C’è un’ombra livida, azzurrina, di sangue venoso sui corpi diafani e dinoccolati di ragazzo che tanto spesso occupano il centro dei coni di luce artificiale di Caravaggio. Corpi verissimi, così veri che appaiono malati, nelle scene più artatamente costruite e fasulle (dunque, perfette) della pittura occidentale.

Allegorie di fine concetto, brani di vecchio e nuovo testamento, miti, in molti casi esplosivamente queer (l’Amore che vince, Davide che vince, forse un Narciso), sempre messi in scena da corpi di garzoni snodati ma impacciati, belli ma con le occhiaie, innervati dall’adolescente muscolatura nervosa che quattro secoli fa tradiva lavoro e povere diete. Carni reali nell’irrealtà paradigmatica: i corpi degli ultimi a recitar le parti primarie della cultura europea.

Vorrei fare lo sbruffone e dire che sono quelli, credo, i Corpi minori che danno il titolo al nuovo romanzo di Jonathan Bazzi, bardə millennial di Rozzano (perdonami, Fedez), rinnovellatorə autoscopicə e innamoratə del realismo lombardo.

Riflessi pasoliniani

            Essendosi quasi laureato in Storia dell’arte con Roberto Longhi, Pier Paolo Pasolini di realismo lombardo ne capiva e, per i corpi di Caravaggio, andava matto. Li andava a cercare negli esiti genetici, fisiognomici, che la minorità garantisce in certe lande buone per il battuage lombrosiano (Pietralata, Borghetto Prenestino, Ostia) e li ostendeva poi come citazioni iconiche nei suoi evangelici apologhi marxisti cinematografici.

Dimostrava che, tolti dal preistorico eterno ritorno dei minori, che fa i poveri di tutti i tempi contemporanei di Cristo e Dioniso, quei corpi, consegnati alla Storia e al tardo capitalismo – cioè al desiderio di essere e di avere ciò che nessun loro antenato neanche conobbe mai – si ammalano. Muoiono addirittura.

Ettore Garofolo, forse il più caravaggesco degli attori pasoliniani, è preso da una fatale febbre inspiegabile nel film in cui mantiene il suo nome vero, Mamma Roma, perché la madre ha osato immaginarlo borghese, lo ha portato via dalla campagna, gli ha comprato una motocicletta. Scommetto che, se la pellicola fosse a colori, la sua pelle nelle ultime scene sarebbe livida, azzurrina.

Il romanzo di Bazzi, nel primo dei suoi tre atti, sembra avere molto a che fare con Pasolini. E non solo con il Pasolini delle borgate, filmico e romanzesco, col suo occhio antropologico calato in una società di maschi accattoni, papponcelli sin dalla nascita, che sfruttano per natura le donne – «nonna, lavora per me» pigolano a pagina 17 i pensieri intrusivi della voce narrante, che a pagina 30 giustifica i furti dalla borsa materna con una corresponsabilità intergenerazionale e omosociale, unica complicità col patrigno: «tanto lo fa sempre anche Ivano».

È anche il Pasolini psicanalitico delle tragedie greche a dialogare con Corpi minori: a pagina 27, la nonna del protagonista ricorda di averlo cullato in fasce fuori da una roulotte, tra gli alberi («ti dicevo sempre: amore senti le cicale, e tu ti addormentavi») in un’eco, se non citazione diretta, delle prime scene altrettanto agresti e dominate dalle cicale di Edipo re, girate a mezz’ora di macchina da Rozzano.

Non a caso sono proprio le caviglie, punto debole dei labdacidi, a cedere quando l’io di Bazzi subisce il più calmo dei borseggi nei primi capitoli e, a poche pagine di distanza, la figura rimossa del padre poliziotto affiora in impulsi autodistruttivi contro le guardie.

Ecco, se fosse appunto ineluttabilmente tragico e senza scampo, come minaccia di rivelarsi nella sua prima parte, Corpi minori sarebbe senz’altro un romanzo pasoliniano. Sarebbe il racconto dei postremi esiti nefasti della politica urbanistica del dopoguerra, un romanzo il cui protagonista si arrotola in un martirio di irrisolvibile disadattato senza risorse (se non «la forza di farvi pena»). È invece, meravigliosamente, un romanzo caravaggesco: l’Amore vince, Davide vince, forse il protagonista (anche se lui sospetta che altri rispondano a quel nome) è Narciso.

Esistenza desiderante

Non starò qui a raccontarvi la trama, di cui d’altronde troverete traccia nelle molte storie Instagram che mi aspetto di vedere a proposito di questo libro in cui è tanto facile immedesimarsi – sebbene la vicenda sia unica e dettagliatissima, personale nel senso più femminista del termine.

Dirò che Corpi minori si sostanzia di desiderio, e che ci libera della cattolica convinzione che al desiderio l’universo risponda con ironia punitiva. Non è così: possiamo volere tutto, sbagliare molto, e comunque ottenere quel che le carte (lo zodiaco, il karma, le foto su GayRomeo, il codice di avviamento postale soprattutto) sembravano negarci.

