VENEZIA – Alla Mostra di quest’anno, c’è un film che si misura realmente con l’eredità del femminismo italiano: Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo, il documentario di Francesca Archibugi presentato alle Giornate degli Autori. Il film racconta una delle figure più radicali e più a lungo rimosse della cultura del secondo Novecento: critica d’arte, filosofa, fondatrice insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti di Rivolta Femminile. Ma è utile partire da un dettaglio che rischia di passare inosservato: Archibugi non comincia dal femminismo. Comincia dall’infanzia.

Da bambina Lonzi passa tre anni, dai nove anni, in collegio a Badia a Ripoli, per poi tornare in famiglia a Radda in Chianti, dove i genitori si erano trasferiti per sfuggire ai bombardamenti su Firenze. Il rapporto con il padre è già teso in quegli anni, e si complica ulteriormente durante il periodo universitario: sono gli anni in cui Lonzi si forma, studia storia dell’arte, comincia a muoversi negli ambienti artistici fiorentini e poi romani che segneranno la sua carriera di critica. Archibugi si prende il tempo di raccontare questo prima di arrivare al nodo teorico ed è qui, in quel passaggio dalla vita alla scrittura, che la teoria arriva.

Un’eredità scomoda

In sputiamo su Hegel Lonzi smonta pezzo per pezzo la logica patriarcale della filosofia occidentale, arrivando a dichiarare inadeguato il linguaggio concettuale con cui l’Occidente ha sempre pensato la differenza. In La donna clitoridea e la donna vaginale la critica si sposta sul corpo: il desiderio femminile, denuncia Lonzi, è storicamente costruito in funzione del desiderio maschile, non del proprio.

È un'affermazione che scandalizzò non solo la cultura patriarcale, ma anche settori dello stesso movimento femminista, poco disposti, in quegli anni, a smontare fino in fondo l’edificio della sessualità normata. Cinquant’anni dopo, in un’epoca satura di esposizione mediatica dei corpi femminili e insieme povera di autonomia reale del desiderio, quella pagina resta stranamente attuale, quasi più leggibile oggi che nel 1974.

Il documentario di Archibugi si misura proprio con questa eredità scomoda, e lo fa con una scelta specifica, affidandosi soprattutto alla voce di Lonzi stessa, recuperata da materiale d’archivio inedito e da registrazioni originali. Non è un dettaglio solo stilistico, dal momento che Lonzi registrava le proprie conversazioni e diffidava, in un certo senso, di ogni mediazione che non fosse la propria voce diretta. Aver restituito proprio quella voce, oggi, è la scelta più fedele che si potesse fare, ed è anche il punto in cui il film si rende interessante da un punto di vista teorico: Archibugi non racconta semplicemente Lonzi, la fa parlare.

Accanto all’archivio, il film raccoglie testimonianze di chi l’ha conosciuta da vicino: il figlio Battista Lena, autore delle musiche originali, Nanni Moretti, la scrittrice e femminista Giulia Siviero che sviscera i nodi più cruciali del pensiero di Lonzi, l’artista Suzanne Santoro, la filosofa Maria Luisa Boccia.

Archibugi, pertanto, costruisce un mosaico che tiene insieme la figura pubblica, intransigente, punto di riferimento per artisti e intellettuali, e quella privata, più fragile e contraddittoria. È un metodo che, senza dichiararlo esplicitamente, dialoga con la pratica dell’autocoscienza teorizzata proprio da Rivolta Femminile: partire dal vissuto personale, dalla voce diretta, per costruire un sapere che sia collettivo senza smettere di essere situato.

Registe al Lido

C’è infine un livello che riguarda il contesto in cui il film arriva, e che vale la pena non lasciare come semplice colore giornalistico. Quest’anno, su venti film in concorso alla Mostra, solo uno è firmato da una regista, Woman Unknown di May el-Toukhy. Le Giornate degli Autori, la sezione che ospita Dentro e fuori dal mondo, presentano invece quattordici titoli su venticinque diretti da donne. Portare Lonzi, una delle voci più radicali del femminismo italiano, per decenni ai margini persino della storiografia culturale nazionale, dentro questo scarto strutturale non è un gesto neutro. È quasi la messa in scena, involontaria o no, della stessa domanda che il film pone sul piano teorico: chi si guadagna il diritto di guardare, e chi invece continua a essere solo l'oggetto di uno sguardo che non ha scelto.

Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo rinuncia a spiegare Lonzi dall’esterno, e sta in questo, forse, il suo gesto più coerente: lasciarle lo spazio che lei stessa aveva sempre reclamato, anche a costo di apparire meno rassicurante di un ritratto convenzionale. Il film sarà distribuito nelle sale italiane da Fandango Distribuzione.

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