La verità è da sempre terreno di contesa tra letteratura e filosofia, tant’è che Platone assimilava il poeta a Proteo, divinità minore che con troppa disinvoltura cambiava forma e quindi opinione.

Negli ultimi tre secoli, la divisione dei compiti sembrava più ordinata e metodica, con la filosofia a operare ogni sorta di disvelamento sulle bellezze e le brutture di questo nostro mondo e la letteratura a creare mondi possibili presso cui trovare rifugio nel caso questo nostro mondo dovesse piacerci poco.

Il patto di non belligeranza stabiliva che chi faceva narrativa dovesse accettare di muoversi nel dominio della finzione, e solo tramite questa farsi strada nella vita di chi legge, financo certo per mutarla.

C’è di più: la finzione era l’asse portante di uno strepitoso marchingegno teso a truffare lettrici e lettori per far credere loro che esistesse qualcosa come una storia che accomuna l’intera umanità: un immenso repertorio di parti del reale, accortamente selezionate dal romanzo e nel romanzo, che consentiva di sperimentarci in un singolarissimo altrove. Una finzione operativa e rivoltosa, che studiatamente rinunciava a fare i conti con la storia per farsene almeno in parte guida.

Di recente, però, la pretesa della letteratura di dire il vero è tornata in vita con ben più energia che in passato. Un vero relativo in primo luogo all’esistenza, alle sue asperità e alle sue storture.

I travagli dell’io

Ma non ci si lasci ingannare: c’è qualcosa di qualitativamente diverso dal romanzo dei secoli d’oro, quando chi scriveva languiva in stamberghe e periva d’inedia. L’esistenza che è al centro del romanzo di oggi non è quella che atteneva alle vicende universali, in cui ogni vita umana si racchiudeva per un gesto di fantasia rivoluzionaria. L’esistenza del romanzo di oggi è quella biografica, individuale, concretissima, relativa alla vita ordinaria dei fatti di ogni giorno.

Romanzi che seguono un io incarnato, lo perimetrano, ne ricompongono la storia e ce lo presentano come catturato in disgrazie tutte sue e travagli e sventure. Un io che perde presto mamma e papà, esposto a maltrattamenti e oltraggi di ogni sorta; un io che, nella confusione di un mondo dove ogni confine scolora, si pone toccanti domande sulla sua sessualità, sul suo genere, sulle sue mutevoli convinzioni, e per questo prova sulle sue carni lo scudiscio dell’umana malvagità.

Verso il letterale

La ricerca del vero, quindi, non aspira tanto a scolpire verità metafisiche, e tantomeno storiche, quanto a tirar su una morale minima, che dia un po’ di conforto a chi in quella biografia incarnata si riconosce e ritrova. E qui sta l’imperativo metodologico connesso a questo biografismo morale: ritrovarsi in quella storia, per chi legge, deve essere di conforto, consolante; in nessun modo deve smarrire, rabbuiare, sconvolgere.

Il libro deve essere buono, moralmente inappuntabile, dividere con nerbo saldo il male dal bene, senza indagare sulle note collusioni tra questi. La storia narrata dev’essere passabilmente autentica, reale, vissuta da un qualcuno dotato di piaghe che possano toccarsi nel caso venissero dubbi sulla sua esistenza, e quindi non abbisogna di particolare invenzione: si offre all’occhio come il Giobbe dello Spagnoletto, che sa esaltare come pochi la colpa di non avere colpe.

Insomma, come notava Gianluigi Simonetti su questo giornale pochi giorni or sono, la qualità di un romanzo viene oggi misurata in base alla sua corrispondenza con quanto realmente accaduto: la sola guida della narrazione è il fatto vero, l’evento fattosi carne.

