il documentario di Ahmed Hassouna presentato nella sezione “Venice Open”, segue un anno esatto nella vita di un fotoreporter a nella Striscia, dalla nascita del figlio al suo primo compleanno. Un ritratto familiare devastato dall’interno ma soprattutto un atto di resistenza narrativa: la prova che si può ancora raccontare mentre tutto il mondo spinge verso il silenzio
VENEZIA – Citizen Osama, il documentario di Ahmed Hassouna presentato nella sezione “Venice Open”, segue un anno esatto nella vita di un fotoreporter a Gaza, dalla nascita del figlio al suo primo compleanno. Un anno che coincide, inevitabilmente, con il tempo del genocidio, con le bombe che continuano a cadere, mentre si continua a crescere un figlio, a scattare fotografie, a tenere in piedi un mestiere e un’identità.
Il produttore del film Rashid Masharawi racconta la presenza del film in selezione come una gioia, poiché una storia nata sotto le bombe è riuscita ad arrivare a un pubblico come quello della Mostra. E se pensiamo a cosa significhi, oggi, continuare a documentare Gaza dall’interno, questo film assume un’importanza ancora più radicale. Citizen Osama è un ritratto familiare devastato dall’interno ma è soprattutto un atto di resistenza narrativa: la prova che si può ancora raccontare mentre tutto il mondo spinge verso il silenzio.
Il documentario
Il protagonista del film è un fotoreporter, qualcuno per cui documentare è un mestiere prima ancora che una scelta morale, ma che nel contesto di Gaza diventa entrambe le cose insieme. Fotografare, in un luogo dove le macerie sono il paesaggio quotidiano, significa continuare a credere che ci sia ancora qualcuno – oltre il confine – disposto a guardare. Ed è qui che il film tocca il nodo più profondo del proprio significato: il dovere della testimonianza. Un dovere che non riguarda solo chi vive sotto le bombe e sceglie comunque di raccontare, ma anche chi, da fuori, ha i mezzi per ascoltare e decide se farlo o no. Non è un caso che Citizen Osama esca nel momento in cui l’informazione sulla Palestina rischia di scomparire dietro l’assuefazione, specialmente durante la Mostra.
Masharawi sostiene che l’attenzione verso la Palestina sembra essersi spenta, come se il mondo si fosse rassegnato all’indifferenza, come se isolarsi dalle condizioni materiali di chi ci circonda fosse diventata l’unica postura sostenibile per continuare a vivere le proprie giornate. Applaudire il film non basta, se poi quell’attenzione si spegne con i titoli di coda. Rompere il silenzio mediatico su Gaza dovrebbe essere un impegno vivo anche quando le luci in sala si riaccendono, perché è proprio in quella distanza che si misura quanto davvero una manifestazione culturale, un festival, e un’intera comunità dell’informazione, siano disposti ad ascoltare (e riportare) quello che il cinema racconta.
Il dovere della testimonianza che il protagonista di Citizen Osama incarna sul campo dovrebbe avere un corrispettivo, seppur diverso, nella scelta di chi racconta il nostro mondo: continuare a nominare, a chiedere, a non lasciare che una storia come questa si esaurisca nella sua uscita in sala. Se il fotoreporter di Gaza rischia la vita per non smettere di documentare, chi ha a disposizione una voce pubblica, un microfono, uno spazio editoriale, un seguito, ha il compito minimo di non farla cadere nel silenzio.
La bandiera
È in questo scarto, tra ciò che viene mostrato e ciò che viene realmente accolto, che si inserisce un altro episodio, avvenuto il 7 settembre a Riva Corinto, a pochi passi dal Palazzo del Cinema: un’imbarcazione della Global Sumud Flotilla ha attraccato all’Isola di Edipo con una bandiera palestinese issata più in alto di ogni altra insegna. Ad accoglierla, il collettivo Venice4Palestine insieme al Morion Laboratorio Occupato, con il sostegno di Isola Edipo e delle Giornate degli Autori.
La richiesta del collettivo, prima ancora dell’inizio della Mostra, era di innalzare la bandiera della Palestina accanto a quelle dei film in selezione. La Biennale, dal canto suo, poteva esporre solo le bandiere degli Stati riconosciuti dal governo italiano. Issare quella bandiera avrebbe significato rivendicare un’identità nazionale e una voce politica pari a quella di ogni altro popolo rappresentato, in un festival che quest’anno ospita più di un film nato a Gaza.
La Palestina non è meno presente nei film, ma il coro attorno al tema si è assottigliato. Citizen Osama però chiede la stessa cosa che chiedeva quella bandiera issata sul molo: essere riconosciuto integralmente, non solo ammesso in una cornice che ne accetta la presenza ma non ne riconosce fino in fondo il peso.
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