Is it just highly effective grief porn? È solo un porno del dolore altamente efficace? Questo siluro lanciato contro Hamnet – Nel nome del figlio di Chloé Zhao da The New Yorker il 21 novembre scorso è molto pompato in queste settimane su X di Elon Musk, dove si stanno arruolando squadroni di hater per silurare – è un’ipotesi – le otto nomination per gli Oscar racimolate dal film. Il brutto vizio della memoria mi riporta alla campagna di diffamazione pianificata sempre su X contro Emilia Pèrez di Jaques Audiard, che vide infatti avvizzire in due statuette irrisorie le sue tredici – meritatissime – candidature. Non occorre essere adepti del complottismo per reagire alle shitstorm diventando iperfan dei bersagli virali. Diciamo che Elon Musk ci offre «una ragione di più» (come cantava Vanoni) per amare un’opera magica, miglior film drama ai Golden Globes, Jessie Buckley miglior attrice.

Nel 1999 eravamo troppo distratti dagli exploit di Benigni e di La vita è bella per sobbalzare davanti all’incongruo bottino di Shakespeare in Love, Best Movie e Best Actress (Gwyneth Paltrow) inclusi. Era una romcom sul Bardo, e non dava fastidio a nessuno. La genesi romanzesca dell’Amleto firmata da Zhao – adattando il bestseller omonimo di Maggie O’Farrell, anche co-sceneggiatrice – appartiene a un’altra galassia.

È un mélo così radicalmente sbilanciato sul “lato femminile” dell’umana natura (leggi istinto, contrapposto alla civilizzazione) che la regista cino-americana va impallinata a scanso di un nuovo Oscar dopo Nomadland. Coincidenze: Steven Spielberg, che in quel 1999 fu tra gli sconfitti con Salvate il soldato Ryan, qui è produttore, in tandem con Sam Mendes.

La sofferenza non inzuccherata (la morte di un figlio undicenne) è uno step del film, non il suo baricentro. Ma non c’era nient’altro da mandare al rogo. Hamnet – Nel nome del figlio esce da noi il 5 febbraio con Universal Pictures.

Hamnet = Hamlet

Hamnet e Hamlet – premessa essenziale – sono grafie diverse per lo stesso nome, intercambiabili nei registri inglesi di fine XVI secolo. Hamnet, il figlio maschio di William Shakespeare, morì davvero all’età di undici anni. Il resto è cinema, creazione sbrigliata. Che il Genio superstar lo inquadra solo di scorcio. Il romanzo nemmeno lo cita con il suo nome. Perno della narrazione è sua moglie Agnes Hathaway (Buckley, da Oscar). Paul Mescal – meno viscere e più misura – è anche meglio: lasciarlo fuori dalle cinquine è da dissennati.

Una vulva di radici e una voragine oscura di terra: è l’intro al personaggio di Agnes, primordiale creatura dei boschi, in simbiosi con la Natura materica, quasi animista, che impregna il lavoro congiunto della regista e del DP Łukasz Żal. Simboli subito chiari: l’istinto vitale contiene in sé stesso la morte. Non è il Malick di The Tree of Life, è uno sguardo impastato di carne e sangue.

C’è molta letteratura dietro la “figlia di strega”, introdotta ai segreti delle erbe e delle formule magiche, reietta per la matrigna come la Fadette di George Sand. Tutta d’istinto è anche l’attrazione magnetica di Will – «pallido studioso» che insegna latino solo per ripagare i debiti del padre guantaio – per la strana “zingara” che ha un falco selvatico come pet. Sono due underdog per le rispettive famiglie. Il “buono a nulla”, l’imbrattacarte inetto come fabbricante di guanti, riesce a sposare l’amata solo mettendola incinta.

