«Quando ho visto le stories che ha pubblicato Un!ta con gli animatori della serie di Zerocalcare che lamentavano il loro trattamento non mi sono stupita, tutti nel nostro mondo sanno che le cose funzionano così». Retribuzioni bassissime, carichi di lavoro insostenibili, lavoro subordinato camuffato da partita Iva nelle case di produzione che hanno curato l’animazione di Due spicci del fumettista romano. Una polemica immediatamente cavalcata da giornali e politici di destra, con tanto di interrogazione parlamentare firmata da Maurizio Gasparri, «che fa il giustiziere e poi vota in Parlamento contro il salario minimo», dice Michele Rech nel video che he pubblicato anche per ribadire che: «Non sono io che assumo, decido, pago, chi lavora alla serie».

Agitazione permanente

A distanza di giorni, nel settore l’agitazione non è scomparsa. Sono tantissimi gli animatori che hanno voglia di parlare e di raccontare le condizioni lavorative del comparto, ma tutti chiedono di farlo in forma anonima. «È un ambiente molto piccolo, basta poco e non lavori mai più» è il leitmotiv. «L’Unione italiana animatori ha fatto bene», dice a Domani una di loro, che chiameremo Anna, «almeno ora abbiamo un po’ di attenzione». Ma non tutti la pensano come lei. Tanti temono ripercussioni, altri pensano sia stato sbagliato perché il problema non riguarda un singolo progetto. Il lavoro in uno studio di produzione animata di film o videogame, raccontano gli animatori con cui siamo entrati in contatto, richiede ruoli che dovrebbero prevedere un contratto subordinato. Hanno orari precisi, spesso c’è controllo del lavoro quotidiano da parte dei supervisori, meeting e orari fissi, nei casi in cui viene imposta la presenza, eppure è quasi costantemente richiesta la partita Iva. «Ti consegnano scene a inizio settimana e tu devi consegnare il venerdì. Ma poi dipende dalla complessità, da quante correzioni ti fanno. Accumulare ritardo è facilissimo e finisci per lavorare sempre», dice Anna. «La finta partita Iva ci ammazza, non hai tutele, assenze, malattie e ferie non sono pagate». Senza considerare i costi per pc, tavoletta grafica, licenza per i software. E i compensi? «La prima volta hanno proposto di pagarmi a scena», dice Anna, «ma una scena potrebbe anche durare dieci minuti. Ho rifiutato e hanno proposto di farlo in base ai secondi consegnati. Però così non ti pagano il tempo impiegato per le correzioni. Per tre mesi di lavoro a un videogame mi hanno dato duemila euro lordi».

Il compenso migliore ottenuto da Anna è stato di 1.200 euro mensili, sempre lordi. Un comparto disastrato di cui sono ben consapevoli i sindacati. «Da quando siamo nel settore del cine audiovisivo», dice Vincenzo Lauricella di Usb, «abbiamo incontrato una marea di questi lavoratori e sono tutti spaventati. Pochi hanno la fortuna di essere dipendenti, quasi tutti hanno finte partite Iva, ma lavorano in condizioni di subordinazione, con contratti che, spesso, si interrompono. Quelli che abbiamo ascoltato guadagnano tra i mille e i 1.500 euro lordi. E non si tratta solo degli animatori, è un problema endemico del cine audiovisivo, Ci sono persone, poi, che non riescono neanche ad avere le giornate minime che garantiscono la contabilizzazione Inps dell’anno».

Lauricella, che parla di condizioni di lavoro che ricordano il caporalato, sottolinea, poi, come si sia aperto anche un fronte con le produzioni internazionali che chiedono ritmi di lavoro paurosi. «Stiamo cercando di organizzare questa fascia di lavoratori, ma è difficile, hanno paura. Pochissimi di loro vogliono denunciare anche situazioni che sarebbero risolvibilissime: se lavoro per tre anni con la stessa agenzia, se fatturo solo per lei, è ovvio che si tratta di una partita Iva che nasconde un lavoro subordinato».

Equo compenso?

Spesso, poi, denuncia Usb, agli animatori viene proposto un contratto vecchio di 27 anni, il Ccnl 121 del 1999, quello riservato alle troupe, che prevede dei minimi bassissimi. Un contratto collettivo per gli animatori, in realtà, esiste. È quello per i dipendenti dell’industria Cineaudiovisiva sottoscritto da Cgil, Uil e Cisl con Anica, recentemente rinnovato e in cui rientrano anche gli animatori. «Sono figure previste anche in maniera molto articolata, il contratto e prevede 1800 euro mensili per il livello più alto», dice Sabina Di Marco, della Slc CGIL Produzione Culturale. «C’è un problema di catene. Aziende che vincono delle commesse, magari lo applicano al loro interno, ma se fanno bandi ed esternalizzano del lavoro, lo appaltano ad altre che non lo fanno e che, magari, non sono neanche associate ad Anica. Nel caso degli animatori, poi, spesso viene proposto quello del 1999, che ha dei minimi ridicoli e che non è ancora stato rinnovato, quando non viene direttamente richiesta la partita Iva». La parcellizzazione e la precarizzazione del settore è un problema, da questo punto di vista, perché, di fatto, impedisce di avere una rappresentanza sindacale. Vie di uscita possibili? Da una parte battersi perché per le finte partite Iva venga riconosciuta la subordinarietà lavorativa: «Abbiamo portato avanti delle cause, vincerle ci rafforzerebbe anche in sede contrattuale. Dall’altra, secondo Di Marco: «Dobbiamo spingere per una legislazione che riconosca il valore dell’equo compenso per le vere partite Iva. È un tema che abbiamo portato ai tavoli ministeriali. Le partite Iva non possono andare al di sotto dei minimi dei contratti collettivi nazionali». Contratti che, comunque, non vengono spesso applicati per gli animatori.

«Chiederemo un incontro con Anica, è un mio intendimento, ma sono sicura che aderiranno anche Cisl e Uil, per discuterne. Perché il fatto che ci sia chi bypassa quei minimi contrattuali è un problema per entrambe le parti». Le criticità del settore non finiscono qui, perché vanno a inserirsi anche nella profonda crisi che sta attraversando il cinema italiano. «Secondo Anica, con cui abbiamo avuto in incontro», dice Lauricella di Usb, «con l’attuale taglio del tax credit, a partire dall’estate, le piccole produzioni potrebbero non partire più. È un problema di credito. Prima andavi in banca e ti facevi anticipare parte del budget, sicuro che, poi, avresti avuto i soldi del finanziamento. Ma, con questa situazione, le banche hanno chiuso i rubinetti».

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