La violenza contro le donne spesso è rivolta alle nostre voci e alle nostre storie. È un rifiuto delle nostre voci, e di ciò che una voce significa: il diritto all’auto-determinazione, alla partecipazione, al consenso o al dissenso, a vivere e interagire, a interpretare e narrare
Non poter raccontare la tua storia è una cosa letale, spiritualmente e a volte anche letteralmente: se nessuno ti ascolta quando dici che il tuo ex marito sta cercando di ucciderti, se nessuno ti crede quando dici che soffri, se nessuno sente quando chiedi aiuto, se non osi chiedere aiuto, se sei stata educata a non disturbare la gente chiedendo aiuto. Se vieni considerata fuori luogo quando prendi la parola in una riunione, se non vieni ammessa in un’istituzione di potere, se sei soggetta a critiche irrilevanti il cui sottotesto è che le donne non dovrebbero esserci o farsi sentire.
Le storie ti salvano la vita. E le storie sono la tua vita. Noi siamo le nostre storie, storie che possono essere sia la prigione sia l’utensile per forzare la porta di quella prigione; creiamo storie per salvarci o per intrappolare noi o altri, storie che ci sollevano o che ci sbattono contro il muro di pietra dei nostri limiti e paure. La liberazione è sempre, in parte, un processo di narrazione: rivelare storie, spezzare silenzi, creare storie nuove. Una persona libera racconta la propria storia. Una persona apprezzata vive in una società dove la sua storia ha un posto.
Ridotte al silenzio
La violenza contro le donne spesso è rivolta alle nostre voci e alle nostre storie. È un rifiuto delle nostre voci, e di ciò che una voce significa: il diritto all’auto-determinazione, alla partecipazione, al consenso o al dissenso, a vivere e interagire, a interpretare e narrare.
Un marito picchia la moglie per farla tacere; lo stupratore di una donna che conosce, o con cui è uscito, rifiuta di lasciare che il “no” della sua vittima significhi ciò che dovrebbe, ossia che lei sola ha giurisdizione sul proprio corpo; la cultura dello stupro afferma che la testimonianza delle donne è priva di valore, indegna di fiducia; gli attivisti antiaborto cercano anch’essi di tacitare l’autodeterminazione delle donne; chi uccide riduce la vittima al silenzio per sempre. In tutti questi casi si afferma che la vittima non ha diritti, non ha valore, non ha parità.
La riduzione al silenzio avviene anche in modi meno evidenti: persone importunate e tormentate online finché non tacciono, interrotte ed estromesse durante una conversazione, sminuite, umiliate, non considerate. Avere una voce è cruciale. Non è tutto, quando si parla di diritti umani, ma è centrale, e quindi si può considerare la storia dei diritti e della mancanza di diritti delle donne come una storia di silenzio imposto e di silenzio infranto.
Il potere di prendere parola
Discorso, parola, voce a volte cambiano le cose, quando determinano inclusione, riconoscimento, la riumanizzazione che annulla la deumanizzazione. A volte sono solo condizioni necessarie al cambiamento di regole, leggi, regimi per favorire giustizia e libertà. A volte, avere la possibilità di parlare, di farsi sentire, di essere creduti è parte cruciale dell’appartenenza a una famiglia, a una comunità, a una società. A volte le nostre voci mandano in frantumi queste cose; a volte queste cose sono prigioni.
E allora, quando le parole infrangono l’indicibilità, ciò che in una società era tollerato a volte diventa intollerabile. Chi non lo subisce, a volte, non vede o non sente l’impatto della segregazione o della brutalità poliziesca o della violenza domestica: le storie fanno capire il problema e lo rendono impossibile da evitare.
Per “voce” non intendo solo la voce in sé, letteralmente – il suono prodotto dalle corde vocali nelle orecchie altrui – ma la possibilità di prendere la parola, di partecipare, di percepirsi ed essere percepiti come persone libere dotate di diritti. Questo comprende il diritto di non parlare, che sia il diritto di non essere torturati per confessare, come i prigionieri politici, o di non dover dar retta a estranei che ti avvicinano, come fanno certi uomini con le ragazze, pretendendo attenzioni e lusinghe e punendone la mancanza. L’idea di voce estesa all’idea di agency, la facoltà di agire, comprende vasti ambiti di potere e mancanza di potere.
Chi non è stato ascoltato? Il mare è vasto e la superficie dell’oceano non si può cartografare. Sappiamo chi, in generale, è stato ascoltato sugli argomenti ufficiali: chi ha avuto incarichi pubblici, ha fatto l’università, ha comandato eserciti, ha ricoperto il ruolo di giudice e giurato, ha scritto libri e ha gestito imperi nel corso degli ultimi secoli. Sappiamo come in qualche modo le cose siano cambiate, grazie alle innumerevoli rivoluzioni del Ventesimo secolo e oltre: contro il colonialismo, contro il razzismo, contro la misoginia, contro gli infiniti silenzi forzati imposti dall’omofobia, e tante altre.
ll testo è un estratto di La madre di tutte le domande (Ponte alle Grazie). Titolo originale: The Mother of All Questions
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