Settimana iperletteraria questa, in cui perfino il caldo sembra avere un ufficio stampa: la cultura è riuscita nell’impresa miracolosa di occupare le prime pagine dei giornali.

Da una parte arriva nelle sale Odissea di Christopher Nolan, il kolossal dedicato al racconto fondativo dell’Occidente; dall’altra Michele Mari conquista il primo posto della classifica con I convitati di pietra, (Einaudi) fresco vincitore del Premio Strega, con un balzo non banale del 33 per cento di copie rispetto al venduto precedente, come primo effetto Strega. Che rilancia anche il rientro del già altovendente La sonnambula di Bianca Pitzorno (Bompiani) al nono posto e quello de Lo sbilico di Alcide Pierantozzi (Einaudi) al quattordicesimo.

Naturalmente non potevo mancare le polemiche. Nolan divide gli esegeti di Omero, lo Strega continua a dividere gli esegeti dello Strega, categoria ormai autonoma della antropologia italiana. Almeno per qualche giorno, il dibattito pubblico si è occupato di romanzi e di film anziché di sondaggi.

Coincidenza fortunata, perché Mari adora il cinema: i suoi Convitati sono costruiti come un film corale, voci che si accavallano intorno a un tavolo per trent’anni, secondo un montaggio che sembra nascere nelle sale buie dei cinema milanesi che lo scrittore elenca nel romanzo.

Storie sul tempo

Se l’Odissea ha insegnato all’Occidente a raccontare il tempo, I convitati di pietra racconta ciò che il tempo consuma: le amicizie, i desideri, i corpi.

Il 22 luglio 1975, trenta ex compagni di liceo stringono un patto tanto semplice quanto diabolico: ogni anno verseranno una quota in un fondo che sarà diviso soltanto quando ne resteranno vivi tre. Da quel momento ogni cena di classe diventa insieme rimpatriata e bollettino dei superstiti, rito della memoria e lotteria della morte. Agatha Christie di Dieci piccoli indiani invitata a cena da Carlo Verdone di Compagni di scuola.

Il risultato è un romanzo insieme malinconico e spietatamente comico, costruito attorno a un’esperienza che quasi tutti conosciamo: la cena di classe. La trovata narrativa è degna di un racconto di Borges, se Borges avesse partecipato a una rimpatriata liceale.

Attorno a quel tavolo si accumulano amori mai dichiarati, rancori mai sopiti, superstizioni, tentativi di omicidio, macumbe improvvisate. E Mari, senza rinunciare alle sue ossessioni — il cinema, i fumetti, il collezionismo della memoria come reliquia, il gusto quasi tassonomico dell’inventario — scrive forse il suo romanzo più accessibile e insieme più filosofico.

Non è mai stato uno scrittore accomodante. Non ha mai praticato la religione contemporanea dell’empatia né quella commerciale del piacere a tutti. Ha il volto severo di un professore che non alza mai il voto e alla premiazione dello Strega ha confessato di non sapere sorridere. Intorno a lui esiste da anni una piccola confraternita di fedeli — i mariani — che da vent’anni discute senza sosta quale sia il suo capolavoro. Non sono mai stati moltissimi, eccetto che per la raccolta Cento poesie d’amore a Ladyhawke, ma sono irriducibili.

Mari chiede molto ai lettori e non concede nulla alle mode. E non è mai stato prima d’ora primo in classifica.

Del resto basta leggerne cinque righe per riconoscere la sua lingua, un’immaginazione che non assomiglia a nessun’altra e un’idea di romanzo che continua a considerare l’ambiguità morale, e non il messaggio, il cuore della letteratura. Il piacere che deriva dalla certezza che non ci sono certezze. La vicenda della Strega, di cui non ho più voglia di parlare, ha assieme umiliato e rilanciato il giornalismo culturale italiano.

E allora che cosa significa la vittoria di Michele Mari allo Strega? Una notizia piuttosto semplice: ogni tanto vince il libro migliore, destinato con ogni probabilità a sopravvivere alla cronaca letteraria di questi anni. Forse il vero effetto Strega di quest’anno non è il +33 per cento di copie. È quello di avere ricordato che in un tempo in cui agli scrittori si chiede soprattutto di rappresentare una posizione, lui continua ostinatamente a rappresentare la letteratura. E forse è questo che oggi disorienta di Mari.

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