Lo dico subito: questo è un libro non necessario. Cronache dall’Italia nascosta di Ivan Carozzi (Blackie Edizioni, 20 euro) è un gioiellino il cui mancato acquisto non fa sentire in colpa, non causa la fomo né altri tipi di ansia da prestazione intellettuale. Si continua a dormire beatamente, con la coscienza a posto, e al risveglio ci si guarda allo specchio senza problemi. Lo stesso autore non fa nulla per convincermi della “necessarietà” della sua opera quando, un pomeriggio di settembre che fa ancora un caldo, lo incontro per caso in una gelateria: è tutto un «Mah…», un minimizzare che, dopo aver letto il libro con gran gusto, non posso che attribuire all’indole schiva di Carozzi, per niente incline alla mitomania o all’autoincensazione.

Anche Enrico Deaglio, che ne ha scritto la prefazione, definisce il libro «delizioso» e poi «un ristoro, una lentezza necessaria, un riprendersi il tempo» ma mai usa l’Aggettivo Fine Di Mondo «necessario». Mi siedo con Carozzi e gli chiedo se, con un libro così, si è preparato a rispondere alla domanda che gli verrà fatta, immancabilmente, a ogni presentazione. «Ovvero? Che domanda?», mi chiede. «Ovvero: tutti ti chiederanno qual è la tua storia preferita». «Ah già».

Una raccolta di storie

Come si intuisce dal titolo, Cronache dall’Italia nascosta è una raccolta di cronache dall’Italia nascosta: ottanta storie apparentemente minime, eventi pochissimo noti, quattro o cinque per ognuna delle regioni italiane, chicche ritrovate nelle soffitte impolverate della provincia, luoghi dove i boschi, al contrario di quelli cittadini al passo coi tempi, sono ancora orizzontali.

E l’autore non solo non fa nulla per nasconderlo ma lo sottolinea, ne fa tema poetico, come nella «carta d’identità sentimentale» che dedica a ogni regione, nella quale, tra i tratti somatici (abitanti, reddito medio pro capite, cognomi tipici, spirito guida, edifici e luoghi simbolo, scene madri, espressioni peculiari) ci mette anche gli «alberi degni di nota», vegliardi centenari, alcuni millenari, creature affettive che a volte hanno anche un nome.

Carozzi ha un talento stupefacente per scovare storie bizzarre e abbandonate e dimenticate, alcune avvolte nel mistero, leggende non metropolitane, personaggi strambi, eccentrici, puri, percorre tratturi poco battuti, quasi invisibili, che però, a volte, incrociano l’autostrada della Storia: ne risulta una camera delle meraviglie e delle curiosità provinciali, ognuna delle quali si prende giusto lo spazio di poche pagine, tracciando un viaggio in un’Italia altra.

L’ashram di Cisternino 

In onore delle mie origini Carozzi mi racconta le quattro storie che ha trovato in Puglia: quella incredibile degli ebrei di San Nicandro; una fotografa di tarantate; la vicenda grottesca di un ambulante che si è rovinato la vita nel giorno in cui credeva di averla svoltata, una domenica del 1981 in cui azzeccò un 13 al Totocalcio da oltre un miliardo… E poi c’è la storia «dell’ashram di Cisternino…».

Caso vuole che io sia proprio di Cisternino, quindi dell’ashram dedicato a Babaji e fondato da Lisetta Carmi so tutto e posso addirittura permettermi di raccontare a Carozzi una sorta di spin-off del suo racconto, ovvero gli eventi surreal-apocalittici che ebbero luogo a Cisternino il 12 dicembre del 2012, risultato dell’accrocchio tra la storia che avevo sentito fin da bambino (con Babaji che sarebbe apparso in sogno a Lisetta Carmi chiedendole di costruire un ashram proprio a Cisternino perché il luogo sarebbe energeticamente protetto dalle forze del male), e una profezia Maya secondo cui la fine del mondo sarebbe arrivata alla mezzanotte del 21 dicembre 2012 e che a salvarsi sarebbero stati solo tre luoghi al mondo, uno dei quali era appunto Cisternino e per gli stessi motivi già svelati da Babaji.

