Il Partito democratico, Alleanza Verdi e sinistra e +Europa hanno annunciato interrogazioni parlamentari sull’esclusione del docufilm Tutto il male del mondo, che racconta la storia giudiziaria del sequestro, della tortura e dell’uccisione del ricercatore italiano nell’Egitto di Al Sisi. «È una scelta politica», denunciano, «il ministro chiarisca in parlamento»
Ci sono molti elementi che dimostrano l’interesse culturale del docufilm Tutto il male del mondo su Giulio Regeni, il ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso dieci anni fa al Cairo, nell’Egitto del regime di Abdel Fatah al-Sisi. Ma non per il governo, che ha escluso il film di Simone Manetti, vincitore del Nastro della Legalità 2026, dai finanziamenti pubblici del ministero della Cultura (Mic).
Già il titolo racconta la storia. «Tutto il male del mondo» è quello che ha visto la madre del ricercatore, Paola Deffendi, nel viso di suo figlio quando ha dovuto riconoscere il corpo. La morbosità che si era accanita su di lui, il cui volto era irriconoscibile per le torture subite. Il documentario ricostruisce la verità giudiziaria e la storia di Giulio Regeni, raccontata dai genitori Paola e Claudio.
Per le opposizioni si tratta, dunque, di una chiara scelta politica e per questo il titolare del Mic, Alessandro Giuli, è stato chiamato a chiarire in parlamento. Si chiedono «per quali ragioni» il documentario su Regeni non abbia ottenuto neanche una parte dei 14 milioni di euro di contributi selettivi, distribuiti dagli esperti della commissione del ministero, alle opere cinematografiche e documentaristiche che si siano segnalate per «interesse artistico e culturale» e «identità nazionale italiana».
«È quindi questo un caso politico? È una valutazione di natura politica quella che ha portato all’esclusione del documentario?», chiedono le parlamentari e i parlamentari del Partito democratico, che depositeranno un’interrogazione al ministro, a prima firma della segretaria del Pd Elly Schlein, seguita dalla capogruppo alla Camera Chiara Braga e dei componenti della commissione Cultura.
«Siamo oltre la fantascienza», ha commentato Riccardo Magi, deputato di +Europa, anche lui firmatario di un’interrogazione che presenterà martedì. «Il ministro Giuli – ha aggiunto il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli – non può nascondersi». Le opzioni per Magi e Bonelli sono due e comportano entrambe «una grave responsabilità»: o il ministero non ha riconosciuto il valore dell’opera, mostrando l’incompetenza della commissione, oppure «ha avallato la decisione politica» di negare l’accesso al finanziamento.
Anche uno dei produttori del docufilm, Domenica Procacci di Fandango, aveva escluso a Repubblica che l’estromissione dal sostegno pubblico potesse essere giudicata una scelta artistica. È piuttosto una scelta politica, ha detto Procacci, considerando «incredibile» che una battaglia di umanità, di «ricerca di verità e giustizia» in una storia che «dovrebbe ferire e indignare», sia stata trasformata in «una battaglia politica».
Interesse culturale
Eppure, l’interesse culturale è evidente dalla strada che questo documentario sta percorrendo. È uscito nelle sale e 76 università italiane hanno già aderito all’iniziativa, promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo, di proiettarlo negli atenei. Ma il docufilm ha già oltrepassato i confini nazionali: il 5 maggio è fissata una proiezione al Parlamento europeo. E andrà anche in onda sulla Rai e su Sky.
Se quella che viene descritta come una scelta politica non può fermare l’interesse della società civile, e dunque la diffusione del film, il riconoscimento del sostegno pubblico è fondamentale perché, ha sottolineato la dem Braga, «parliamo di un’opera di evidente valore civile e culturale». Lo dimostra, lo ha ricordato Magi, anche lo stesso parlamento, che nella scorsa legislatura ha creato una commissione ad hoc di inchiesta.
Dunque, di fronte al riconoscimento già ottenuto dentro e fuori dall’Italia per molti non può che essere la dimostrazione che si preferisca non mostrare cosa è successo a Giulio Regeni. «Il governo Meloni, a partire dal ministro Giuli, ha una responsabilità pesantissima: mentre fa affari su gas e petrolio con regimi che violano i diritti umani, di fatto censura un lavoro che chiede verità e giustizia», ha concluso Bonelli, annunciando una terza interrogazione parlamentare delle opposizioni, che faccia «piena luce su questa decisione e sulle responsabilità politiche che l’hanno determinata».
I rapporti tra l’Italia e l’Egitto sono noti e interessano i giacimenti di gas e l’Eni. Relazioni da tutelare, tanto da inserire il paese nella lista degli “Stati di origine sicuri”, trascurando le molteplici violazioni dei diritti umani accertate da organizzazioni internazionali.
La scelta di non sostenere questo documentario mostra anche altro, secondo il Partito democratico: «Conferma le criticità che abbiamo già sollevato sulla riforma del sistema di assegnazione dei fondi al cinema, voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni. Una riforma che ha di fatto riportato a una gestione più discrezionale e politicizzata, eliminando meccanismi automatici e trasparenti».
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