A Civitacampomarano in Molise si tiene ogni anno Cvtà, il festival di street art nato grazie ad Alice Pasquini che ha trasformato il piccolo borgo in una destinazione dell’arte contemporanea. Quest’anno il festival inaugura il 27 e 28 giugno un nuovo progetto: la Galleria No Panic che nasce per dare una casa permanente a un’esperienza collettiva che negli anni ha trasformato un piccolo paese in un punto di riferimento internazionale per l’arte contemporanea.


Di solito un festival dura qualche giorno. A Civitacampomarano dura ininterrottamente da undici anni. Chi si sarebbe aspettato che un piccolo borgo del Molise diventasse un punto di incontro per artisti arrivati da tutto il mondo?

L’ultima volta che ero stata qui ero bambina. Ricordavo i vicoli stretti, il castello, le case di pietra. Poi, molti anni dopo, mentre ero a New York, ricevetti una mail da una ragazza del paese. Mi invitava a realizzare un intervento artistico proprio nel borgo che mio nonno aveva lasciato tanti anni prima.

Quando tornai, nel 2015, Civita contava poco più di quattrocento abitanti. Le scuole erano chiuse da tempo, molte case vuote. Come in tanti paesi delle aree interne italiane, la storia sembrava quella di una lenta sottrazione: meno persone, meno servizi, meno occasioni.

Eppure ricordo soprattutto altro. Il tempo. Le chiacchiere davanti alle porte. La disponibilità delle persone. I primi interventi artistici nacquero così, ascoltando i racconti degli abitanti.

«Qui giocavano i bambini, questa era la scuola», mi raccontò una signora indicando un vecchio muro.

Un uomo passando aggiunse: «Disegna quello che non c’è più. Così almeno resta».

Da quei dialoghi nacquero le prime opere e poi il festival.

Negli anni sono arrivati artisti da tutto il mondo, selezionati non solo per la loro ricerca, ma per la capacità di entrare in relazione con il luogo. All’inizio pensavo soprattutto ai muri. Oggi credo che la cosa più interessante accaduta in questi dieci anni abbia poco a che fare con i muri.

Tornare 

Anno dopo anno, Civita è diventata un luogo di incontro. Persone molto diverse hanno iniziato a tornare.

«Di solito dipingo e poi vado via», mi disse un’artista durante una delle prime edizioni. «Qui invece torno davvero».

Molti degli artisti passati da qui continuano a tornare anche fuori dal festival. Alcuni hanno acquistato una casa nel borgo. Altri trascorrono qui lunghi periodi. Altri ancora restano legati al paese e alle persone conosciute durante il progetto.

Nel frattempo anche il paese è cambiato. Sono riaperti spazi che sembravano destinati a restare chiusi. Oggi ci sono un bar, una gelateria, un ristorante, perfino un bancomat. Sarebbe ingenuo attribuire tutto questo al festival, ma sarebbe altrettanto sbagliato non riconoscere il ruolo che la cultura può avere nel rimettere in circolo energie, relazioni e possibilità.

Per qualche giorno all’anno, in un luogo dove la scuola non c’è più da tempo, si crea una sorta di laboratorio diffuso. Non ci sono aule né cattedre: ci sono bambini che osservano gli artisti al lavoro, artisti che ascoltano gli abitanti, competenze e storie che si scambiano senza gerarchie.

Il festival finisce, ma molte di queste relazioni continuano.

Oggi, nell’undicesimo anniversario, la domanda è diventata un’altra: come dare continuità a ciò che si è creato?

La galleria e il progetto delle residenze nascono da qui. Dall’idea che Civita possa essere non soltanto il luogo di un appuntamento annuale, ma uno spazio di produzione culturale durante tutto l’anno. Un posto dove fermarsi, lavorare, condividere idee anche nei mesi invernali.

Per decenni da paesi come questo si è partiti in cerca di opportunità.

La sfida oggi non è riportare indietro il tempo, ma costruire nuove ragioni per arrivare.

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