico di disprezzare. In America hai un database con foto, gusti, altezza, peso, etnia delle donatrici di ovuli e delle gestanti: vedi foto della gestante con i figli, perché devono averne uno o più, un lavoro, stabilità e un’indipendenza finanziaria. Molte coppie che ho intervistato ne avevano rifiutate tante, non sentivamo connessione. Io volevo questa figlia, poteva arrivare anche dalla donna gorilla.

Sei sempre stata connessa a lei.

La tua visione è molto bella e poetica, ma c’era anche disperazione. Però quando ho guardato negli occhi Daisy (la gestante) ho detto allora è vero, con te vado in capo al mondo, e per la prima volta mi sono fidata. Non ha mai avuto paura, nel giorno del parto era radiosa, nonostante le complicazioni.

Il momento peggiore.

L’anno della prima fecondazione eterologa (andata male) ci siamo trasferiti a Torino. Nicola era immerso nel libro che scriveva, La città dei vivi (Einaudi). Mangiavo solo a colazione, spesso con atti processuali e foto perché volevo dargli una mano. Avvertivo che per lui era più facile frequentare quella storia che il dolore condiviso con me. Ci siamo lasciati soli vicendevolmente in quella casa grande. Quando siamo tornati a Roma le amiche mi hanno sostenuto.

Una famiglia.

Di volontà.

Cos’è la famiglia?

Qualcosa che si tiene insieme indipendentemente dal sangue. Daisy è diventata gestante di un’altra famiglia, prima ci ha chiesto se volevamo un altro figlio. Io non avevo più soldi.

E poi è passata definitivamente la legge.

Mi sono fermata per l’età e perché non avrei potuto sostenerla economicamente.

Quando siete tornati a casa, a Roma?

Temevo morisse.

Sarebbe stato uguale anche se l’avessi partorita tu.

No, è diverso, pensavo che, avendo sfidato tutto quello che per molti non andava sfidato, ci sarebbe stata una punizione. Alla nascita di Lula mi hanno regalato un blocchetto di giada, una leggenda cinese dice che sbiadisce quando diminuiscono i giorni che trascorrerai sulla terra. Continuavo a guardare questo blocco di giada e lo facevo vedere a Nicola: è sbiadita, vero? A te cantavano canzoni?

Prego? Non ho idea. Ho memoria dai miei dodici anni, da quando è nata mia sorella, senza testimoni non andiamo lontano. Ho foto in mente, non momenti.

Ricordi fasulli, indotti. E di tua sorella piccolissima hai ricordi?

Sì, ero già grande, molto seria, sempre stata.

Altri bambini con cui sei cresciuta?

Una bambina che dormiva con la luce spenta, nel nero assoluto, aveva un gatto che zampettava sulla mia faccia nell’oscurità. Per me era un incubo, vegliavo. Dormo ancora con la luce accesa.

E con le finestre aperte?

Finestre aperte e luce accesa, bisogna amarmi molto per dormirmi accanto.

Ma davvero non hai ricordi?

Ma non dovremmo parlare di te? Te l’ho detto, questa amica delle elementari, le notti insonni, pochissimo altro, solo ricordi mediati.

E tu invece come te lo spieghi? Hai fatto la rabdomante, nonni, padri…

Sì, devo pulire tutto, devo risolvere tutti i nodi.

È come se avessi bonificato tutto il passato della tua famiglia, ma non il tuo.

Brava! Ne parlavo proprio oggi con un’amica: sono stanca di pulire, di sciogliere i nodi di tutte le generazioni precedenti. Vorrei sciogliere un nodo mio.

Ma forse è proprio facendo questo che li stai sciogliendo.

Ma è un lavoro retrospettivo e non è prospettico, vorrei essere prospettica come il tuo libro. Ha dentro un germe di futuro. Siamo di fronte a un cambio d’epoca e di umanità che nessuno considera veramente, ma che già sta avvenendo. E tu hai ricordi?

Tanti. L’odio per mia nonna materna che trattava male mia madre. I pomeriggi in cortile, i gruppi di bambini senza adulti, potevi uscire dalle briglie. È stranissima questa cosa che non hai ricordi.

Ma perché non perdono, quindi dimentico.

Ma c’è da perdonare?

C’è sempre da perdonare nell’infanzia. Non è un tempo felice. In questo momento sto vedendo molti archivi di famiglia, vivo in una confusione temporale che porta a un mondo senza tempo, tutto presente.

Come se avessi sconfitto il tempo.

Sì, tu l’hai fatto con la nascita di tua figlia.

I miei morti mi hanno permesso di raggiungere questa vita, i vivi dentro i morti, i morti dentro i vivi.

Quando ho paura di morire guardo la linea della vita sul palmo, noto che si sta accorciando. Guarda quanto è storta e interrotta. La tua?

No no no (si osserva la mano sinistra), è cortissima.

Fammi vedere. Ma l’avevi già guardata?

No, adesso! Storicamente dovrebbe essere Nicola.

Un’amica ha confrontato il suo palmo con il mio e ha visto che più o meno sono lunghe uguali, lei ha sessant’anni. Mi ha detto fai una proporzione, regolati in base alla mia. Forse a questo servono gli amici?

O forse a costruire ricordi che verranno cancellati? Perché dimenticare è perdonare.

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