Scrivere di un libro, nell’era dell’io, rischia sempre di risultare obsoleto. Soprattutto quando si affronta un testo come Laboriose inezie (da poco ripubblicato da Adelphi), che ha l’imperdonabile difetto di essere oscuro. E di richiedere del pensiero
Recensire un libro, al giorno d’oggi, è un’operazione imprudente e deleteria. Benché il genere recensorio sia obsoleto, come la carta da parati, i paninari o il cocktail di scampi, esso andrebbe comunque vietato per legge, magari come marginale addendum al decreto sicurezza. Se si vogliono le prove per questa mia insinuazione, eccone almeno due.
In primo luogo, la recensione, se tale è davvero, articola un’idea. Per quanto dimenticabile e infruttuosa, comunque un’idea. E l’idea, oggi, è un’entità vana, puerile, meritevole di censura, talvolta pericolosa. L’odierno stile impressionistico impone che al lettore si offrano sensazioni, spunti biografici, sentimenti immediati, con richiami alle proprie peripezie estive o reminiscenze infantili: insomma, qualcosa che faccia del lettore un compagno di giochi o un sodale nella sventura, non un concettoso meditatore.
In secondo luogo, la recensione è colpevolmente impersonale, disinteressata del proprio destino, lieta di finire nella spazzatura una volta utilizzata per giungere al libro. All’opposto, la scrittura d’oggi celebra il trionfo del pronome personale e della biografia dell’estensore, sicché il libro di cui si parla non che è un pretesto, la stura per discorrere della propria vita e dispensare un franco giudizio sui propri simili e sul mondo.
Quindi, ritengo sia del tutto inutile parlare di Giorgio Manganelli e del suo Laboriose inezie, da poco pubblicato da Adelphi dopo un lungo e comprensibile periodo di oblio. Il libro dev’essere dimenticato; se possibile, ritirato dagli scaffali e, se impossibile, additato come esempio di forme d’esistenza lontane ed enigmatiche, come la mummia del Similaun o i tubi di Baigong: cose di cui non si capisce né l’origine né l’utilità sociale.
Ambiguo pensiero
Ce se ne avvede sin dalla prima pagina. Il libro comincia infatti con la più degna delle domande: «Cos’è un classico?», cui si possono dare risposte semplici e rincuoranti. Manganelli opta invece per l’arzigogolo, il lambicco, il moto ondoso della risposta che a tutta prima si palesa chiara per poi ritrarsi nelle nebbie della propria perplessità. Ma, se pure si superano queste difficoltà da cerotto antiemetico, la risposta offerta da Laboriose inezie si fa sconsolante e grave, perché revoca in dubbio il confortevole pensiero secondo cui il classico è quel libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire – così che gli si possa far dire quel che sovranamente vuole il lettore.
La risposta di Manganelli, infatti, è complicata, scientemente tortile e, peggio di tutto, obbliga al pensare: «Non il significato, non la spiegazione, non il valore, non ciò che ci rivela a noi stessi, se non perché noi a noi stessi siamo e non possiamo non essere enigma (…). Taciturno è il classico, anche quando scrive parole pronunciabili ad alta voce, anche quando la sua consistenza è sonora, taciturno e insieme oracolare; perché l’oracolo è gioco, è minaccia, è terrore, è ironia, è limpidezza e oscurità penetrabile, ma non mai sondabile a fondo». Ed eccoci così calati nelle spire del delittuoso, del torbido e dell’ambiguo. Come se la nostra vita non fosse già gravata dal rincaro della benzina o dall’ascesa dell’ultradestra.
Pura follia novecentesca
Manganelli si appalesa proprio là dove tratta del quasi-reato di cui sopra, ossia del recensire. Il suo recensore ha da «capire, e capire alla svelta», «ha qualcosa da dire; ricorda i suoi fremiti non banali, e leggendo rintraccia schegge di quelle che tuttora gli sembrano idee».
Un redattore felice e lesto, fintantoché, certo, non si rammenta che, «se in quel giorno non ci saranno morti illustri, ingegnosi attentati e minuscole quanto capricciose guerre locali, potrà spingersi» al più fino a centosessanta righe. Malgrado ciò, rimane cocciutamente appagato dal proprio mestiere, perché sa che in quello spazio angusto potrà comunque «fare e dire molte cose: sfidare a duello, dichiarare una profonda e legalitaria passione, insultare qualcuno a sangue e proclamare lo stato di guerra».
In ossequio a un tale protocollo, Laboriose inezie offre giudizi su Pascoli, che ha delle verità da nascondere; su Gozzano, che accosta sentimenti per poi falsificarli e ridurli a “stampe”; su Capuana, «dotato di un pericoloso dono per la chiacchiera narrativa, una fatuità verbale da libertino di provincia»; sull’Aretino, la cui «grande e canagliesca gioia linguistica ha una sua volatile furia, una rapidità da scippo, una furbizia da falsario», rispetto alla lingua di Giordano Bruno, che di contro «è incattivita e laboriosa e lenta, ha spessore fangoso, invischia e impaluda». E così via discettando di Dante, Aristofane, Virgilio, Marco Polo, Leopardi e la morte di Pinocchio.
Testi forse buoni per l’era geologica da cui provengono: gli anni Settanta, o al più gli Ottanta, quando si pensava che Margaret Thatcher e Ronald Reagan sarebbero state oscure parentesi nel progresso luminoso della storia e che il comunismo si sarebbe felicemente coniugato al riformismo. Oggi sappiamo che quella era pura follia novecentesca, di cui Manganelli è tra i più eversivi interpreti.
Laboriose inezie è una raccolta di testi di Giorgio Manganelli. Le sue opere sono in corso di pubblicazione presso Adelphi dal 1985
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