La narrazione rivendica così un rapporto con la realtà privilegiato quanto ambivalente: testimonia fatti che nessuno potrà né comprovare né contestare, allude all’inchiesta senza l’onere di documentare, si traveste da reportage che, mentre intrattiene, illustra e denuncia i malanni che avvelenano la vita. Uno scivolamento dal letterario al letterale che trascolora nel didascalico e ribadisce tutte le credenze di chi ben pensa.

Similvita

Non si vuole qui scomodare la figura un po’ fanée di Giorgio Manganelli, che in questo tramutarsi della letteratura in sociologia sentiva puzza di “similvita” e piuttosto raccomandava una letteratura che travia, travisa e strania. Lo faceva non tanto per amor di sedizione, quanto perché in questo seguiva Edmund Wilson, secondo cui la narrazione deve in primo luogo farsi stile, cioè badare alla “scelta delle parole”. Una panoplia di verbi, sostantivi, aggettivi e avverbi che inevitabilmente eccedono il paniere più angusto di chi non scrive per mestiere e che però a costui o costei offrono uno strumentario unico per pensarsi e dirsi (per pensare e dire).

Per questo, secondo Manganelli, la letteratura non ha da essere “umanistica” né mai aspirare a fare pieno e celebrato ingresso nella vita “vera”. Né si vuole qui convocare la concezione troppo esigente della letteratura che aveva Cristina Campo, nel suo elogio costante di Katherine Mansfield, Hugo von Hofmannsthal o Jorge Luis Borges, in grado di descrivere con estrema precisione fisica cose fisicamente impossibili, là dove solo la parola di chi narra è capace di così grande e iper-mondano miracolo. Per Campo, la narrazione è vertiginosa apertura che dà accesso a universi sterminati, in cui il vero un poco ignobile del mondo “reale” si lascia soverchiare dal vero più vero delle infinite possibilità di ricreare una vita.

Riscoprire la finzione

All’accusa di passatismo o, peggio, novecentismo, qui si è pronti, e anzi se ne fa professione. Eppure, non c’è bisogno di ventilare nostalgie per trovare qualcosa che oggi resista al biografismo morale. Ne Il realismo è l’impossibile, Walter Siti oppone realismo e verisimiglianza per isolare una necessità letteraria, quella cioè della finzione che, per principio etico prima che professionale, si rifiuta di fondersi con la realtà: là dove è impossibile seguire quest’ultima in tutta la sua varietà e mutevolezza, chi narra rivendica l’arbitrio della selezione e la responsabilità della finzione.

Trucchetti miserabili, scrive Siti, sono quelli di chi si professa realista e cerca di chiamare a testimonio l’empiria – una empiria, si noti, nutrita da fatti programmaticamente inverificabili perché legati all’intimità di una vita in prima persona e da quella prima persona autocertificati. Sì, ricalcare la realtà è sintomo d’impotenza. Non solo: la incupisce e la priva della sua naturale bellezza, perché la realtà è davvero la somma di tutti i possibili, irriducibile a una storia dotata d’inizio e di fine, e così la sevizia in una trama che da essa pretende distillare valori univoci e idee immutabili.

Sarà colpa dei mass media che trasformano la narrativa in para-giornalismo, o dei social che presuppongono lo stile asciutto e scabro delle ordinazioni al bar quando si va di corsa al mattino. Tutte possibili e plausibili spiegazioni della nostrana compulsione a misurarsi con l’accaduto e con l’istantaneo. Eppure, varrebbe la pena preservare l’esistenza a rischio di questo animale raro, questo ardente mondo creato che è la finzione letteraria, davvero a disposizioni di tuttə perché di nessunə.

Una realtà non mediata dalla realtà che si lascia esplorare in tutte le sue inevitabili ambiguità e tutte le sue risorse di potenza, per non ritrovarsi comodamente in quanto si crede d’esser già, e provare piuttosto a farne tecnica di radicale disordine e scompiglio. Si faticherà forse un poco di più, eppure ci si procurerà non una ma mille esistenze, o almeno il dubbio che perdersi sia più salvifico che angosciante.

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