Sarajevo, Kigali, Srebrenica, Tel Aviv, Jenin, Baghdad, Istanbul, Beslan, Gaza, Bentalha e Kabul sono sotto assedio. È il 2006 quando Virgilio Sieni decide di mettere in scena, sotto forma di cerimonia danzata, Sonate Bach: undici coreografie costruite intorno a undici date emblematiche di conflitti che, tra la fine del XX secolo e l’inizio del terzo millennio, si sono abbattuti sui civili. Una dedica ai corpi ritratti nelle centinaia di fotografie dei reporter di guerra, immagini che oggi, a distanza di vent’anni, arrivano da altri luoghi, perpetuando l’orrore.

Sonate Bach parla dunque al presente e torna in scena al Teatro Ambra Jovinelli di Roma il 19 gennaio, per l’apertura di Scintille, la stagione danza 2026 del Centro Nazionale di Produzione della Danza Orbita Spellbound, con la direzione artistica di Valentina Marini.

«Questa ripresa – afferma Sieni – vuole riportare l’attenzione al dolore degli altri, incarnando centinaia e centinaia di foto in un processo di compartecipazione e compassione. Un lavoro di denuncia ma soprattutto di trasformazione personale, in cui la riflessione sui conflitti modifica anche la postura interiore». 

Questo è il senso ultimo della messa in scena: offrire allo spettatore un’esperienza profondamente catartica.

Un ricamo 

«Scegliere le foto è stato straziante. Le ho selezionate per la loro capacità di porci domande irrisolte. Sono immagini che esprimono soprattutto il sostegno: un padre che regge il figlio morto, un gruppo di amici che trascina un compagno in fin di vita». Le foto entrano nel gesto danzato, come una sorta di ricamo, aprendo a una forma di bellezza fragile e necessaria. La danza diventa così un dono, una continua dedica in memoria, senza voler tradurre o descrivere l’immagine.

«Le fotografie non vengono riprodotte in scena, piuttosto incarnate come atti mnemonici che creano un ponte tra un movimento e l’altro». È proprio nel passaggio della memoria da un’immagine all’altra che si crea la dinamica, lo spostamento. Lo spiega bene Agamben quando parla di Domenichino da Piacenza, coreografo rinascimentale, ricorda Sieni: il vero luogo del danzatore non è nel corpo e nel suo movimento, bensì nell'immagine come pausa carica di memoria e di energia dinamica.

Ma cos’è la danza per Sieni? «Un’indole, una vocazione. Come fossi montato a cavallo di una meteorite e lì fossi rimasto». La sua ricerca artistica, profondamente radicata nella natura umana, parte dal presupposto che tutti sono capaci di danzare. Non è interessato a una danza descrittiva e, a partire dagli anni Ottanta, il suo interesse si concentra su un lavoro fisico che ha a che fare con gli elementi primari dell’essere vivente: la gravità, il peso, la capacità di fare il primo passo, di voltarsi, di allungare le braccia, di toccare e essere toccati e di percepire lo spazio tattile che ci comprende.

«Il corpo del danzatore si muove riscoprendo le sue capacità articolari, non si esprime per figure prevedibili e si avvicina molto all’idea di una marionetta sospinta dal vento. Si muove come noi ma è leggermente diverso. Quel leggermente diverso che Lucrezio indica come origine di tutti gli spostamenti della vita».

Le undici danze seguono la struttura di undici sonate di Bach, un autore a cui Sieni torna spesso nei suoi lavori. «Con Bach sento un forte richiamo per le sue composizioni, ogni volta è come tornare a trovare un amico». La sua musica è estremamente contemporanea, spiega Sieni, perché ha una presa emozionale diretta che crea una geografia di contrappunti con il presente. «È uno dei pochi compositori capaci di creare spazi di luminosità e bellezza in cui il sacro convive con il profano».

Conflitti capitalisti

Lo sguardo di Sieni resta rivolto al futuro. In autunno il coreografo debutterà alla Fondazione Teatro Piemonte Europa con una nuova creazione: Preghiera. In dialogo con Gabriella Ripa di Meana, psicanalista e autrice del libro Tempi di guerra, il lavoro rifletterà sul modo in cui approcciarsi ai conflitti: «Il palcoscenico diventa sì un luogo di condivisione, ma anche motore di uno spostamento interiore. Nella ripetizione rituale dei gesti della coreografia, nella loro forma orante e meditante, c’è l’idea di attivare e disattivare il dolore».

La guerra accompagna l’essere umano da millenni, ma quelle contemporanee – osserva Sieni – hanno a che fare con il predominio capitalistico, con il controllo dei territori. «Pensiamo alla Groenlandia, all’Ucraina. La cultura europea è stata affossata dagli interessi economici, mentre bisognerebbe tornare al senso archeologico della vita, che ci permette di reinventarci».

Accanto al lavoro con i professionisti, Sieni porta avanti da anni laboratori sul gesto, aperti ai cittadini. Una pratica che alimenta il senso di comunità, quella che lui definisce «la comunità del gesto» e che gli restituisce un profondo senso di fiducia. «La speranza mi viene anche dalle donne. Mi capita spesso in questi laboratori di trovarmi da solo davanti a 80 donne, non sai l’imbarazzo! La loro forza sta nell’alleanza, nella predisposizione a mettersi in gioco, a differenza dell’uomo alfa che fa molta fatica a scardinare la postura che ha conquistato».

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