Unica band sul palco dell’Ariston, porteranno una canzone che «parla di chi resta insieme nonostante le difficoltà». «La nostra società è sempre più individualista e condividere le proprie priorità significa fare un passo indietro»
Le bambole di pezza si sono a lungo cercate prima di trovarsi. Spinte dall’idea di un’idea di condivisione musicale interamente femminile e nutrite da un’ossessione nei confronti della cultura rock e punk dei primi anni Ottanta, si sono già esibite sui palchi di tutta Italia. E possono vantarsi di averli condivisi con importanti nomi della scena internazionale: dagli SKA-P ai Sex Pistols.
Originarie del milanese, sono assidue frequentatrici di luoghi dove l’esibizione è prima di tutto un’espressione del corpo, una sperimentazione catartica dell’esperienza di gruppo: prova ne è che sono solite scambiarsi gli strumenti, improvvisare, soprattutto in live. Un’energia propulsiva, un azzardo che avviene anche attraverso la voce – sono quasi tutte coriste.
«Creare una nuova linea di basso significa per me stare insieme allo strumento per capire cosa ne viene fuori», diceKaj (Caterina Dolci, bassista). Insieme a Morgana Blue (chitarrista solista), Cleo (Martina Ungarelli, voce), Dani (Daniela Piccirillo, chitarrista ritmica) e Xina (Federica Rossi, batterista) calcheranno per la prima volta il palco di Sanremo con un nuovo singolo dal titolo Resta con me. Ma hanno già in programma le date di un tour che partirà subito dopo. «Guardiamoci attorno», questo è il messaggio che intendono passare dall’Ariston. «Possiamo fare la differenza».
Storicamente le band tutte al femminile nel passato della storia della musica sono state molte meno rispetto a quelle maschili. Ancora oggi sono gruppi di soli uomini a orientare i gusti dei giovanissimi. Secondo voi come mai?
Dani: Musicalmente il fenomeno delle riot girls, in concomitanza con il grunge, ha visto la formazione di una pluralità di band al femminile. Che avevano molto valore come artiste. Questo ha fatto nascere in me la curiosità, la spinta di averne una a mia volta. Le donne insieme sono capaci di tante cose, anche di andare oltre al classico immaginario della band maschile a cui siamo abituati.
Cleo: Far vedere una figura la normalizza, è importante in termini di rappresentazione. Per questo siamo felici di essere a Sanremo. La prima artista che ho visto sul palco dell’Ariston è stata L’Aura. Ricordo di aver pensato: ma quindi anch’io potrò suonare là un giorno!
A chi pensereste se vi chiedessi di parlare delle donne che più hanno influenzato la vostra carriera e il vostro stile musicale? Ad esempio nel 2022 avete dedicato il singolo Rumore, che peraltro è stata poi scelto come colonna sonora della miniserie Raffa, a Raffaella Carrà.
Kaj: Artiste come Nina Hagen, St. Vincent, Diamanda Galàs. Che giocano sulla sperimentazione vocale mischiando pop e punk.
Xina: I Vixen! Per me Roxy Petrucci è stata un riferimento in un mondo musicale dove le donne batteriste rappresentavano una rarità assoluta. Ma penso anche a John Jeffrey e alle Runaways.
Morgana: Aggiungo alcune band femministe del gruppo riot a cui accennavamo prima, tipo le Bikini Kill. E per quanto controversa, Courtney Love è stata un’icona negli anni in cui ero una ragazzina.
Cleo: Per non parlare delle influenze attuali! Tipo Hayley Williams dei Paramore. O Lzzy Hale degli Halestorm. E poi la mia dea indiscussa: Christina Aguilera.
Il brano che porterete a Sanremo, Resta con me, è una sorta di racconto corale dello spirito comunitario che nasce dal fare fronte comune. Che valore date alla sorellanza femminile?
Un valore fondamentale. La canzone è legata al nostro vissuto, parla di chi resta insieme nonostante le difficoltà. È un mondo in cui le band sono pochissime. Prova ne è che saremo l’unica band sul palco. La nostra società è sempre più individualista e condividere le proprie priorità significa fare un passo indietro. È difficile, ma può portare a enormi gratificazioni. Vogliamo dare un esempio a chi in questo senso ha dei dubbi. Pensiamo al momento prima di salire sul palco di Sanremo. Noi siamo cinque, ci daremo forza a vicenda. Ma farlo da soli? Sarebbe terrificante.
Da dove nasce il nome Le bambole di pezza?
Richiama subito l’immaginario femminile. Ciò che ci attribuisce un potere è l’aggiunta di quel “di pezza”. La bambola di plastica è materica, stereotipata. La bambola di pezza invece non è perfetta, è composta di scarti materici, ciascuna è diversa. È un rimando a un immaginario giocoso, e al tempo stesso fa riflettere sul valore dell’imperfezione, dei pezzi tenuti insieme.
Quali spazi frequentate e riempite con la vostra musica? Ci sono spazi e tempi, ormai perduti, da cui traete ispirazione?
Cleo: A me l’underground ha letteralmente cambiato la vita. Sono una grande sostenitrice della scena metal. Nessuno potrà mai togliermi di lì. Nemmeno se un domani dovessi diventare famosa, magari dopo Sanremo (ride, ndr). È il mondo da cui proveniamo. Siamo partite da lì con la gavetta.
Dani: L’accesso alla musica è direttamente legato alla mancanza di spazi dedicati ai giovani. Mi piacerebbe che in Italia si ripartisse dalle città in chiave politica per creare luoghi espressivi dove gli artisti possano esibirsi. E non altri locali che ti chiedono quanta gente porti al concerto perché devono giustamente sopravvivere al costo delle tasse. In alcuni paesi le manovre a favore della musica si sono rivelate benefiche anche in senso culturale. Penso ad esempio al sistema di regolamentazione del settore musicale francese.
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