Da eretico a scienziato che incarna l’equilibrio tra rigore nella ricerca e interpretazione della Scrittura. In un libro lo storico Massimo Bucciantini ricostruisce le contraddizioni e i tentativi di strumentalizzarlo
Alla conquista di Galileo. Da Napoleone a Giovanni Paolo II, storia di una contesa (Laterza) è un bel libro di Massimo Bucciantini, che spiega come la Chiesa cattolica abbia potuto impadronirsi persino dell’icona di Galileo Galilei, che fu una vera vittima della sua persecuzione, a dispetto del conflitto plurisecolare tra scienza e potere religioso.
Bucciantini, storico di razza, ha il pregio di saper resuscitare figure e testi dimenticati, come quel professore dello Studio della Sapienza di Pisa, Paolo Frisi, che per primo dimostrò, nel 1764, che le resistenze della Chiesa alla libertà di ricerca e i divieti patiti da Galilei erano state le cause della decadenza culturale e dell’arretratezza civile italiana, mentre la libertas philosophandi, goduta da Newton e da altri scienziati, aveva gettato le basi del progresso dei paesi europei.
Religioso e illuminista, Frisi contribuì alla lotta dei fratelli Verri e di Cesare Beccaria contro l’Inquisizione (che ha perseguitato Galilei), la tortura e la pena di morte. Si trattava di riabilitare Galilei, certo, ma anche di affrontare una terribile questione politica, la cui portata non sfuggì agli avversari dei Lumi, come il teologo cattolico Anselm Desing e il frate veneziano Ferdinando Facchinei, che accusò addirittura Beccaria di essere «un socialista».
Tra libertà e restaurazione
Consumato il secolo dei Lumi, Bonaparte s’inventò il progetto di documentare la storia universale dei progressi dello spirito umano concentrando nella capitale imperiale documenti, opere d’arte e manoscritti, attraverso mostruose spoliazioni delle città europee conquistate: così il progresso della Ragione si rovesciava in dispotismo, e il dossier processuale di Galilei dal Sant’Uffizio prendeva la via di Parigi (per poi tornare, dopo anni, a Roma, per vie ignote). Sino alla vigilia della rivoluzione del 1848, Parigi, grazie a letterati come Michelet ed Edgar Quinet e artisti come Fleury o de Daumier, fu il teatro delle rappresentazioni del «mito politico» laico del genio perseguitato e torturato,
Erano tempi di altri “scontri di civiltà”, quello tra libero pensiero e restaurazione teologica e politica: alla denuncia della persecuzione di Galilei sarebbe ricorso, ancora nel 1850, Victor Hugo, per combattere la legge Falloux sull’insegnamento religioso nelle scuole di Stato e il ritorno dei gesuiti. Anche il Risorgimento italiano ricorse a quel mito, e Guglielmo Bruto Libri, professore di matematica nell’Ateneo pisano e poi al Collège de France, ne scrisse per «vendicare l’onore dell’Italia presso gli stranieri e dire la verità agli italiani», in una formidabile Histoire des Sciences Mathématiques en Italie. Di lì a poco, nel fuoco di un’altra rivoluzione, quella della Repubblica romana del 1849, ripartì la caccia alle carte del processo, e si proclamò Galilei l’«apologeta del vero» e vittima della Chiesa. Sino agli anni Ottanta dell’Ottocento, insomma, e anche nella memoria pubblica della nuova Italia unita, dominò il Galilei perseguitato, simbolo del libero pensiero.
Ora questa rappresentazione patriottica di Galilei, simbolo della libertà di ricerca perseguitata dall’alleanza tra Chiesa e assolutismo, implicava un’immagine della patria fondata sulle libertà di pensiero e costituzionali. Quel patriottismo non fu nazionalismo, inteso esclusivamente come stirpe, discendenza, sangue: Saffi, Mazzini, Cavour non erano Volpe, Gentile, Mussolini. Se infatti si riduce – come fanno certi storici – il Risorgimento a un’ideologia nazional-patriottica proto-razziale, la conseguenza è di amalgamare il Galilei degli illuministi e quello degli scienziati dell’Ottocento al Galilei del fisico Garbasso, che fu sindaco nazionalista di Firenze, organizzatore del Museo fiorentino della scienza e senatore fascista, che volle servire alla propaganda di regime il mito di Galilei capostipite della genialità della stirpe italica, dunque dell’identità nazionale. Stereotipi che oggi, ammuffiti, riemergono.
“Bancarotta della scienza”
Poi la Chiesa tornò alla ribalta. Nel contesto culturale di fine Ottocento, tra irrazionalismo, misticismo e polemica neo-spiritualistica contro la cosiddetta “bancarotta della scienza”, un cardinale, che era anche fisico e astronomo, Pietro Maffi, divenne vescovo nella città di Galilei, Pisa. Qui si distinse nelle sue omelie, ma anche dinamico organizzatore delle prime associazioni cattoliche in chiave antisocialista, e lanciò il progetto di un monumento nella Piazza dei Miracoli a ricordo di Galilei, “scienziato cristiano” che avrebbe accettato con rassegnazione la sentenza del Sant’Uffizio. C’era un disegno in quella proposta (abortita): se la scienza moderna era nata con la Scolastica nella Sorbona del XIII secolo, alla filosofia scolastica essa doveva tornare, in funzione di un nuovo accordo di subordinazione del metodo sperimentale alla teologia.
In Europa dilagavano idealismo e neo-spiritualismo, e la Chiesa doveva trarne profitto: così pensava Maffi e affermò anche Agostino Gemelli, che ebbe l’idea di far promuovere dalle autorità della Chiesa un libro celebrativo di Galilei in occasione del terzo centenario: libro commissionato, ma bloccato da una nuova censura gesuitica. Solo all’epoca del Concilio Vaticano II il libro di monsignor Paschini (l’autore) venne finalmente pubblicato, ma censurato, ammorbidito nei giudizi e manipolato. Beffa finale: venne però usato come scudo per respingere l’onesta domanda di riparazione dell’ingiustizia commessa ai danni di Galilei, proveniente da teologi e scienziati. Insomma: neppure con la svolta conciliare la riconquista cattolica di Galileo rinunciò ai capisaldi della linea tradizionale: Galilei a processo non aveva portato le prove dell’eliocentrismo, e i gesuiti non erano stati responsabili di persecuzione.
Così, alla fine, Giovanni Paolo II ne avrebbe fatto il campione dell’armonia tra rigore scientifico e Scrittura correttamente interpretata: quell’armonia essenziale, a detta del successore Joseph Ratzinger, per affermare alla fine del Novecento l’identità della civiltà cristiana in crisi. «Vivere la fede che proviene dal Logos, dalla Ragione Creatrice» in modo aperto «a tutto ciò che è veramente razionale»: dietro, anzi dinanzi la formula c’era l’esplicito disegno di ribaltare quello che Ratzinger bollava come Illuminismo radicale, cioè il razionalismo, il realismo, il materialismo. Disegno lucido, quanto ambiguo: oggi la Chiesa non contesta più – come fece a Galilei – la libertà di ricerca (filosofare in naturalibus), ma ribadisce che la scienza stessa, in ragione della sua natura speculativa, è anche materia di fede.
Bucciantini, qualche tempo fa, scrisse Siamo tutti galileiani, un libriccino delizioso. Galilei oggi replicherebbe: «Niente è come appare».
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