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Vagheggiando il suo piatto preferito, il pollo alle prugne cucinato dalla madre, Nasser Ali trova finalmente un po’ di pace e si addormenta dopo due giorni di insonnia e digiuno. Il pensiero dell’opulenta preparazione, a base di ingredienti semplici e iconici della cucina iraniana, fluisce nella silhouette di Sophia Loren, che cinge il protagonista e lo distrae per un attimo dalle sue angosce: è un musicista e intellettuale nell’Iran degli anni Cinquanta, afflitto da una depressione cronica causata da scelte di vita fallimentari e da una difficoltà di adattamento ai costumi introdotti dall’egemonia culturale angloamericana.

Il terzo tassello della saga

Così il graphic novel Poulet aux prunes (L’Association, 2004) di Marjane Satrapi, terzo tassello della saga familiare dell’autrice di Persepolis, presenta l’intreccio di sentimenti e responsabilità che vengono a costituire il nervo della narrazione, sullo sfondo del clima che precede la Rivoluzione. Nasser ha deciso di morire e morirà: dopo l’ennesimo litigio con la moglie, la sua vita ha perso ogni gusto. Il tar, l’unico strumento con cui riesce a esprimere emozioni e moti dell’animo, si è rotto e non ne trova uno degno.

Musica, cibo, affetti, sigarette, bellezza, ricordi, persino l’oppio: tutto lo disgusta. Quella che oggi verrebbe immediatamente etichettata dagli influencer di psicologia una personalità narcisistica emerge nei suoi silenzi insofferenti per ciò che non rispecchia la sua visione. Individualismo e narcisismo, problemi di matrice occidentale, affiorano nell’Iran occidentalizzato degli anni Cinquanta e riemergono nelle generazioni successive della sua famiglia, fino allo sradicamento e al vuoto.

fantastico e immaginario

Dal momento in cui Nasser decide di morire a quello in cui muore, Satrapi racconta la storia della sua famiglia con uno stile piano da osservatrice neutra, animato da momenti di sorpresa per le imperscrutabili svolte del destino dei personaggi e per la complessità della vita, offerta ai lettori senza moralismi né intenti edificanti.

Il disegno è semplice e disadorno, impreziosito da sparuti motivi decorativi persianeggianti; il contrasto essenziale del bianco e nero quasi privo di volume incarna la compostezza dei personaggi, la cui fissità ricorda quella delle icone bizantine. Così, l’irruzione dell’inaspettato della vita quando si manifesta risulta ancora più incisiva.

Questa storia non poteva che essere raccontata a fumetti, per la disinvoltura con cui fantastico e immaginario scorrono nella realtà: talvolta semplificandola, talvolta complicandola ancora di più.


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