Il giorno fatidico, in paese sembrava di essere quasi in quella scena de La dolce vita, con le telecamere e i riflettori e la telecronaca e la folla suggestionata che, sotto il diluvio, segue i due bambini che dicono di vedere la Madonna: parcheggiati in divieto di sosta davanti all’ingresso del centro storico fecero la loro comparsa i furgoncini delle emittenti nazionali, con antenna parabolica per trasmettere la fine del mondo in diretta tv mentre gli inviati battevano il paese a caccia di vox populi e dichiarazioni memorabili del sindaco sullo sfondo dei vicoletti pittoreschi, solitamente deserti in quel periodo dell’anno ma quella sera affollati di gente che, sperando di salvarsi dall’apocalisse, nel frattempo ne approfittava per farsi la gitarella fuoriporta in Valle d’Itria.

Ovviamente, essendo la fine del mondo così prossima al Natale, la faccenda apocalittica si risolse a tarallucci e vino, più precisamente a pettole e vino cotto (prodotti locali tipici del periodo natalizio) venduti dalle bancarelle, qualche fuoco d’artificio e poi tutti a letto ché il giorno dopo si lavorava.

«Questa non la sapevo», mi risponde Carozzi, che detto da lui è una medaglia al merito di cui mi vanterò con gli amici. Mi pare sia uno degli effetti del libro: leggerlo fa riaffiorare i ricordi di vecchie storie che pensavamo dimenticate, fatterelli curiosi, leggende locali o personaggi singolari che l’operazione nobilitante compiuta da Carozzi ci permette di guardare sotto un’altra luce, riconoscendone il valore e la dignità. Merito anche di una scrittura limpida che al facile sarcasmo e al cinismo preferisce la compassione.

Ingannare il motore di ricerca

«E quindi, per tornare alla domanda: qual è la tua storia preferita?». Carozzi ci pensa su: «È quella legata all’omicidio Matteotti…». E mi racconta che una sera sta guardando un documentario che ricostruisce il tragico episodio, quando viene fatto il nome dell’uomo a capo della squadraccia fascista che rapì e uccise il deputato socialista, tale Amerigo Dumini, uno che, come ha riferito Emilio Lussu, amava presentarsi con la formula «Dumini, nove omicidi!». A quel punto una domanda bussa alla sua curiosità: «Mi sono chiesto, ma i figli di un uomo del genere che persone saranno, che cosa avranno fatto della loro vita, che percorso avranno seguito?». La risposta alla fine l’ha trovata: stava in una grotta sperduta nella campagna laziale.

Pur non necessario, il libro può però rivelarsi molto utile per mandare in tilt il sofisticato sistema di spionaggio legalizzato di cui le grandi aziende tecnologiche si servono per fare inferenze e tracciare il nostro profilo e i nostri interessi sulla base dei siti che visitiamo e delle parole che inseriamo nei motori di ricerca (il cui effetto immediato è di venire bombardati da banner che pubblicizzato quello che abbiamo appena cercato): è molto difficile, infatti, leggere Cronache dall’Italia nascosta senza cedere alla curiosità di fare delle ricerche nell’internet per scoprire cosa c’è in quella grotta della campagna laziale, per rivedere il vecchio spot della Grappa Bocchino con Mike Bongiorno in cima al Cervino, o cercare immagini della “Biglia A 14 km 50”…

Chissà che idea si sarà fatta di me il noto motore di ricerca dopo che per due giorni gli ho chiesto cose come “Owenscorp Bar”, “Elea 9003”, “Pupazza frascatana”, “olosemantica tematica”, “Telecittà Studios”, “Buco del piombo”, “Hotel Eko”, “ulivo di Sant’Emiliano”, “Utopiaggia”, “birillo rosso di Foligno”, “Sequoia di Faè”, “casa nonni di Madonna, “Cocullo serpenti”, “Concetta Mobili”…

Mi piace immaginarlo così, il motore di ricerca spione: talmente disperato, mentre cerca di capire con quali banner pubblicitari ammorbarmi, che inizia a ripetere Giro giro tondo come Hal9000 prima di morire; oppure allarmatissimo, che invia un dossier sul mio conto al centro segreto di controllo del mondo, dove stanno Quelli Che Non Vogliono Farci Sapere Le Cose e ci manipolano con le scie chimiche, a cui segnala la minaccia di un utente che, da due giorni, sta ficcando il naso in faccende parecchio sensibili e sembra sulla strada giusta per arrivare a scoprire la verità su cosa è davvero necessario.


Cronache dall’Italia nascosta (Blackie, 2025) è un libro di Ivan Carozzi

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