Quest’anno Marilyn Monroe avrebbe compiuto 96 anni. Li avrebbe compiuti, e invece non lo farà, perché è stata trovata morta nel letto, dalla sua governante, nell’agosto del 1962, a 36 anni, nuda, con la cornetta del telefono in mano, portata via da un’overdose di barbiturici. Suicidio, omicidio, o qualcosa in mezzo tra i due.

Il documentario disponibile su Netflix da ieri I segreti di Marilyn Monroe: i nastri inediti si concentra sull’ultima notte dell’attrice, ma anche sulla genesi del mito di Marilyn, sulla costruzione mitopoietica della più grande diva di tutti i tempi, utilizzando interviste inedite rilasciate da persone vicine all’attrice ad Anthony Summers durante la stesura del libro Goddess.

Il rapporto sentimentale coi due fratelli Kennedy, uno presidente degli Stati Uniti e l’altro procuratore generale, le amicizie scomode con gli esuli comunisti all’epoca della crisi di Cuba, i fascicoli dell’Fbi a suo carico, le cimici e le intercettazioni, gli scenari complottistici che a lungo hanno oscurato il talento e l’intelligenza dell’icona di Hollywood: la storia di Marilyn tiene dentro tutto, troppo, la luce e l’abisso, il sogno e il baratro senza rimedio.

Messa in scena

Il documentario varia la versione ufficiale della morte: Marilyn non sarebbe stata ritrovata riversa nel letto già morta, alle tre del mattino, come si è sempre pensato. Testimonianze dirette raccontano di un viaggio in autoambulanza ancora viva, diverse ore prima, e di una visita di quello che lei chiamava “il generale”, ovvero Bobby Kennedy, proprio quella sera, probabilmente insabbiata per proteggere il buon nome della famiglia più importante d’America. Una messa in scena, la vita di Marilyn, fino alla fine?

Una vita di cui tutto s’è detto, tutto si può dire. Marilyn la pin up giocattolo dei potenti, la diva scaltrissima, Marilyn la gonna che s’alza al passaggio della metro in Quando la moglie è in vacanza, a cui seguono le botte di Joe Di Maggio, geloso della scena che l’ha resa eterna. Le truccatrici riferiscono: «Abbiamo dovuto rimediare ai lividi sulle spalle». Marilyn la bionda, la scema, le tette di fuori.

Le grandi di Hollywood non la sopportano: arrivista, oca, non sa recitare. Lei fa di tutto per piacerti, dicono: ride, si spoglia, come la vuoi? Il documentario restituisce anche ciò che è stato sottratto al suo talento: Marilyn era un’attrice capace e appassionata, molto più capace e consapevole di quel che si è sempre pensato.

Jane Russell di lei racconta: «Voleva imparare sempre di più. La sera io ero distrutta, lei andava dal coach. Voleva essere brava. E quando la telecamera si accendeva era come se una luce elettrica si attivasse in lei. Tutto prendeva vita». Altri aggiungono: «Un corpo autoilluminante, la stella». E ancora: «Attingeva a fondo dalla sua vita personale. Si immergeva a lungo e ne traeva qualcosa di unico e inesplorato».

Vocazione al massacro

Nata da una donna mentalmente compromessa e incapace di badare a lei, Norma Jean Baker – il suo vero nome – passa l’infanzia tra affidi temporanei e case famiglia. Dieci famiglie affidatarie diverse, due anni di orfanotrofio. Cresce e ama troppo, come un’ingorda, dicono, scrivono: da un uomo all’altro, Joe Di Maggio, Arthur Miller, il rapporto promiscuo coi Kennedy, un po’ padri, un po’ diversivi. La psicologia dell’orfana, della trovatella. Da piccola, a ogni donna che vedeva: “Ecco una mamma”, e a ogni uomo: “Ecco un papà”. Marilyn donna Gemelli ascendente Leone, anche le stelle a sancire la subordinazione radicale allo sguardo degli altri: se in origine nessuno ti ha visto è obbligatorio essere un mito.

