Attorno al pane nascono nuove storie e nuove comunità: dal Forno di Vincenzo, che ha riattivato la comunità di Eboli, alla Torino di Panacea fino alla provincia veronese di Forno Creativo. Gli impasti parlano di un’inclusione e una fuga dall’invisibilità che passa dalla dignità del lavoro
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Il pane è un fatto di relazioni, farina e acqua, stagioni e temperature, campagne e città, chi lo forma, chi lo mangia. Mai come negli ultimi anni è diventato un pretesto per ritornare a parlare di comunità, di cura ed emancipazione. Di come alcune di queste realtà si inseriscono nei luoghi che abitano e, un po’ come le forme del loro pane, non avviene quasi mai allo stesso modo.
«Intorno al mio forno si è creata una rete di amici. Quando impasto e inforno sono felice». Lo racconta Vincenzo Bardascino che, nel 2023, insieme ai genitori Vito ed Elena, agli amici e volontari dell’associazione Il forno di Vincenzo, ha fondato a Eboli un panificio sociale e di comunità. «Per Vincenzo la panificazione è stata, e lo è ancora, un’occasione di crescita individuale molto importante. Gli ha dato la possibilità di superare le difficoltà che la sindrome dell’X fragile comporta nella sfera socio-relazionale», spiega Elena.
«Stare con gli altri, parlare con gli altri, stringere la mano o abbracciarsi non è scontato. Fino a qualche anno fa era praticamente impossibile. Oggi Vincenzo si identifica con il suo forno, e fare il pane rappresenta quasi un riscatto personale, il riconoscimento di piena cittadinanza e dignità che gli consente di superare quell’invisibilità di cui, purtroppo, le persone con fragilità sono spesso vittime».
Il progetto del forno nasce dall’incontro con la comunità del grano di Caselle in Pittari, nel Cilento, e dalla riscoperta di grani antichi e delle farine vive che, oggi, coltivano grazie al supporto della Rete dei semi rurali. È l’inizio di un percorso che pone al centro non solo Vincenzo o le persone vicine, ma anche il territorio, la volontà di produrre e lavorare con un’attenzione particolare a ciò che c’è intorno: «Utilizzare materie prime rispettose dell’ambiente e del lavoro è stato sin da subito uno dei punti cardine del progetto», prosegue Elena.
«È un concetto che riguarda la dignità umana, perché chi vive sulla propria pelle la difficoltà di essere riconosciuto ha naturalmente attenzione al rispetto dell’altro, che sia inteso come persona o territorio».
Dopo sette anni come panificatore itinerante è Vincenzo a esprimere la volontà di avere un proprio laboratorio in cui lavorare in autonomia e, insieme ad altre associazioni del territorio, riattivare il centro storico: «Le istituzioni riconoscono il valore e l’efficacia sociale del progetto e ci hanno aiutato a trovare la sede in cui lavoriamo», conclude Elena, «tutto quello che abbiamo fatto finora, però, dalla ristrutturazione all’acquisto delle attrezzature, è avvenuto esclusivamente grazie a soci e amici dell’associazione.
Vincenzo definisce con chiarezza e convinzione che il suo forno è il forno sociale di comunità, in quanto l’obiettivo non è solo produrre un pane buono, sano e giusto, ma desidera che il forno sia di tutti, della comunità. Che sia uno spazio sociale, di cui tutti possano sentirsi parte».
Partire dai grani
La storia di Vincenzo ci racconta le potenzialità di una comunità che si prende cura di sé stessa con coraggio e determinazione, affrontando un percorso di emancipazione personale attraverso il lavoro. Fragilità personali e territoriali sembrano poter trovare negli impasti un nuovo punto di contatto, sviluppando reti ed esperienze comuni, possibilità di crescita e di riscoperta comunitaria.
È qualcosa che hanno intravisto, nel 2014, anche Isabella De Vecchi e Francesco Cannavà quando hanno avuto l’idea di creare Panacea Social Farm a Torino. Il primo passo, per loro, ha significato sviluppare una filiera corta; coinvolgere i produttori, in particolare gli agricoltori nel Parco naturale di Stupinigi, le istituzioni e le realtà sul territorio: «Oggi a Panacea lavorano quotidianamente sei dipendenti con fragilità, fra laboratorio e punti vendita, a cui si aggiungono una trentina di persone che, annualmente, coinvolgiamo in percorsi di formazione, tirocinio e inserimento lavorativo», spiega David Valderrama, dal 2024 presidente della cooperativa.
«La nostra idea è quella di avere una realtà lavorativa in cui non è la persona a doversi adattare al contesto, ma viceversa. Questo significa avere strutture, ricette e processi produttivi in grado di sostenere il lavoro di queste persone, strutturare dei percorsi che gli permettano di crescere e diventare autonomi. Crediamo profondamente nell’idea che fare impresa oggi significhi portare un valore aggiunto per la comunità da un punto di vista ambientale, sociale ed economico».
L’utilizzo di materie prime di valore è una delle sfide principali a livello gustativo, sociale e ambientale per i panifici che riprendono la loro centralità nei grandi centri urbani e nei piccoli comuni. Riportare al centro la persona, il merito e la dignità che meritano ha nel pane, nel cibo, un alleato prezioso.
È il segreto di ciò che è buono e che, attraverso il gusto, parla una lingua che non ha bisogno di parole. Dove c’è il gusto, forse, cade l’idea assistenzialista fine a sé stessa, dove c’è una comunità attiva si riduce il rischio dell’invisibilità: «Panacea si pone l’obiettivo primario di dimostrare che essere no profit non vuol dire essere qualitativamente e professionalmente inferiori a nessuno», conclude Valderrama.
«Non vogliamo che le persone ci scelgano perché siamo più bravi socialmente. Devono sceglierci perché abbiamo un pane che spacca. Molte persone ci apprezzano per ciò che facciamo a livello sociale ma, non sempre, questo le porta ad acquistare i nostri prodotti. Se vogliamo crescere e ampliare questo progetto, la sfida è proprio fargli vedere come il no profit sia in grado di competere con tutti, portando ovviamente le caratteristiche e la forza di quello che stiamo costruendo».
Un impasto alla volta
Tra le nuove esperienze che si raccolgono attorno al pane con un’impronta etica e sociale, c’è anche Forno Creativo, nato nel 2023 a San Bonifacio, nella provincia veronese. È stato Emanuele Ambrosi, giovane homebaker, a far partire il progetto insieme all’associazione Il paese di Alice.
Privi ancora di una sede fissa, si appoggiano ai laboratori privati e alla vendita diretta dei loro prodotti per autofinanziarsi: «Non abbiamo fondi statali e, quindi, ogni donazione o acquisto aiuta l’associazione e il forno ad andare avanti», racconta Ambrosi, «Crediamo molto nel progetto perché siamo convinti che nel momento in cui si coinvolgono attivamente queste persone e le si fa uscire da situazioni di invisibilità, tutto il paese ci guadagna in termini umani e sociali».
«Lavoriamo quasi tutti i giorni e accogliamo una cinquantina di ragazzi tra mattino e pomeriggio. Per me è un aiuto concreto nelle preparazioni, per loro è un momento per essere al centro e imparare qualcosa di nuovo, ognuno a suo modo. Le potenzialità per proseguire ci sono e stiamo attivando vari progetti con le associazioni sul territorio, ma c’è comunque bisogno del sostegno di tutti per andare avanti. Ciò che ci spinge a continuare è proprio lo sguardo di soddisfazione dei ragazzi, dei genitori che ci aiutano e li vedono inseriti in un contesto che premia i loro sforzi e il loro lavoro».
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