Anno scolastico 1999-2000, aula computer. Io ed Elena ci connettemmo a C6. Ci scrisse qualcuno come nickname “Nickname”. «Da dv dgt?», chiedemmo noi. «Come sono i tuoi capezzoli?», rispose lui. Non sapevamo che potevano essere turgidi, pulsanti, frementi e altre robe da sexting che avremmo imparato con l’età e le cattive letture
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani e in edicola
Qualche anno fa la mia fisioterapista se ne fregò di qualsiasi segreto professionale per parlarmi del lavoro di un’altra sua paziente che veniva al mio stesso orario: era rappresentante di una ditta che vende sperma di toro agli allevamenti.
La terza volta che ci incrociavamo aveva portato anche un depliant: nella prima parte, le razze di bovini in vendita per venire incontro alle esigenze dell’allevatore (insomma, se da carne o da latte); nella seconda, i tori suddivisi per razza e per prestazioni produttive per scegliere di quale si voleva acquistare una fiala di seme.
Onestamente, tra quel depliant e una qualsiasi app di incontri l’unica differenza è che i tori non riempiono i messaggi privati delle vacche con frasi come: «Sia chiaro che io non ho tempo da perdere con ragazze che fanno le preziose».
Il vantaggio di stare con la stessa persona da molti anni è che non sono dovuta passare per le app di incontri, ma non significa che non abbia avuto il mio bel daffare nella gestione di conversazioni amorose online, spesso avviate dalla controparte senza verificare la mia volontà a partecipare. In realtà la mia prima conversazione con uno sconosciuto su internet è stata proprio di questo tipo, e non sapevo sarebbe stata il modello per molte altre.
In aula computer
Nell’anno scolastico 1999-2000 ero in terza media in una classe di ragazzini pacifici, così bravi che spesso in caso di supplenze venivamo parcheggiati davanti a un televisore con la videocassetta di un film sulla Seconda guerra mondiale. Ma col nuovo millennio il parcheggio divenne l’“aula computer”, una sala grande il doppio di un’aula normale, con delle scrivanie minimaliste (dei tavoli con gli spigoli arrotondati, per evitare che possibili spintoni tra preadolescenti diventassero una strage) tutte poggiate contro i muri grigi e beige.
Chi avrebbe pensato che qualche decennio dopo quei colori sarebbero diventati un trend nell’arredamento, con tanto di portmanteau “greige”, e che guardare le case delle Kardashian mi avrebbe fatto venire l’ansia per un inesistente compito di matematica. Le scrivanie erano poco più di una decina, e su ognuna lo spazio era occupato da torrette che sembravano degli scaldabagni informatici – sia per le dimensioni che per il calore che emanavano, nonostante l’estenuante lavoro di quelle povere ventole – e schermi profondi il doppio dei pollici disponibili.
Essendo 24 alunni, ci siamo liberamente disposti a coppie o terzetti davanti al meglio che la scuola pubblica poteva offrirci in termini hardware, ma era il software a interessarci, in particolare la possibilità di collegarci a internet.
Credo che la gestione dei cavi per elettricità e connessione fosse la vera ragione per cui i computer se ne stavano in punizione contro le pareti, sicuramente non era per permettere a un adulto di comparire alle nostre spalle in ogni istante per vedere cosa stesse succedendo sugli schermi, visto che non si è mai visto nessuno interessarsi a quello che stavamo facendo. Ho l’impressione che gli adulti si siano resi conto del pericolo di una connessione internet quando “gli adulti” siamo diventati noi.
C6
In quella noiosissima mattinata greige io ed Elena, tra le mie compagne di classe preferite, ci eravamo affrettate a connetterci a C6, una delle prime chat programmate in Italia, che solitamente usavamo tra di noi nel pomeriggio per scriverci quanta poca voglia avevamo di fare i compiti, ma che in questo caso avremmo usato per comunicare con qualcuno che non conoscevamo, lasciando la disponibilità a chiunque di contattarci, o, per meglio dire, contattare uno dei nostri nickname, unica nostra informazione disponibile in un’epoca in cui stare su internet con le proprie informazioni reali era roba da gente con poca fantasia oppure da mitomani, due caratteristiche che contraddistinguono l’esperienza online contemporanea.