Donna-bambina, incatenata al palcoscenico da una fame di attenzioni che si fa vocazione al massacro: Marilyn s’è ammazzata, s’è drogata a morte, Marilyn è stata ammazzata, era fuori controllo. Voci, ancora oggi infinite voci. Il presidente e il fratello di Kennedy, la mafia, sapeva degli ufo? Marilyn la congiura, i segreti, vietato parlare. All’inizio del documentario sono le sue stesse parole in presa diretta a metterci in guardia, ripetendo un monito che risuona come un mantra retrospettivo, indicazione di metodo e sguardo. A un intervistatore Marilyn domanda: «Come si racconta la storia di una vita? Perché le cose vere alla fine circolano raramente. Di solito lo fanno quelle false».

La storia di Marilyn non smette di interrogarci, dato che in lei si sommano questioni fondamentali e perturbanti, come la genealogia del trauma, l’ambivalenza della fama, la natura onnipotente e contraddittoria del desiderio. La sua vita intera è un grande testo di epica contemporanea: se n’è accorta anni fa una fuoriclasse assoluta della narrazione come Joyce Carol Oates, che ne ha fatto un romanzo monumentale, Blonde (da poco ripubblicato in Italia da La Nave di Teseo), le cui pagine moltissimo raccontano anche delle dinamiche di potere di Hollywood, e del trattamento a lungo riservato al femminile in quel mondo.

Lady Gaga una volta su questo ha dichiarato: «È quando i produttori cominciano a comportarsi tipo: «Senza di me non esisteresti”, soprattutto nei confronti delle donne. Questi uomini hanno così tanto potere che riescono a dominare come nessun altro uomo può fare. In ogni momento, qualunque cosa vogliano: cocaina, soldi, champagne, ragazze, le ragazze più sexy che abbiate mai visto. Poi nella stanza entro io e otto volte su dieci mi considerano così, si aspettano da me quello che queste ragazze hanno da offrire, anche se io non ho assolutamente in mente quello. Non sono qui per questo. Non sono un recipiente per il tuo dolore, non sono solo un posto in cui puoi infilarlo. Quando volevano che fossi sexy o pop, io ci infilavo sempre qualche elemento assurdo per mantenere il controllo della situazione: se dovrò essere sexy ai Vmae cantare un brano sui paparazzi, lo farò morendo dissanguata, per ricordare a tutti cos’ha fatto la fama a Marilyn Monroe».

Niente andrà bene

Una fama ricercata con tutte le forze, quella di Marilyn, per poi scoprire, una volta raggiunta, di essere più sola di prima. Nonostante l’euforia collettiva, le copertine, i successi a oltranza, Norma Jean riferiva allo psichiatra che la seguiva a domicilio, troppi giornalisti per riceverla in studio: «Niente andrà bene, niente andrà come voglio io. Non piaccio a nessuno, rovino tutto». E da lì i ricoveri nelle cliniche psichiatriche, le dipendenze da sonniferi e antidepressivi con cui cercava forse solo di sentire un po’ meno.

La storia di Marilyn, indipendentemente dalle circostanze della sua morte, non smette di parlarci perché proietta le dinamiche di deprivazione affettiva su scala epocale, rendendole maestose e commoventi. Il massimo di bene e il massimo di male si possono toccare, in lei si sono toccati, creando scintille memorabili per l’immaginario sovragenerazionale ma non prive di conseguenze per l’ultracorpo abbacinante di questa donna minuscola e gigantesca.

Tutto è memorabile in Marilyn, dettagli dell’atto finale compresi: il testamento stranamente già steso, per precauzione, le indicazioni minuziose su come recitare anche il giorno del funerale, su come voleva andare alla tomba. La parrucca bionda de Gli Spostati, l’ultimo film, il vestito verde di Emilio Pucci, la bara tutta di bronzo massiccio, foderata di seta champagne.

La madre non ce l’hanno portata, con la schizofrenia non sapeva neanche chi fosse. È finita ma non è finita, Marilyn istrionica e lieve, incantesimo evanescente, sotto gli occhi di tutti, ma anche Marilyn che non regge, stordita, obnubilata, che parla parole non sue. Marilyn disarmata, che ripete per tutta la vita: giochiamo?, vuoi giocare con me? È finita ma non è finita, Marilyn personaggio eterno ma persona impossibile: come si riesce a vivere, davvero, giorno per giorno?

Marilyn enorme, fulgida, tutta per sempre simbolica. Morta in un letto ma viva, ieri, oggi e domani, domani, nella mente del mondo, che ancora e sempre ripeti: «Cercare di essere felice è difficile quasi quanto cercare di essere una brava attrice».

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