Un memoir ma anche una denuncia sociale. Una storia intima ma anche un racconto corale. Quello della Cina che cambia e di una generazione di giovani disillusi in cerca di nuove prospettive di lavoro. In cerca di sé stessi. Schiacciati in un sistema che sembra lasciare sempre meno possibilità di gratificazione personale. Consegno pacchi a Pechino di Hu Anyan è questo e molto altro.

Uscito in Italia per Laterza (traduzione di Federico Picerni), il volume restituisce uno spaccato della Cina contemporanea, intersecando dinamiche globali: lo sfruttamento dell’economia delle piattaforme, il precariato come nuova normalità, e l’incertezza fronteggiata da molti giovani. Ben oltre 11 milioni quelli che ogni anno escono dalle università cinesi in cerca di un lavoro.

Un fenomeno letterario 

Dalla sua pubblicazione nel 2023, il libro ha venduto quasi due milioni di copie in Cina e all’estero, venendo distribuito in oltre venti paesi e tradotto in almeno quindici lingue. Un fenomeno letterario del tutto inatteso per un’opera che, come suggerisce il titolo, ha poche pretese: raccontare la vita di un rider, uno tra i tanti che sfrecciano nelle metropoli cinesi.

Hu nasce a Guangzhou nel 1979 da una famiglia di origini contadine. Studia riparazione di elettrodomestici. Nel 1999, comincia un tirocinio come cameriere in un hotel a quattro stelle, con turni di otto ore al giorno. Dopo sei mesi, se ne va. Viene assunto in un negozio di abbigliamento, in una stazione di servizio, da un grossista di gelati, come fattorino per un fast food e in un piccolo studio di rendering architettonici. Segue un corso serale di design pubblicitario.

Poi la passione per i manga e il trasferimento a Pechino: il tentativo di emanciparsi economicamente, ma anche di trovare appagamento personale. «Stavo cercando di raggiungere il tipo di vita a cui aspirano la maggior parte delle persone: sposarmi, avere figli, guadagnare», spiegava a febbraio in un’intervista al South China Morning Post, la prima dall’uscita del libro.

In tutto Hu ha cambiato oltre 19 lavori in venti anni, svolgendo i massacranti turni 996, dalle nove del mattino alle nove di sera, sei giorni alla settimana. Ma a segnarlo è soprattutto il periodo tra il marzo 2018 e il novembre 2019, quando, ormai quarantenne, viene assunto come rider in una ditta di Pechino. Qui capisce come nessuno sia indispensabile: chiunque è sostituibile in un sistema che massimizza il guadagno troppo spesso senza tenere conto della minima dignità umana. L’autostima viene percepita come un rischio da chi vuole innanzitutto stabilità e obbedienza.

Ma la denuncia non è mai esplicita, il racconto parla da sé: la ripetizione dei gesti, la stanchezza fisica, la privazione del sonno che rende i lavoratori irritabili, quasi indifferenti alle sofferenze altrui. Anche quando l’istinto di sopravvivenza vorrebbe una maggiore compartecipazione alle sventure comuni, a prevalere è una freddezza velata di sarcasmo.

In parte è il risultato di quella diffusa apatia che inaridisce i rapporti umani: il datore di lavoro non ha voglia di investire in chi potrebbe presto andarsene; il subordinato tende a portare a termine l’incarico svogliatamente e senza impegno. «Non cercavo traguardi, perché sapevo di non poter raggiungere nulla di significativo», confessa l’autore. L’ironia pungente è però anche l’effetto di una straordinaria lucidità intellettuale: Hu condivide le ansie e le frustrazioni dei colleghi, eppure sembra osservare con consapevole distacco quanto vede tutti i giorni. La competizione per la sopravvivenza – racconta – diventa «un gioco a somma zero» tra squattrinati.

Il rifugio

Alienato da un lavoro che non lo interessa, è proprio nella scrittura che Hu trova rifugio. Al SCMP ricorda la folgorazione per Il giovane Holden di J.D. Salinger: «Fu un punto di partenza per me consideravo la letteratura e l’arte pure, sublimi, una direzione importante per la civiltà. Decisi che avrei fatto parte di questa grandezza, solo una parte insignificante, ma pur sempre parte di qualcosa di grande. Volevo vivere una vita che non fosse un fallimento totale. Volevo dimostrare di aver vissuto, di aver lasciato un piccolo segno».

Di fronte alla costrizione materiale, la scrittura diventa così una forma di liberazione mentale e realizzazione personale. Poi la svolta: nel 2020, un post online in cui racconta la sua esperienza di rider diventa virale, attirando l’attenzione del mondo letterario. Nasce Consegno pacchi a Pechino, un’opera brillante che parla ai molti giovani sempre meno attratti dai ritmi totalizzanti dei settori tradizionali e più inclini ad apprezzare la flessibilità della gig economy. Forse il motivo del suo incredibile successo è proprio questa capacità di tradurre in un linguaggio semplice le esigenze della contemporaneità.

Oggi Hu è uno scrittore a tempo pieno. Ha pubblicato altri due libri autobiografici, inserendosi nel solco della cosiddetta letteratura operaia: un genere che in Cina ha conosciuto un’esplosione a partire dagli anni Ottanta per effetto delle riforme di mercato, della crescita industriale e della contestuale massiccia migrazione di manodopera dalle campagne verso le città. Complice la scelta di un taglio depoliticizzato incentrato sull’etica del duro lavoro che consente di farcela nonostante le difficoltà. Un messaggio di incoraggiamento alle generazioni future, che non dispiace nemmeno ai leader di Pechino.

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