La classifica di questa settimana sembra compilata da Johan Huizinga, l’autore di Homo ludens, più che da GfK. Tutti i libri del podio, in un modo o nell’altro, chiedono al lettore di giocare.

Primo Red, secondo I convitati di pietra, terzo Murdoku

Al primo posto c’è Red. Oltre il cuore di Stefania S. (Sperling&Kupfer) secondo capitolo della vendutissima saga romance young adult: rosa riverniciato, molto piccante, con Scarlett Crimson – più o meno Rossella Cremisi, una che ama molto il rosso della passione – che torna a Edimburgo (chissà perché Edimburgo?) senza memoria, costretta a ricomporre il passato come un mazzo di carte sparpagliato sul pavimento. L’unico rifugio è Ace – Asso – studente secchione disposto a perdere tutto pur di non perdere lei.

Al secondo posto I convitati di pietra di Michele Mari (Einaudi), fresco Premio Strega che, pur incrementando il proprio bottino di venduto, è superato da Red per un pugno di copie. Al terzo Murdoku (Magazzini Salani), il fenomeno editoriale che trasforma il sudoku in un giallo: ottanta delitti in stile Cluedo da risolvere con la logica. Tre libri diversissimi. Eppure tutti e tre chiedono al lettore la stessa cosa: giocare.

Più giù, nella vasta e prevedibile pianura della narrativa terapeutica e sentimentale e consolatoria – in sequenza dal quarto posto: Gotto Ci basterà mangiare il vento (Mondadori), Giannone Gli anni in bianco e nero (Nord), Bussola Il sole nelle pozzanghere (Einaudi), Cosetta Soltanto il giorno (Giunti) – si gioca una partita diversa, la più rassicurante di tutte: la scommessa che il finale happy end non tradirà.

Libri-gioco

Il punto più interessante è che Murdoku e I convitati di pietra siano entrambi libri-gioco: uno dichiara le regole in copertina, l’altro le nasconde dentro il romanzo. E perfino Red gioca la sua partita, la più antica del romance moderno: quella dell’identificazione. La lettrice entra nella pelle di Scarlett e vince, se vince, non contro un rivale ma ritrovando sé stessa.

Murdoku sceglie invece il piacere della deduzione. Ogni indizio occupa una casella, ogni dettaglio conduce a una soluzione: il caos è solo apparente, da qualche parte esiste una soluzione capace di spiegare tutto.

Anche I convitati di pietra è costruito come un gioco, che trasforma i suoi protagonisti in giocatori seduti attorno a una roulette immaginaria, «per i quali indovinare un numero significa desiderarlo, se non altro per poter continuare a giocare». È una frase decisiva, perché sposta il centro del romanzo dalla vincita al desiderio. Non si gioca per conquistare il premio. Si gioca perché il gioco diventa la forma stessa della vita.

Come ogni gioco serio, anche quello di Mari produce bari, superstizioni, imbrogli, macumbe, tentativi di omicidio. Nel mondo di Mari il gioco non serve a riportare ordine. Serve a dimostrare quanto l’ordine sia un’illusione. Quella roulette immaginaria attorno alla quale siedono i protagonisti di Mari diventa allora qualcosa di più di una metafora narrativa. È un’immagine della lettura stessa. Aprire un libro significa scommettere qualche ora della propria vita senza alcuna garanzia di rendimento, sperando che quella storia ci cambi, ci diverta, ci consoli o almeno ci sorprenda.

Il lettore è un giocatore

È curioso che il mercato editoriale, ossessionato da algoritmi e previsioni, dipenda ogni settimana da questo gesto irrazionale: il lettore resta un giocatore, che azzarda, cambia idea, abbandona un libro a pagina cinquanta o lo porta con sé per tutta la vita.

Forse è questa l’ultima ironia dello Strega. Non conta più chi ha convinto gli Amici della Domenica. Contano gli Amici del Sabato pomeriggio, quelli che entrano in libreria senza conoscere i retroscena, prendono in mano Mari, Murdoku o un romance e fanno l’unica cosa che tiene in piedi l’editoria da Gutenberg in poi: giocano la loro puntata. Qualcuno entra in libreria, sceglie un libro e scommette qualche ora della propria vita.

La rubrica, come ogni anno, va in vacanza. A rileggerci al rientro letterario di settembre.

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