Tutti quelli che si occupano di cibo devono qualcosa a Carlo Petrini. Che lo abbiano adorato, guardato con sospetto, ammirato o aspramente criticato, Petrini è stato tra i primi ad aver utilizzato il cibo come chiave per capire e cambiare il mondo. Chi lo aveva fatto prima di lui, in Italia ad esempio Luigi Veronelli negli anni Sessanta e Settanta, possedeva ancora, parlando del cibo come elemento politico, economico e sociale, una certa timidezza da intellettuale e un’aria snob, tutti elementi poco attraenti per la nascente società dei media. Di Petrini tutto si poteva dire, invece, tranne che fosse timido o snob.

E sui media infatti funzionava benissimo, con la sua faccia da contadino sapiente, il suo accento delle Langhe, i sorrisi che si aprivano improvvisamente e la sicurezza con cui parlava di cibo, con quella conoscenza profonda e assoluta del lavoro che c’è dietro ogni boccone che ingurgitiamo. Petrini fu da subito una novità, una nuova figura di attivista buono ma caparbio, capace di creare un’associazione, Slow Food, che si espanse non velocemente ma in maniera continua e inarrestabile, fino a diventare planetaria, probabilmente ben al di là di quello che il fondatore poteva sperare all’inizio.

Contro i barbari

Slow Food nacque quasi come un’associazione di quartiere nel 1986, per impedire l’apertura di un McDonald’s in piazza di Spagna a Roma. Il gruppo era quello di Arci Gola, inserto del Manifesto, che si opponeva alla “calata dei barbari” che volevano snaturare uno dei centri cittadini più belli del mondo. Petrini capì subito che da lì poteva nascere qualcosa di più grande. Dietro a lui, alle manifestazioni, c’erano all’inizio giornalisti e scrittori, poi, e questo fu il segnale decisivo, gente comune che voleva capire il mondo attraverso il cibo.

Tre anni dopo Carlo Petrini diede vita a Slow Food internazionale, un “Movimento per la tutela e il diritto al piacere”, antidoto alla “follia universale della fast life”. Undici anni dopo, nel 2000, Petrini e la sua associazione creano i famosi presidia, comunità di produttori particolarmente virtuosi. Da lì a quattro anni Slow Food apre la propria università, quella di Pollenzo, interamente dedicata alla cultura eno-gastronomica. E dallo stesso anno si cominciò a battere per la biodiversità su tutto il pianeta attraverso Terra Madre, la rete globale di piccoli produttori tradizionali decisi a difendere la loro autonomia dalle grandi imprese dell’alimentazione. Petrini fu per tutto questo celebrato da Time e dal Guardian, diventando per il mondo intero l’alfiere globale del mondo locale, “glocal” come voleva un termine che divenne presto di moda.

Accusa di tradimento

Terra Madre fu la risposta di Petrini a chi lo criticava di aver tradito alcuni ideali della sinistra in nome del successo globale. Ad accusarlo era soprattutto una parte della sociologia anglosassone, un paradosso per lui che non era diventato sociologo per quattro esami. In sostanza, lo incolpavano di essere elitario; di aver fatto aumentare i prezzi di alcuni cibi, come il lardo di Colonnata, che prima di essere marchiati “Slow Food” potevano permettersi tutti; di insistere su una certa nostalgia alimentare, sostenendo che i nostri nonni mangiavano meglio di noi; degli eccessivi costi per i produttori locali che volevano far parte dei presidia; di aver difeso troppo la tradizione, con tutti i limiti che contiene (per esempio il ruolo subordinato delle donne in cucina), a scapito dell’innovazione anche sociale.

Terra Madre metteva una pietra sopra a tutto questo, e fu di fatto l’ultima grande invenzione di Petrini, anche perché più in là del pianeta non ci si poteva espandere. Negli ultimi anni Carlin, come lo chiamavano tutti quelli che lo conoscevano, ha saggiamente amministrato il patrimonio culturale e politico accumulato negli anni.

Aveva da qualche tempo abbandonato ogni carica attiva, continuando però ad essere la voce instancabile di Slow Food. Una voce che negli ultimi tempi si era affievolita solo nel suono, mentre il suo ideale di un cibo “buono, pulito e giusto” non veniva minimamente scalfito dalle parole che utilizzava.

Sicuramente qualche battaglia di Carlin è andata perduta nel tempo: nessuno si opporrebbe oggi alla “calata dei barbari” del fast food, e la Fao e molti grandi scienziati hanno ridimensionato i rischi del cibo geneticamente modificato. Ma in una grande vita come la sua, quello che conta sono le idee di fondo.

L’intuizione di Petrini è stata che il cibo non solo nutre il nostro corpo, ma dà forma a chi siamo, a come ci organizziamo come società, ai valori in cui crediamo, e alla fine al nostro posto nel mondo. Se guardiamo a come oggi si parla di cibo non solo nelle università, ma anche nelle piazze, dentro le case, e qualche volta persino in tv o su qualche blog (questa forse non l’avrebbe perdonata), possiamo tranquillamente dire che a Carlo Petrini devono qualcosa non solo quelli che si occupano di cibo ma, più semplicemente, tutti quelli che mangiano.

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