Alex Ross, per trent’anni critico musicale del New Yorker, ha deciso di lasciare quel ruolo. La forma quasi di lutto collettivo che ha accolto il suo annuncio nel settore ci costringe a interrogarci su questa forma di scrittura. E su come deve cambiare
Alex Ross è stato per oltre trent’anni critico musicale del New Yorker, una delle voci più autorevoli e note anche fuori dai confini americani. Lo dicono i numeri che accompagnano i suoi tre volumi più conosciuti: The Rest Is Noise, ad esempio, è stato bestseller del New York Times, del Los Angeles Times e del Boston Globe, ed è stato tradotto in 15 lingue.
Qualche giorno fa, il giornalista americano ha deciso di lasciare il ruolo di critico musicale, pur restando staff writer della rivista, per dedicarsi ad altri temi. Fa un po’ sorridere, ed è indicativo, il tono con cui la notizia sta circolando su alcuni giornali: sembra quasi che Ross sia improvvisamente mancato, lasciando un velo di tristezza e un vuoto fastidioso.
Chi lo ha letto in questi anni, ha potuto cogliere il suo talento più raro: far sentire, con le parole, la forza espressiva della musica descritta, fino a indurre il lettore ad ascoltare quella partitura. È la capacità di attivare il motore della curiosità, che bilancia una lettura non sempre agevole. Anthony Tommasini, suo omologo al New York Times, è sempre stato immediato; Ross, invece, costringe a non perdere un passaggio, a rinunciare a capire subito tutto e, soprattutto, a tornare alla musica dopo aver letto le parole.
Nel suo fare “critica”, Ross non solo offre la storia di una composizione, l’atmosfera di un concerto o il retroterra di un interprete, ma cerca l’elemento che rende unica un’interpretazione. Tanti lo fanno usando aggettivi e metafore a caso, a volte dicendo anche banalità, egli scava più a fondo, restituendo a chi legge la vita interiore dell’esperienza musicale.
Nelle sue innumerevoli pubblicazioni (splendidi, in particolare, i suoi profili apparsi sul New Yorker), risalta una grande attenzione per la musica del Novecento e contemporanea. A Ross si deve l’aver acceso un faro su compositori poco eseguiti e valorizzato la nuova musica, strenuamente convinto che dal nuovo passasse la possibilità di apprezzare anche l’antico.
Molte istituzioni musicali hanno seguito i suoi consigli; altre meno, persuase che la musica sia qualcosa di fermo, che non viva e non si sviluppi nel presente. Ross ha superato i confini dei generi musicali affrontando Bob Dylan, i Radiohead e Björk come fossero Mozart, Sibelius o Britten, con rimandi e legami che solo la sua genialità è riuscita a cogliere.
Una scossa salutare?
Nel febbraio 2007 Arthur Sulzberger, editore del New York Times, disse: «Non so davvero se tra cinque anni stamperemo ancora il Times». La dichiarazione riaccese un antico dibattito. Nel 2004 Philip Meyer, studioso americano di editoria, aveva calcolato che, prolungando la curva del calo dei lettori, i quotidiani di carta avrebbero esaurito il loro pubblico intorno al 2043; qualcuno ne ricavò l’immagine dell’ultimo lettore che getta via l’ultima copia sgualcita.
In America la discussione sarebbe continuata a lungo, e anche Anne Midgette – prima donna a firmare con regolarità critiche musicali sul New York Times, poi critico del Washington Post – ipotizzò che molti anni prima della data indicata da Meyer la critica musicale sarebbe già morta.
In Italia, su questo punto il parere degli addetti ai lavori è unanime: lo spazio dedicato alla classica è sempre più risicato, spesso delegato all’ultimo redattore, quando non all’intelligenza artificiale. Serve roba che ottenga click, crei dibattito, fidelizzi lettori. La classica sembra non sfondare. Sui giornali sono sparite le rubriche di musica e l’avvento dei social e dei giornali online ha permesso al semplice spettatore di elevarsi a critico.
Anche perché, come nel 2014 scriveva profeticamente su Cultura karaoke Dubravka Ugrešić, la scrittrice croata, naturalizzata olandese, il critico si riduce volontariamente a spettatore, con recensioni sempre più simili, anche nel linguaggio, alle opinioni dell’ascoltatore comune. Ecco allora tanti critici restii a prendere posizione perché immersi in contesti dominati da piccoli favori, ospitate, agenzie e amicizie; spesso perfino ignari (e schizzinosi) di quanta ottima musica esista nel pop, nel jazz, nell’elettronica.
Chissà che il “pensionamento” di Ross non possa dare una scossa salutare. Nel 2017, con l’ironia travolgente che gli appartiene, ha scritto così: «I critici possono, tuttavia, fare un certo bene lungo la strada verso la dannazione. Possono aprire mondi nuovi nella mente dei lettori; una frase scritta di sfuggita può accendere un amore che dura tutta la vita».
Ecco dove sta il punto. Possiamo continuare a dare la colpa all’ignoranza, alla mancanza di fondi, al disinteresse; oppure iniziare a chiederci perché le nostre parole non interessano più, che cosa sia necessario cambiare, e perché ora che Alex Ross non scriverà più di musica ci sentiamo tutti un po’ più vuoti.
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