Jeff Buckley è stato (anche) uno straordinario interprete di cover, e forse non c’è niente di meglio che ascoltare il Live at Sin-é per apprezzare il suo talento nel reinterpretare canzoni scritte da altri. Il Sin-é era un piccolo locale newyorkese che accoglieva esibizioni dal vivo, reading di poesie, sessioni acustiche o elettriche. Jeff Buckley si era da poco trasferito a New York quando cominciò a esibirsi al Sin-é. Si divertiva a suonare cover, oltre i suoi pezzi originali, forse pensando che attraverso le cover il pubblico avrebbe potuto scoprire le sue qualità vocali e la capacità di arrangiare i pezzi in modo personale.

Non sceglieva mai cover da poco: tentava l’impossibile, reinterpretare canzoni di voci uniche come quelle di Nina Simone o di Billie Holiday. Per questo saliva sul palco con la chitarra e metteva in musica la sua versione di Strange Fruit: Jeff la cantava da dentro l’anima, rievocando il dolore di chi si trova di fronte alla barbarie del linciaggio di un corpo nero che penzola da un albero come uno strano frutto.

In origine Live at Sin-é uscì come un EP di appena quattro tracce registrate dal vivo nel piccolo club; poi il disco si è esteso e questo febbraio arriva in versione deluxe per Sony Music in formato vinile e cd, così che sia possibile riconciliarci con la musica di Jeff Buckley e la sua figura sbiadita, mai perduta, alle porte dell’uscita del documentario It’s Never Over, Jeff Buckley, diretto da Amy Berg e nei cinema italiani a metà marzo.

La ristampa contiene le registrazioni integrali dei due concerti al Sin-é del 19 luglio e del 17 agosto 1993, quando Buckley era un giovane cantautore che suonava nei locali e ancora non aveva rilasciato Grace, il disco che lo consacrerà tra i musicisti più talentuosi della sua generazione. Peccato che la sua vita durerà poco: Grace sarà il primo e ultimo disco in studio pubblicato in vita, Jeff troverà la morte annegando nel Wolf River di Memphis a soli trent’anni.

Il dono e la tragedia

Bruciato in fretta, come un fiammifero, le canzoni di Jeff Buckley non sono andate dimenticate. E che parabola straordinaria è la sua. Figlio del cantautore folk rock Tim Buckley – una delle voci più metafisiche di sempre – Jeff era in qualche modo predestinato alla musica, pur non avendo mai conosciuto il padre. Tim Buckley andò via quando Jeff era un neonato, e morì presto anche lui, per una overdose a ventotto anni. Così di questo rapporto padre e figlio non resta che la fantasmagoria, e una canzone di Tim, Dream Letter.

Seppure nell’assenza qualcosa di misterioso è passato di padre in figlio, il dono del canto, la tragedia finale. E chissà se Jeff non abbia cominciato a cantare per evocare la figura del padre, per connettersi a lui come un figlio che reclama la sua attenzione. Suonando una canzone dopo l’altra Jeff è riuscito a emanciparsi dall’ingombrante figura paterna trovando il suo spazio e la sua identità. Sul palco del Sin-é è già chiaro che ha preso una direzione. Per questo Live at Sin-é è un disco rivelatorio.

L’album comincia con una Be Your Husband cantata a cappella, interpretazione di una cover di Nina Simone. Dopodiché arriva uno dei classici di Jeff Buckley, Lover, You Should’ve Come Over, nella sua versione dal vivo, acustica, spietata, eterna. A volte la voce di Jeff Buckley è la voce di un angelo: non ha sesso, è come un pianto androgino che cade dall’empireo; a volte è riverbero, si distende altissima, si fa soul, o s’arrabbia come in Eternal Life.

Ognuno può trovare nel disco il Jeff Buckley che preferisce. Il giovane spirito libero che disseziona canzoni dei Led Zeppelin, o il trovatore d’altri tempi, che canta classici immortali come la dylaniana Just Like a Woman, o vecchi canti folk come Dink’s Song. Buckley sa essere avanguardista, rendere spettrale, marziana, epilettica, The Way Young Lovers Do di Van Morrison; è un ricercatore di musica, che cade in amore per le canzoni del pakistano Nusrat Fateh Ali Khan.

Ricerche, tentativi e magia

Tra le canzoni si intervallano alcuni monologhi di Buckley, brevi dialoghi con il pubblico del Sin-é, scherzi, come quando dice che le sue canzoni sono per gli innamorati e i grunger, o quando per gioco accenna il giro di chitarra di Smells Like Teen Spirit, e si autoproclama ridicolo («siete fortunati a non aver pagato per vedermi», dice).

Non tutte le canzoni svettano per perfezione, siamo nella zona a metà tra ricerca e tentativo, anche i pezzi originali sono in fieri, Last Goodbye porta ancora il titolo di Unforgiven. I due concerti al Sin-é segnano però una importante tappa artistica, e i momenti in cui Buckley dà destrezza del suo talento vocale sono diversi.

Così quando arriva il pezzo di chiusura, la letale Hallelujah di Leonard Cohen, ci ritroviamo ancora una volta ammaliati. È anche grazie alla cover di Jeff se Hallelujah ha trovato la sua maniera speciale di resistere al tempo, come se lui l’avesse estorta alla latitanza di Leonard Cohen.

Di chitarra in chitarra, le canzoni sono lunghi messaggi che sorpassano il proprio tempo per catapultarsi in un altro: questa è la loro grandezza, e hanno bisogno di traghettatori. Jeff Buckley, da grande interprete di canzoni, lo aveva capito, e sapeva farlo benissimo.

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