Decidemmo di usare il mio nickname, “Sailorkia”, unione tra il mio manga giapponese preferito Sailor Moon e l’abbreviazione del mio nome. Oggi, a 39 anni, questo nome mi fa sentire un misto di imbarazzo e tenerezza, ai tempi invece mi sembrava incredibilmente arguto. Appena inserito il mio nickname e password, ci scrisse immediatamente qualcuno che neanche si era preso la briga di cercare un nome arguto come il mio, lasciando come nickname “Nickname” e qualche numero casuale per distinguerlo dagli altri che avevano fatto pigramente la stessa scelta.
Io ed Elena sapevamo cosa si doveva fare: scrivemmo subito «Da dv dgt?», un’abbreviazione di «Da dove digiti?» inutile visto che non aveva nessun vantaggio economico o defaticante scriverlo così, come poteva essere nel caso degli sms scritti da un cellulare con la modalità T9 (tutte cose incredibilmente moderne per un incredibilmente breve periodo). Volevamo ostentare del savoir faire digitale. Alla domanda non seguì una risposta, ma un’altra domanda: «Come sono i tuoi capezzoli?».
Ci sono moltissime osservazioni che oggi mi verrebbero da fare su questa interazione: la prima, la più Moige, è quanto sia pericolosa l’esposizione dei giovani su internet, assediati dai pervertiti; la seconda è che in quel momento eravamo in un’aula di una scuola media, quindi l’orario di questa conversazione era tra le 8 del mattino e l’una del pomeriggio, chi si mette a fare queste domande al mattino senza nemmeno la decenza di capire chi ha di fronte?
Forse dall’altra parte c’erano altri ragazzini di un’altra scuola media abbandonati come noi in un’aula computer greige, ma più probabilmente c’era un pervertito con premura.
Similitudini
L’unica osservazione che avevamo da fare a 13 anni era: ma che domanda è? Sapevamo dell’esistenza del sesso e di tutte le sue criticità, imparate grazie al bombardamento di informazioni sull’Aids e tutte le altre malattie veneree molto in voga negli anni Novanta.
Avevamo anche visto certi fumetti apocrifi, tenuti in angoli nascosti della nostra fumetteria di fiducia, in cui a quelle guerriere Sailor che tanto mi piacevano un qualche nemico dallo spazio faceva spuntare degli enormi peni con cui finivano per divertirsi tra loro, pure con il nemico dallo spazio, che alla fine così nemico non era. Si capiva che i fumetti in questione non erano originali perché l’autrice Naoko Takeuchi ha sempre disegnato le guerriere Sailor con fianchi stretti e seno piccolo, a dir tanto una seconda coppa B, invece queste avevano delle tette enormi, che non voglio neanche pensare al mal di schiena.
Se la scienza ci aveva insegnato che il sesso era per lo più malattie, i fumetti ci avevano insegnato che esisteva anche il piacere e stava in grosse tette e grossi cazzi. Non eravamo scese nello specifico, e poche cose sono più specifiche dei capezzoli. Mica sapevamo che i capezzoli potevano essere turgidi, pulsanti, frementi e altre robe da sexting che avremmo imparato con l’età e le cattive letture.
Per noi i capezzoli potevano essere solo una cosa: due. Se erano di più o di meno era roba da dottori. Noi volevamo rispondere per la curiosità di capire dove sarebbe andata a parare una conversazione partita con una domanda così stupida, e, visto che ci trovavamo nello stesso spazio anatomico delle tette, pensammo con lo stesso gigantismo:
«Grossi»
«Grossi quanto?», rispose immediatamente NicknameNumeriacaso.
Ma quanto possono essere grossi dei capezzoli? Non ne potevamo più di questo tizio, la cui insistenza aveva fatto schizzare il pervertometro ai massimi livelli, perché non saremo state esperte di semantica erotica, ma a riconoscere un pervertito te lo insegnano presto. Solo che non potevo lasciare questo tizio a crogiolarsi nella sua erezione, volevo lasciarlo con un’immagine che facesse capire l’idiozia della domanda, che resta idiota pure riletta alla soglia dei 40 anni. Risposi con la similitudine più efficace che mi venne in mente:
«Come i wurstel sulle pizze».
Fu Nickname a scollegarsi senza neanche una reazione. Ma a pensarci cosa c’è di più lascivo di una pizza coi wurstel? Forse una con i wurstel e le patatine, ma quella è roba da pervertiti.
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