Staffetta in cima alla classifica tra Bianca Pitzorno con La Sonnambula (Bompiani) e Stefania Auci che irrompe al vertice con L’alba dei Leoni (Nord), inseguita dal nuovo crime di Piergiorgio Pulixi Il nido del corvo (Feltrinelli).

Nuovo capitolo – prequel retrospettivo ad alta redditività simbolica – della saga dei Florio, ormai definitivamente trascesa dalla dimensione del “romanzo” per stabilizzarsi in quella della struttura mitopoietica seriale. Non siamo più nel campo della narrativa, ma in quello dell’ingegneria dell’immaginario: i personaggi e la storia come vettori, le emozioni come infrastrutture, i lettori come variabile dipendente.

I Florio, a questo punto, non sono più nemmeno una famiglia: sono una funzione narratologica. Quel cognome non indica: legittima. Non descrive: garantisce. Non racconta: autorizza.

I libri precedenti hanno stregato lettori d’ogni latitudine e il successo trasversale dell’opera conferma una delle poche leggi editoriali non abrogate dal postmoderno: le saghe funzionano come le dinastie, resistono alle crisi, sopravvivono ai fondatori, estinti gli eredi producono avi, anche quando la biologia narrativa avrebbe consigliato una dignitosa estinzione.

La prova Caproni

Vedendo passare sulla scrivania tanti libri mi affido spesso alla prova Caproni. Il poeta Giorgio Caproni sosteneva che per afferrare il senso (o addirittura la verità, parola imprudente) di un romanzo bastasse accostarne la prima frase all’ultima. Metodo scandalosamente elegante, quasi sciamanico, dunque inaccettabile per ogni scuola accademica: troppo semplice per essere serio, troppo efficace per essere ignorato.   Una trovata che poteva venire in mente solo a un poeta, cioè a un individuo strutturalmente incapace di rispettare i protocolli ma ostinatamente convinto che il senso esista. E i risultati sono più importanti delle etichette.

Proviamo l’esperimento con L’alba dei Leoni.

«Buio. Se apre gli occhi, vede solo ombre fluttuanti. Al di là di esse un mondo rovesciato.» Incipit.
«Uno di loro lo guarda, alza la mano, lo saluta. E lui non sa come, ma lo sente. Lo sente nello stomaco e nell’anima. Quello è suo figlio Vincenzo. E quelli, tutti quelli, sono i Florio.» Explicit.

Tra buio e riconoscimento, tra smarrimento e genealogia, sta già tutto: la nascita di un mito familiare, il passaggio dall’ombra alla forma, dalla precarietà alla memoria.

Con una scrittura fortemente visiva – dove si avvertono echi del Gattopardo e del Camilleri storico, come se Lampedusa e Vigàta si fossero dati appuntamento nello stesso paragrafo – Auci intreccia le storie alla Storia, e racconta le radici dei Florio: non tanto un’origine quanto una lunga giustificazione esistenziale.

Le radici

Nel 1772 Bagnara Calabra è un grumo di case aggrappate alla montagna, schiacciate tra mare e destino. È la casa dei Florio, e già questo suona come una promessa di sventura. Nulla è semplice, per loro: ogni cosa va difesa con una combinazione di fatica e ostinazione, dalla forgia di Vincenzo – uomo temprato come il ferro che lavora –all’amore di Rosa, sua moglie, per i figli vivi e per quelli perduti.

È una vita fondata sull’orgoglio del nome, sulla convinzione quasi metafisica che il presente sia sempre un’eco del passato e una fideiussione sul futuro. Poi arrivano, puntuali come le disgrazie ben scritte, la fuga del figlio ribelle (che scopre che la libertà è esaltante ma raramente gratuita), la natura – più matrigna che madre – che in pochi istanti sgretola case, uomini e speranze, e infine un sogno nuovo, lontano, in un’isola dove circolano denaro e potere con una naturalezza che a Bagnara sarebbe sembrata pornografia sociale.

Nel 1799, quando Paolo e Ignazio Florio arrivano a Palermo, non sanno ancora cosa diventeranno, ma sanno perfettamente cosa sono stati: sopravvissuti. A un padre-padrone, alla miseria, ai lutti, alle ombre. È questa consapevolezza, più che l’ambizione, a fondare l’intera epopea dei Florio: la memoria come capitale iniziale.

E questo è l’inizio. Non di una storia, ma di una dinastia narrativa.
 

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