L’ironia non ha quartiere, del resto, in queste pagine pur così spesso autoironiche, a tratti autolesionistiche: Bazzi, dopo il brillante disordine un po’ spontaneo e amabilmente sbilenco di Febbre, voleva scrivere un romanzo importante, prendendo sul serio non solo la propria vita ma anche la propria scrittura. E l’ha fatto, mostrandoci di non somigliare davvero al ragazzo di vita smidollato di cui la sua narrativa non ci rivela neanche il nome, che possiamo solo supporre sia Jonathan: un io familiare e insieme alieno come quello di Proust, di Bassani, alle cui fanciulle in fiore, nonne cruciali, umanità localissime, nomi di paese e amori tossici, forse, deve qualcosa.

Mi correggo, qualche improvviso squarcio d’ironia lampeggia: a pagina 200 ad esempio, nel lamento: «un altro libro su Rozzano, non se ne viene fuori».

Da ex-ragazzino di Roma sud, trasmigrato dalla capitale d’Italia al centro dell’impero, vorrei dire che Rozzano, il luogo periferico da cui il romanzo e il suo protagonista cercano con successo di evadere rifugiandosi in un’inospitale eppure amatissima Milano d’inizio millennio, non esiste. Che Jonathan Bazzi, descrivendo le carte geografiche disegnate dai suoi intonaci scrostati, lo ha sottratto alla mitologia hip hop e alle indagini sociologiche per farne il punto di partenza di qualsiasi esistenza desiderante, ambiziosa senza averne l’aria. Senza essere dickensiano, banalmente sorrentiniano (senza essere nemmeno la Cinisello di Sfera Ebbasta né la Rozzano medesima di Fedez), è il rione di Elena Ferrante, la Scauri di Chiara Valerio, la Grosseto di Teresa Ciabatti, la Soreni di Michela Murgia: un luogo che si tratta male per renderlo immortale, necessario e velenoso come tutte le madri.

Mi piace aver menzionato solo scrittrici, perché Corpi minori esibisce una meravigliosa genealogia femminile e femminista: l’Anna Maria Ortese pioniera d’antispecismo, le fenomenologhe e le mistiche che Bazzi conosce intimamente, Gae Aulenti, Mary Wollstonecraft, ma anche personaggi che hanno marchiato a fuoco l’immaginario di chi era ragazzino negli anni Zero e si sentiva strano, colto (Vanessa Beecroft ad esempio, o la drammaturga neo-giacobita Sarah Kane).

L’altra madrina che mi viene in mente è la Ragazza Carla di Elio Pagliarani, eroina epica della periferia milanese neorealista. Forse il protagonista di Bazzi, che verso il centro del romanzo vive proprio dove viveva lei, è una Carla che ce l’ha fatta.

L’orizzonte del possibile

Corpi minori è, come ogni romanzo di formazione in prima persona, il resoconto di un risolvimento, di una guarigione. Racconta di un corpo che lascia il margine per raggiungere il centro, e che in questo trasferimento migliora, si fa più bello e snello: prima a discapito di altri corpi, poi trovando un suo equilibrio di sussistenza e infine (ecco la meno pasoliniana, la più inaspettata delle sorprese) nutrendo e nutrendosi con e dell’altro (umano e animale, che è la stessa cosa) al contempo dopo un tirocinio d’amore, materiale e spirituale, che lascia sul campo qualche vittima – un pitone, un borghese imbolsito, una fuorisede, e vari “io” abortiti dalla pratica impietosa di diventare adulti.

Assieme a quel corpo matura poi il mondo: MySpace lascia il posto a Facebook per registrare le citazioni di Oriana Fallaci e di Edith Stein, i colloqui telematici si spostano da Msn a WhatsApp mentre si cambia appartamento, la generazione Z fa capolino coi suoi rituali inediti e oblitera le canzoni di Vasco Brondi. E matura anche l’orizzonte del possibile per quei soggetti minori e flessibili, storti, freak, che la narrativa italiana (salvo forse, in embrione, nel Walter Siti di Un dolore normale) manca di raccontare senza farne simboli, tipi, funzionali caratteri comprimari o antagonisti tout court.

Che meraviglia leggere una storia d’amore in cui l’omosessualità non è un tema ma un dato – come in Caravaggio, appunto. E che meraviglia poterla leggere anche come la storia del progressivo illuminarsi di una coscienza di classe: di un individuo che si libera dell’egemonia berlusconiana senza rinunciare alla cultura popolare che lo ha formato, al mercato immobiliare, alle canzoni strappacuore, alle proprie comuni meschinità epiche, alle storie d’amore. A quello che ha l’aria di essere un lieto fine, malgrado tutto.


Jonathan Bazzi è autore del libro Corpi minori, in uscita l’8 febbraio per Mondadori

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