Citazioni dal futuro

L’intero film è punteggiato di easter eggs dall’opera (futura) del Bardo, a volte fin troppo scolastici. Quando William conquista Agnes con la storia di Orfeo e Euridice, sa già che «Il resto è silenzio». Da innamorato escogita «l’invidiosa luna» di Romeo e Giulietta. I gemelli secondogeniti, Hamnet e Judith, si scambiano panni e identità, e il loro trastullo domestico è un Sogno di una notte di mezza estate allestito con tela di sacco e cortecce. Il duello fatale del futuro Amleto (in nuce e in versione rurale) è il passatempo più amato da padre e figlio, e alimenta i sogni di palcoscenico dell’erede.

Tutto questo perché Shakespeare è diventato un pendolare tra Londra e Stratford-upon-Avon, spinto da Agnes, perché il marito al paesello agonizza. Le forniture di guanti gli hanno dischiuso il teatro. Che può darti successo e una casa più grande, ma resta sempre un dirty job: qualcuno deve pur farlo.

Il grief porn strumentalizzato dagli amici di Musk arriva quando la peste, che da Londra dilaga nelle campagne, contagia in primis la piccola Judith. Sospetto però che risultino altrettanto oltraggiosamente estremi, per i palati ossequienti, i crudi e realistici parti di Mrs. Shakespeare. Per la primogenita Susannah si rifugia da sola into the wild, nella simbolica vulva silvestre: è una maternità da mammifero, con i versi gutturali degli animali che fingiamo di non essere. Il secondo parto, quello gemellare, è molto più lungo e più tormentato, perché la suocera costringe la nuora a un travaglio indoor, per lei contronatura.

La suocera è Emily Watson, altra figura che “cresce” grazie a sceneggiatura e interpretazione. Ma i due gemelli sono simbiotici, e di fronte a un addio intollerabile per l’ultima volta si scambiano i ruoli. Ingannavano i genitori, per gioco. Ora Hamnet inganna la morte per amore, avvinghiato alla sorella: «Ti dono la mia vita». È venuta per lei ma si prende lui.

L’agonia di una madre che ha perso il figlio e la frattura drammatica con un marito arrivato troppo tardi – e troppo presto pronto a ripartire – non saranno una sosta-popcorn ma hanno ben poco di porn. E soprattutto innescano un climax da brividi che è il vero miracolo del film.

Un finale catartico

Hamnet morto è un macigno tra i suoi genitori. È una Agnes gelida e ostile quella che un giorno scopre il titolo della nuova pièce al debutto: «Come ha potuto chiamarla col nome di mio figlio?». È blasfemia. Per rabbia, per strazio e apprensione, scortata a Londra dal fratello, è in mezzo alla folla che invade il Globe Theatre, nei posti in piedi del popolino. Ma lì accade. L’arte dispiega il suo potere catartico, con una passione e un risparmio di enfasi che ben poco cinema può vantare.

È il filo rosso che bizzarramente salda Hamnet a un altro front runner degli Oscar 2026, Sentimental Value. Il dolore che pervade “the Danish Play” è il lutto di un padre. È l’epifania che travolge Agnes, scena dopo scena, battuta dopo battuta. L’autore si è riservato il ruolo dello Spettro, e un Paul Mescal tutto di sottrazione ribalta, letteralmente, la percezione consolidata di un testo poco valorizzato. È un intarsio subliminale. Noah Jupe, il giovane attore che interpreta Amleto in scena, è nella vita reale il fratello di Jacobi Jupe, Hamnet nel film.

Il black hole sui fondali dipinti è come la voragine oscura nella foresta. «Il terrore di qualcosa dopo la morte, il paese inesplorato dalla cui frontiera nessun viaggiatore fa ritorno»: rileggi To Be or Not To Be attraverso gli occhi di Jessie Buckley. Will non ha rimosso la sofferenza, la sta rappresentando per lei.

Accettare il dolore (tabù del nostro presente) e accettare la morte come intrinseca alla vita: sono temi caldi di oggi. Per qualcuno magari il sugo del film è l’ovvio «dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna». Per altri è grief porn. Che tristezza. C’è chi è più fortunato, e si emoziona.

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