Cinque operai fiorentini portati a morire a Mauthausen per aver scioperato contro il nazifascismo; cinque vedove in cerca della verità; un capofabbrica fascista sospettato di collaborazionismo e un commissario di polizia repubblichino coinvolto nella caccia ad ebrei e antifascisti che, dopo la guerra, farà carriera nelle istituzioni della nuova democrazia.

Sono i protagonisti e le protagoniste di una storia accaduta 82 anni fa nella Firenze occupata, ma cominciata molto tempo prima, in quel clima di violenza e paura che ha permeato la fase conclusiva della guerra.

Il suo epicentro è stato un’area ristretta del cuore cittadino, tra lo stabilimento della Sitca–Cartiera Cini, il commissariato di Santa Croce e le Scuole Leopoldine, divenute, sotto il comando germanico, un luogo di raccolta per i deportati diretti ai lager.

Ciò che di terribile è successo, è rimasto tuttavia per lungo tempo sconosciuto al di fuori di Firenze e della sua provincia: ha infatti “riposato” tra le polverose carte degli archivi e nella memoria delle famiglie, tramandato dai figli ai nipoti e poi ai pronipoti di chi non c’è più.

I cinque lavoratori

Guido Anichini, Tommaso Ciullini, Cesare Mori, Carlo Lumini e Guido Cambi erano cinque operai toscani della cartiera Sitca di proprietà di Neri Farina Cini, industriale e politico vicino al regime. La fabbrica produceva buste, quaderni scolastici, mappe e carta di qualità; aveva una manodopera prevalentemente femminile e, prima della guerra, esportava anche «in Oriente, nelle Indie e in America».

Tra il 1943 e il 1944, però, con il caos che travolse il paese dopo il crollo del fascismo e la firma dell’Armistizio, anche la cartiera, come tutte le attività industriali del centro nord, si trovò ad affrontare una crisi economica così pesante da compromettere la produzione e il lavoro stesso degli operai. Per tutti – compresi Anichini, Mori e gli altri – le condizioni di vita peggiorarono notevolmente, così come l’economia della città, occupata dalle truppe tedesche e sottoposta al controllo e alle repressioni della Rsi.

Così, mentre le forze antifasciste riunite in un Comitato di Liberazione Nazionale avevano già organizzato la Resistenza contro il nemico, nel febbraio 1944 i partiti comunista e socialista proclamarono uno sciopero generale per i primi di marzo. Fermiamo le «belve fasciste e hitleriane» e chiediamo «pace e pane», recitavano i volantini comparsi nello stabilimento.

Tra il triangolo industriale Milano-Torino-Genova, il Veneto, l’Emilia e la Toscana aderirono in tantissimi: i cinque fiorentini e molti altri dipendenti della cartiera seguirono le indicazioni del Fronte Clandestino della Resistenza e incrociarono le braccia il 6 marzo. Ma quell’atto di ribellione rappresentò, per loro, l’inizio della fine.

Il giorno seguente, infatti, arrivò in fabbrica il commissario capo Franco Barone, un chiacchierato funzionario della polizia fascista con la passione per le medaglie e le amicizie pericolose, come quella con il criminale di guerra Mario Carità. Barone disse di essere lì per obbedire a ordini superiori: arrestare le operaie e gli operai che avevano aderito allo sciopero.

Era accompagnato da un centinaio tra carabinieri e poliziotti al servizio del regime fascista, e guidato, nel giro di perlustrazione dei reparti, dal capofabbrica Giulio Santi.

I militari prelevarono quindi 72 donne e cinque uomini, individuati tra coloro che avevano partecipato alla protesta, li condussero con l’inganno alle scuole Leopoldine e li consegnarono ai nazisti. Le operaie furono liberate poco dopo, mentre l’8 marzo i lavoratori vennero caricati su un vagone piombato e deportati a Mauthausen.

Il libro

A raccontare il resto di questa tragica vicenda – che non è certamente morta con loro – è il libro E poi torno anch’io, scritto dalle giornaliste Vera Paggi (Rai) e Lorenza Pleuteri (Osservatorio Diritti) ed edito da Mimesis. Basato su un importante lavoro di ricerca storica, il volume – corredato da un documentario – fa luce sulle vite di Ciullini, Cambi, Lumini, Mori e Anichini, sui fatti che hanno portato alla loro morte e su ciò che è avvenuto dopo: dalle denunce delle operaie della cartiera fino al mancato processo e agli avanzamenti di carriera dello zelante Barone. Grazie alle voci dei famigliari, di nipoti e pronipoti, ripercorre inoltre la lunga lotta per la verità e la giustizia delle vedove, rimaste sole di fronte alle perdite.

E poi torno anch’io è, insomma, un racconto di donne e uomini, di lavoro e repressione, di giustizia mancata e memoria resistente capace di illuminare quella che nella postfazione Lorenzo Tombelli, presidente dell’Aned (Associazione Nazionale ex Deportati nei Campi Nazisti), ha definito «una zona d’ombra che ha gravato a lungo sulla memoria civile del nostro paese».

La ricostruzione fatta dalle autrici, ha aggiunto, ci invita a riflettere sulla «qualità della nostra convivenza civile», sul nostro senso di cittadinanza nel presente. E ci esorta a restare vigili, perché «la libertà non è garantita dalla sua proclamazione, ma dalla nostra capacità di difenderla nelle sue forme più minute, più quotidiane e più esposte. Il vero interrogativo, allora, non è che cosa accadde nel 1944, ma che cosa siamo disposti a fare, oggi, perché quanto avvenne non torni a ripetersi sotto forme nuove e meno riconoscibili».

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