Hamnet, la storia della morte del figlio di William Shakespeare e della successiva scrittura dell’Amleto, è arrivato nei cinema italiani a inizio febbraio: era il marzo del 2020, in piena pandemia da coronavirus, quando è uscito il romanzo di Maggie O’Farrell (in italiano è stato invece tradotto per Guanda nel 2021).

La storia ormai è nota: Shakespeare aveva un figlio di nome “Hamnet”, morto a 11 anni. Il nome, ci informa l’epigrafe che apre sia il libro sia il film, è una citazione dell’articolo The Death of Hamnet and the Making of Hamlet di Stephen Greenblatt, nei registri di quell’epoca era intercambiabile con la variante “Hamlet”, Amleto. In questa consonante di differenza e nei tanti silenzi della storiografia si infila l’immaginazione della scrittrice.

Agli spettatori che vanno a vederlo al cinema, il film di Chloè Zhao (la cui sceneggiatura è stata scritta insieme a O’Farell) offre soprattutto una parabola sul lutto e sul potere catartico dell’arte. Anche se rispetto al libro dà più spazio al Bardo (Paul Mescal), il centro della storia rimane Agnes (Jessie Buckley, candidata all’Oscar), passata alla storia come Anne Hathaway, cui O’Farrell restituisce il nome nella grafia contenuta nel testamento del padre e che immagina come una donna profondamente connessa con la natura e dai sogni intensi e profetici.

Ai lettori che l’hanno preso in mano nel 2020, il romanzo di Maggie O’Farrell offriva però qualcosa di inaspettatamente attuale per quel momento: un libro su una malattia crudele e diffusa, che aveva viaggiato per migliaia di chilometri mietendo centinaia di migliaia di vittime, che colpiva soprattutto i più fragili. Quanto sarà stato facile per i lettori in quella primavera rivedere nell’undicenne Hamnet che muore di peste il dolore della perdita di nonni, zii o genitori?

Il romanzo e la pandemia

In quel contesto creare un parallelismo tra Hamnet e il Covid-19 sembrava naturale (anche se ovviamente il libro era stato scritto prima che il mondo sapesse dei morti a Wuhan): il libro in alcune edizioni aveva come sottotitolo A novel about the plague, un romanzo sulla peste.

Il New Yorker definiva la sua descrizione della diffusione del morbo «fin troppo attuale». O’Farrell scriveva sul Guardian una riflessione su come la malattia ha modellato nei secoli il nostro modo di stare al mondo.

Il libro è molto franco nel restituire l’orrore della malattia che si abbatte sulla famiglia di Stratford Upon Avon. Ma il capitolo più bello, come ha notato anche il New Yorker, è quello in cui O’Farrell immagina il viaggio che il batterio della peste aveva fatto dall’Egitto per arrivare fino a Judith Shakespeare, la gemella di Hamnet: un racconto quasi horror, pagine piene di tensione che mettono i brividi anche adesso che il Covid è stato largamente rimosso dai nostri pensieri.

Un racconto dallo spettro geografico tanto ampio era difficile da inserire nella narrazione cinematografica di Zhao, così concentrata sull’interiorità dei suoi personaggi. Ma si materializza in un Easter egg, con uno spettacolo di un teatrino delle ombre nel cortile londinese dei palazzoni in cui vive Shakespeare: tra le case colpite dalla peste, davanti al fuoco si vede una scimmia che entra in contatto con un ragazzino, che torna poi nella sua nave di mercanti e porta la morte nel porto successivo.

Sullo schermo quindi la malattia resta, la violenza del morbo che uccide Hamnet non viene censurata. Ma la tensione e la paura di quel finale già noto e già scritto sono minori. E l’attenzione, anche nel dibattito della critica, è molto più spostata sulla questione del rapporto tra la vita e l’arte, sull’elaborazione del lutto.

Oggi quel parallelismo con la pandemia recente sembra molto più lontano. La storia scritta da Maggie O’Farrell non permette però a ciò che abbiamo rimosso di rimanere rimosso. 

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