Nella sua opera c’è la storia dell’Iran e del suo passaggio dalla monarchia alla repubblica teocratica, la storia epica di una rivoluzione mancata. Ci sono le aspettative umane e personali di una ragazzina con cui è inevitabile identificarsi. C’è tutta Marjane, e dunque c’è un po’ di ognuna di noi
Il 4 giugno 2026 Marjane Satrapi è morta. La famiglia riferisce sia «morta di dolore poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l’amore della sua vita». La notizia mi ha lasciata affranta, come avessi perso un’amica o una di famiglia.
In questi giorni, moltissimi giornali e diversi programmi televisivi e radiofonici l’hanno ricordata. Sono state ricostruite le tappe della sua carriera, si è raccontata la sua opera e il suo impegno per l’Iran e le donne del movimento Donna, Vita, Libertà. Altri hanno esaminato gli aspetti della sua morte, passando dal più romantico e commovente “morir d’amore” all’aspetto invece clinico della depressione dovuta al dolore psicologico e affettivo; dolore che si fa fisico e che agisce sul metabolismo dell’individuo comportando danni gravi e irreversibili.
Ho incrociato Marjane Satrapi a Strasburgo, nel 2019, invitate allo stesso festival da associazioni diverse. Ci siamo solo salutate e confesso che l’ammiravo troppo per osare rubarle tempo in quella circostanza. Era l’invitata d’onore e presentava i vignettisti vincitori di un premio promosso da Courrier International. Trapelava, in quel suo muoversi sul palco, una certa timidezza mista al piacere, alla gratificazione per il ruolo di “madrina”, compito che svolgeva con naturale gentilezza.
L’impegno, il carattere, la grande sensibilità e l’amore per la vita emergono in ogni suo fumetto. Così come l’ironia! Ho riso e pianto leggendo i suoi racconti, mi ha reso partecipe del piacere degli sguardi di intesa fra lei e la nonna, fra lei e lo zio.
Marjane sa raccontare: disegno e dialoghi sono un corpo unico, inscindibile. Da Persepolis a Pollo alle Prugne o Taglia e cuci… ogni storia, anche la più piccola diventa elemento narrativo degno di interesse. Ricordo di aver letto in una sua intervista che aveva molto amato Maus di Art Spiegelman e si era ispirata a quel fumetto per impostare il suo Persepolis. Non aveva però fatto ricorso alla “maschera” degli animali, un po’ come si usa nelle favole, ma ci aveva messo la faccia. Sempre la sua faccia, bambina prima e poi adulta. Ci ha messo il suo corpo, che spariva sotto il velo nero, a mano a mano che il regime si faceva più opprimente.
Essenziale
Persepolis è un fumetto strutturato in modo classico: vignette chiuse e regolari; solo alcuni disegni sono a tutta pagina, per enfatizzare un passaggio narrativo o descrivere scene di piazza. I disegni sono elementari, nel senso di essenziali. Il bianco e nero è una scelta precisa che permette di esaltare i contrasti, creare delle composizioni grafiche di grande impatto ed eleganza e di evitare, tra i molti colori, il rosso (del sangue o delle fiamme) che sarebbe stato altrimenti abbondante nella storia di questo popolo tormentato. Satrapi mescola umorismo e citazione storica, descrivendo alcune situazioni a lei contemporanee attraverso la rivisitazione di bassorilievi di epoca persiana. Persepolis è un fumetto lineare, in cui è prioritaria l’urgenza di ordinare gli avvenimenti e decifrarne il senso.
Maggior libertà e sperimentazione grafica si notano invece in Pollo alle prugne e in Taglia e cuci. Il nero si riduce, i disegni spaziano sulla pagina. Maggior leggerezza vi è senz’altro anche nei contenuti.
Ho regalato questi libri più e più volte, soprattutto alle mie amiche, prima che la trasposizione di Persepolis in film di animazione facesse conoscere l’autrice al grande pubblico. Ero certa che l’avrebbero amata, superando l’iniziale diffidenza di chi non è avvezzo alla lettura dei fumetti. E così è stato. Perché nell’opera di Marjane Satrapi c’è la storia dell’Iran e del suo passaggio dalla monarchia alla repubblica teocratica, la storia epica di una rivoluzione mancata. Ci sono le vicende di una famiglia e di una società con la quale abbiamo molto in comune. Ci sono le aspettative umane e personali di una ragazzina con cui è inevitabile identificarsi. C’è tutta Marjane, e dunque c’è un po’ di ognuna di noi.
Lasciare tracce
Senza dimenticare che l’ambito editoriale dei fumetti continua ad essere a forte predominanza maschile: Marjane ha segnato un cambiamento anche in questo senso. Il suo sguardo, la sua voce di donna e di artista hanno lasciato una traccia importante nei lettori, ma soprattutto nelle lettrici. Sono certa che la sua opera abbia ispirato moltissime giovani disegnatrici incoraggiandole in questa professione.
È stata “integra”, Marjane, fino in fondo. Seguendo l’insegnamento di quella nonna a cui va il mio pensiero ogni volta che mi sfiora il profumo dei gelsomini. La nonna, così intelligente e anticonformista, coraggiosa e fiera, sempre viva nei suoi pensieri e vicina nei periodi più bui, la nonna che abbiamo conosciuto e amato anche noi.
La fine di Marjane mi ha molto colpito. C’è una sua intervista nella quale, in tempi non sospetti, afferma di pensare spesso alla morte. Lo dice scherzando, ma per sottolineare quanto sia importante vivere pienamente, non a metà, non aspettando il momento in cui inevitabilmente smetteremo di respirare. Aggiunge anche che, quando accadrà, i suoi amici la dovranno piangere e parecchio! Non vuole assolutamente che la sua morte sia solo l’occasione per bere un bicchiere alla sua memoria: “Je veux qu’ils me pleurent!”, dice ridendo e fumando una sigaretta.
E ora che è successo, è così anche per me: la piango e la rimpiango, e non posso fare a meno di sorridere di questa sua ennesima battuta.
Grazie Marjane, di cuore, di tutto l’amore e l’arte che hai condiviso.
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