Se chiudessimo in una stanza dieci maschi più o meno intellettuali e compiaciuti, probabilmente la metà di loro mentirebbe riguardo l’aver letto Infinite Jest, romanzo monumento di David Foster Wallace. I restanti cinque a malapena saprebbero di cosa tratta ma comunque mentirebbero dicendo di conoscerne la trama. Nessun giudizio presuntuoso, è solo uno degli effetti di quella che oggi chiamiamo Fomo (Fear of missing out) e che, in fondo, è semplicemente la volontà di non restare indietro rispetto a ciò di cui tutti parlano. La performatività intellettuale, dunque, è sempre esistita, ma, come pressoché ogni cosa, con l’avvento dei social anche la performatività è cambiata ed è approdata con sempre più frequenza verso le sponde della letteratura.

Tra Infinite Jest o Siddharta

In un mondo in cui i lettori forti diminuiscono sempre di più, il proliferare dei performative male o dei lit bro  – gruppo che un recente articolo del Guardian a cura di Michelle Zauner ha definito come «ragazzi in età universitaria che parlano sopra di te, una setta di giovani pedanti e incompresi per i quali, nel corso di 30 anni, Infinite Jest è diventato un rito di passaggio» – può essere comunque, purtroppo, un gancio per spingere nuove persone a leggere, fosse anche solo per i titoli che ciclicamente tornano a essere chiacchierati.

Senza dubbio, l’esibizionismo di un certo archetipo maschile che, pur di sembrare decostruito e alleato della causa femminista è disposto a portarsi in giro una copia de La campana di vetro, è un atteggiamento grossolano che sfiora il ridicolo. Come per ogni cosa della vita, però, alla fine è l’intenzione ciò che conta e dunque la lettura performativa non è altro che l’ostentazione posticcia della ricerca della propria identità in un libro o attraverso l’oggetto libro. Senza citare l’abusato quadro di Gauguin, torniamo sempre a cercare la nostra identità in un libro e dunque cosa ci rispondono i libri?

Per togliere dall’ingiusto impaccio di libro feticcio del ragazzo ombroso di una categoria di uomini quantomeno dubbia, proporrei di sostituire Infinite Jest con Siddharta come libro simbolo di una nutrita schiera di uomini stereotipati. Non che il libro di Hesse mi sia piaciuto così poco da affibbiarlo a una certa categoria pur di ridare a Infinite Jest una dignità scevra da stereotipi e pregiudizi, ma perché, sin dai tempi di Twitter per arrivare a Goodreads, il social network dedicato ai libri, fa parte dei tanti titoli a essere considerati “red flag”, tossici, dei segnali di pericolo.

Non è una novità che, come sottolinea anche Julian Novitz in un lungo articolo pubblicato su The Conversation, si debba scappare dagli uomini che leggono Buwoski ed Hemingway perché ritenuti inaffidabili e potenzialmente problematici. Siddharta ha quella dose di lirismo e spiritualità che l’uomo performativo non vuole spiegarti ma che brama che tu possa direttamente riscontrare in lui. Sorte che poteva toccare anche al romanzo Il giovane Holden ma che, inspiegabilmente, il libro di Salinger ha dribblato configurandosi come un meraviglioso romanzo di formazione capace di catturare tutti senza definire, per fortuna, nessuno.

Normal people e ragazze tristi

Destino opposto, invece, rispetto a quello di Michel Houellebecq che viene puntualmente contestualizzato in un complesso meccanismo di specchi e leve dal tipo introverso, radicale e spigoloso che ti spiega il significato profondo della sua opera. D’altro canto, Normal People di Sally Rooney è un libro complicato da strappare a quell’immaginario Tumblr composto dalla magica triade: Paul Mescal, ragazze tristi e borse di tela. Un panorama di performatività al femminile che ha visto negli anni portare avanti capisaldi della letteratura in grado di proiettare un’intera personalità, da Il secondo sesso di Simone de Beauvoir a L’Evento di Annie Ernaux, titoli sintomatici di una certa postura (che io stessa ho tentato di darmi leggendoli).

D’altro canto, non so se Vestivamo alla marinara, autobiografia di Susanna Agnelli pubblicata nel 1975, all’epoca possa aver rappresentato il libro manifesto per l’esibizionismo rivelatore dell’alta borghesia italiana, antesignana di tanta performatività anche extra letteraria.

Infine, ancora al vaglio dell’integerrima catalogazione social e sociale, invece, è la posizione di Nino Frassica, che, come romanziere, ancora non ha trovato un archetipo a cui accostarsi o un ideale di giovane da poter definire.

Potremmo andare avanti con altre decine di titoli rivelatori dei nostri vizi e delle nostre più segrete velleità, ma tornando all’argomento cardine, la performance, l’esibizionismo, in E anche scrittore - Come si sono messi tutti a scrivere (Utet, 2025), lo scrittore Arnaldo Greco racconta la sindrome che ha come sintomo la performatività: quella di fotografare libri in giro per il mondo, per scoprirci lettori ma soprattutto creatori di immagini rivelatrici di connessioni con libri, ovviamente green flag. È questo il primo step della performatività? Per citare sempre Greco, «il lettore di cui fidarsi è il lettore che abbina bene e che, attraverso le foto, sa farsi i complimenti da solo per le proprie abitudini culturali».

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