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«Ho lasciato l’isola quando non c’erano strade asfaltate, non c’erano gas o elettricità. Le persone si prendevano cura della natura perché ne avevano bisogno per vivere: dei campi e del mare per mangiare, della legna per cuocere e scaldarsi, ma non solo, era un bene comune a cui tutti partecipavano. Non c’era lavoro e tanti della mia generazione sono partiti ma quasi nessuno è poi ritornato. Ora hanno ancora le loro case ma vivono solo d’estate, un po’ come tutta l’isola».

Mario Količ è una delle figure che può capitarti di incontrare su Dugi Otok, l’isola lunga, a un’ora e mezza di traghetto da Zadar. Indossa un sombrero che aumenta la larghezza in base alla temperatura del giorno, ha quasi ottant’anni e una routine piuttosto oliata. La mattina puoi trovarlo a Soline mentre sfama i gatti che la abitano, oppure incontrarlo in una delle sue grandi camminate. «Faccio almeno 20mila passi ogni giorno», mi ha raccontato, mostrandomi il contapassi, la prima volta che ci siamo conosciuti.

Količ è una delle memorie storiche dell’isola, uno dei tanti che l’ha lasciata per cercare fortuna all’estero ma fra i pochi che sono ritornati.

«Al mio ritorno negli anni duemila», prosegue Količ, «tanto era cambiato. Era arrivata la prima ondata di turismo con le prime navi straniere, ma l’isola si stava già svuotando. Non c’era più la scuola, le aziende agricole erano poche, la sabbia delle spiagge cominciava a scomparire, il mare ad alzarsi. Oggi tutto questo sembra la normalità, ma non lo è».

Sembra strano, vedendo quest’isola fortemente caratterizzata da una macchia mediterranea incontrastata e una natura selvaggia. È evidente, però, che qualcosa si stia trasformando. Per via della sua posizione, raggiungibile solo via mare, Dugi Otok si difende ancora dall’arrivo del turismo di massa, ma, negli ultimi anni, sta attraversando uno dei momenti più critici della sua storia.

Nel 2025 sono stati 31mila gli arrivi registrati dall’ufficio di statistica croato (Dzs), a cui, però, vanno aggiunte le barche private che, ogni giorno, si fermano in una delle sue baie, il più delle volte senza un controllo effettivo su numeri e, soprattutto, dello stress a cui viene sottoposto l’ecosistema e i servizi pubblici per un’isola che conta, normalmente, solo 1.287 residenti (Dzs, 2021).

Programmare il futuro

«La costa e le isole sono, per la Croazia, quello che possono essere l’oro o il carbone per altri paesi», spiega Marina Kelava, giornalista e fotografa con base a Zagreb, tra le fondatrici nel 2005 del sito di informazione indipendente H-Alter.org, «Il problema principale è che non c’è una progettazione o un pensiero su quello che accadrà fra dieci anni. Il turismo garantisce un afflusso rapido di denaro, come dappertutto, ma estrae valore dal territorio.

Quello a cui stiamo assistendo, ad esempio, è la trasformazione di terreni agricoli in aree edificabili. Il turismo è uno degli acceleratori ma è la politica a renderlo possibile. In molti casi, infatti, il via libera viene concesso sulla base di valutazioni dell’impatto ambientale che, per la maggior parte, vengono finanziate dagli stessi investitori stranieri.

Il ministero della Protezione ambientale e della transizione energetica sta prendendo decisioni dubbie negli ultimi anni, rilasciando concessioni che esulano l’aspetto turistico, dagli allevamenti intensivi di pollame ai data center, mentre c’è un chiaro problema nei servizi e nella gestione dei rifiuti durante i periodi estivi. Isole come Krk d’estate si ritrovano ad ospitare anche venti volte il numero della normale popolazione ma con le stesse risorse e infrastrutture. È chiaro, quindi, che sia un problema enorme».

Le conseguenze di una mancata programmazione si abbattono sulle città, preda della gentrificazione come in ogni paese-mecca di turismo, così su coste e isole, in cui però l’ecosistema richiede un’attenzione ancora più alta: «In questo momento le città si ritrovano a vivere situazioni di urbanizzazione selvaggia e inquinamento dell’aria, mentre le coste e le isole devono fare i conti con incendi, riscaldamento dei mari e un impatto impossibile da stimare a proposito del turismo nautico».

«La Croazia ha una delle flotte charter più numerose al mondo ma, contemporaneamente, un numero ridotto di marine capaci di accoglierle. Questo crea un grosso problema legato ai rifiuti che vengono dispersi nel mare, causando danni enormi all’ecosistema marino», prosegue Kelava. «Ci sono, fortunatamente, esperienze dal basso di resistenza e tutela ambientale, come quella di Srđ o nell’arcipelago di Šibenik che si sono recentemente opposte alla costruzione di nuove tonnare intensive, ma anche queste realtà si scontrano continuamente contro leggi obsolete, corruzione e mancanza di visione politica, e passano anni prima di vedere dei risultati».

Un patrimonio a rischio

Coperta per quasi la metà del suo territorio da boschi e con una delle più alte disponibilità di riserve di acqua dolce in Europa, la Croazia è un patrimonio naturale per tutta l’Europa.

La mancanza di programmazione che sottolineava Kelava, la corruzione e l’arrivo dei fondi stranieri pronti a prendersi tutte le risorse economiche del paese, mettono a rischio questo ecosistema così delicato. Dal 2019 è Možemo!, il partito verde della Croazia, ad aver portato dalle piazze in parlamento una nuova visione riguardo le risorse naturali e la loro preservazione, in termini ecologisti e progressisti.

Dušica Radojčić è la presidente della Commissione parlamentare per la tutela ambientale e, su questi temi, non si nasconde: «Per usare un eufemismo, nelle politiche di tutela delle risorse naturali c’è ancora molto spazio per migliorare», spiega Radojčić. «La Croazia è, in Ue, fra i paesi più colpiti dalla crisi climatica in rapporto al Pil, con investimenti per contrastarlo insufficienti o troppo lenti. I cittadini hanno perso completamente la fiducia nei processi di valutazione ambientale e il sistema necessita di un cambiamento urgente».

La mancanza di politiche orientate alla gestione delle risorse non si limita alla sfera ambientale, ma coinvolge quella sociale, che già sta attraversando un livello di inflazione tra i più alti in Europa e arriva fino all’approvvigionamento di cibo: «La Croazia non è autosufficiente nella produzione alimentare e dipende dalle importazioni per un gran numero di prodotti. Il rafforzamento della produzione agricola dovrebbe essere una delle priorità politiche principali», conclude Radojčić.

«Esistono diversi problemi: la frammentazione delle proprietà private, la scarsa attuazione dei processi di accorpamento fondiario e il basso livello di irrigazione e modernizzazione della produzione. La perdita di terreni agricoli per costruire strutture turistiche è una grande sfida dal punto di vista territoriale ed ecologico. La perdita di terreno fertile mette a rischio lo sviluppo di una produzione alimentare locale. Non abbiamo ancora imparato a trovare un equilibrio tra lo sviluppo del turismo e la tutela dell’ambiente, e questo è un tema di cui dobbiamo farci carico il prima possibile».

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