Cibo e moda hanno ceduto il passo a logiche industriali globalizzate che alimentano il profitto di pochi e moltiplicano gli effetti negativi sulle persone e sull’ambiente. Così non celebriamo l’eccellenza nazionale: tradiamo la nostra Carta fondamentale. È tempo che la politica e l’economia restituiscano dignità alla terra e a chi lavora
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Cibo è il nostro inserto mensile che racconta il mondo attraverso ciò che mangiamo. Esce l'ultimo sabato di ogni mese sulla app di Domani e in edicola. In ogni numero svisceriamo un tema diverso con articoli, approfondimenti e commenti: questo mese parliamo di come la lingua della moda si intreccia con quella del settore gastronomico, dalla foodification dei vestiti alle collaborazioni tra grandi chef e maison. Qui troverete man mano tutti gli altri articoli di questo numero. In questa pagina, invece, tutti gli altri articoli di Cibo, che è anche una newsletter gratuita. Ci si iscrive a questo link.
Cibo e moda sono tra i simboli del made in Italy nel mondo. Tradizionalmente associati all'artigianalità di qualità, alla biodiversità dei territori, alla bellezza e all'eccellenza, i due comparti hanno progressivamente ceduto il passo a logiche industriali globalizzate, fondate su un principio identico: la sovrapproduzione.
I meccanismi economici estrattivi funzionano sulla base degli stessi presupposti, alimentando il profitto di pochi e moltiplicando gli effetti negativi sulle persone e sull'ambiente. In entrambi i sistemi si verificano profonde ingiustizie sociali e ambientali in quasi tutte le fasi del loro ciclo di vita.
Spreco alimentare e rifiuti tessili sono riconducibili alla stessa matrice sistemica. Dalla tragedia dei braccianti ad Amendolara alla morte della giovane operaia tessile Luana d'Orazio a soli 22 anni: la spietata regolarità con cui queste storie riempiono le cronache dimostra che non si tratta di fatalità isolate, ma dei paradossi di un modello produttivo fondato sullo sfruttamento della vita umana.
Nelle filiere di cibo e moda si intrecciano indissolubilmente salute, giustizia sociale, diritti del lavoro, tutela del territorio e partecipazione democratica. Come ricordava Carlo Petrini fondando il movimento Slow Food, il consumo non può essere un atto cieco e slegato dalla produzione.
Oggi, invece, le istituzioni continuano a finanziare un preciso modello di agricoltura intensiva e di manifattura su larga scala, guidato da colossi che esigono manodopera a basso costo, schiacciando la dignità umana sull'altare della competitività globale.
Ma i diritti non sono privilegi commerciali o concessioni del mercato; i diritti sono universali e, nel nostro paese, costituzionali. L'articolo 4 della Costituzione italiana sancisce chiaramente il diritto a un lavoro che permetta uno sviluppo dignitoso della persona.
Quando il made in Italy si regge sullo sfruttamento sistematico nei campi o nei laboratori tessili sommersi delle nostre province, non stiamo celebrando l'eccellenza nazionale: stiamo tradendo la nostra Carta fondamentale. Abbiamo affermato con chiarezza che non può esserci sostenibilità senza il rispetto della vita e dell'autodeterminazione dei popoli.
La stortura più drammatica della sovrapproduzione occidentale risiede nella sua delocalizzazione degli effetti. Mentre i profitti si accumulano nei paesi sviluppati, le conseguenze socio-ambientali si ripercuotono prevalentemente nei paesi del Sud globale. Ad Accra, in Ghana, i rifiuti tessili che l'Occidente non riesce a riutilizzare si accumulano formando spaventose montagne di scarti che inquinano irrimediabilmente l'acqua, l'aria e il suolo, compromettendo la sicurezza alimentare, l'agricoltura locale e la biodiversità per intere popolazioni.
Senza giustizia climatica non può esserci giustizia sociale. Non esiste transizione verde che possa ignorare lo sfruttamento della manodopera o il colonialismo dei rifiuti. Per invertire questa rotta distruttiva è necessario superare la frammentazione e tornare a "sentirci un noi", una comunità globale che rifiuta di ridurre i beni essenziali a pura merce da consumo rapido: non si può continuare a vivere di fast food e fast fashion.
Come scriveva Hannah Arendt: «Il diritto ad avere diritti, o il diritto di ogni individuo ad appartenere all'umanità, dovrebbe essere garantito dall'umanità stessa». È tempo che la politica e l'economia rispondano a questo imperativo, restituendo dignità alla terra e a chi lavora.
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