Se il cinema è fatto per creare dei mondi, il cinema queer promette di riconfigurarne le epistemologie, immagini e convenzioni. La queerness di un film è tale non quando si fa portavoce di un progetto o di una tesi né tantomeno quando risponde alle richieste algoritmiche di una certa agenda politico-culturale.

Il cinema è queer nella misura in cui il discorso dominante sia linguistico che estetico-narrativo viene scardinato e ripensato; quando, come nel cinema più radicale di Gregg Araki o di John Cameron Mitchell erano proprio le immagini il veicolo di questa “transizione” da un codice a un altro e da una storia a un’altra più radicale. Quando era il linguaggio a intercettare gli slittamenti e sommovimenti della Storia e non viceversa.

Oggi la nostra relazione con le immagini è completamente cambiata e oggi di queerness si fa un gran parlare tra l’ormai epidemico rainbow washing delle politiche liberali e la tendenza a suggellare come queer prodotti audiovisivi che di queer conservano solo il marchio e la patina.

Il rainbow washing e il film di Audiard

La scorsa stagione cinematografica è stata molto stimolante da questo punto di vista, portando a chiederci cosa c’è di queer, nel senso di qualcosa di obliquo, deviato, ambiguo, nell’audiovisivo contemporaneo. Senz’altro, le forme del nuovo cinema queer hanno visto il ritorno di una ricercatezza e sperimentazione linguistica che non si riscontravano da anni; ma mai come nell’ultimo periodo stanno dividendo proprio la comunità cui (si ritiene) vorrebbero guardare.

Il caso di Emilia Pérez di Jacques Audiard è significativo. La gran parte delle critiche mosse al film la si può leggere negli stralci di recensioni raccolte da GLAAD, l’associazione statunitense che si occupa della rappresentanza di persone LGBTQIA+ nel cinema e nelle serie tv.

Abbiamo individuato i tre nodi principali intorno ai quali si snoda la ricezione del film di ciascun autore: la “cattiva” rappresentazione del personaggio trans di Emilia Pérez e del suo percorso di transizione come redentivo, l’assenza di realismo nella narrazione del momento di passaggio da una categoria all’altra e la presenza di luoghi comuni e superficiali che riguardano l’esperienza trans.

Se queer significa accogliere un elemento di distorsione in meccanismi narrativi consolidati, parlare, in primo luogo, di buona o cattiva rappresentazione in Emilia Pérez equivale a rifiutare la non linearità e il caos, che sono gli espedienti con cui Audiard costruisce il percorso da Manitas a Emilia, come ha sostenuto ed elaborato la studiosa di cultura drag Eleonora Santamaria, anche a partire dalla mescolanza di generi del film.

Il cinema, in questo caso, per costituirsi come specchio di una comunità e spettatorialità queer, se pensiamo anche al Love, Lies, Bleeding (2024) di Rose Glass, sembra interessato alle narrazioni di identità e corpi irrisolti e all’immagine come mezzo, favolistico e dichiaratamente non reale, se non oltremodo plastico e artefatto a livello di messinscena, per creare una vicinanza con lə spettatorə.

Lo sguardo di Rose Glass

In Love, Lies, Bleeding le due protagoniste sono figurazioni quasi mostruose e che stanno sulla soglia, liminali e spaventose, come la stessa Emilia, disegnata anch'essa per sperimentare corpi e identità molteplici: manifesto di un confine trasgredito di continuo.

Lo sguardo di Jacques Audiard e Rose Glass che guarda, per l’appunto, non in alto ma in basso; non nella luce delle definizioni chiare e assolute ma nell’oscurità che è anche menzogna, artificio, auto-illusione, posizionandosi al di là di una progettualità politica che stringerebbe i film in delle categorie e servendosi dei generi come contesto per una vasta serie di mosse decostruttive.

Emilia Pérez, film queer-simbolo della scorsa stagione cinematografica, mescolando temi e configurazioni del musical, gangster movie e melodramma più classico, immagina la transizione di genere non come mezzo per liberarsi da un passato fatto di falsità e terrore; né tantomeno il personaggio di Emilia Pérez diventa una donna trans compiuta (gli slittamenti della voce, i semi della violenza che ancora bruciano nel suo corpo di donna) o “buona” e incontaminata.

Emilia Pérez da criminale (uomo) diventa benefattrice (donna) ma è tutta una copertura, un'auto illudersi, per il personaggio, che cambiando vita (e genere) il passato possa smettere di esercitare la propria influenza. E l’enfasi della narrazione così come tutte le iperboli visive del film sono proprio il simbolo di questa tragicità: irrimediabile e assoluta, perché non porta redenzione.

Paul B. Preciado ha scritto su El Pais che «Emilia Pérez perpetua una visione psicopatologica della transizione di genere» e «mostra come una parte del pubblico continui a nuotare comodamente nelle acque dell'ideologia coloniale e binaria». A proposito del manicheismo con cui è costruito il personaggio, la giornalista Reanna Cruz ha detto su NPR che il film «descrive le donne trans come bugiarde». È vero.

Audiard costruisce il personaggio a partire da precise categorie ma lo fa per il gioco della parodia, andando oltre la superficie dei significati di ciascuna. Emilia Pérez è una donna trans bugiarda, vendicativa, possessiva, assolutamente non risolta, come le protagoniste lesbiche e bisessuali di Love, Lies, Bleeding: depravate, assassine e criminali.

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