L’artista franco-iraniana Marjane Satrapi è morta il 4 giugno, all’età di 56enni: con Persepolis ha denunciato il regime khomeinista. Per tutta la vita è stata una voce libera, a fianco dei diritti civili e delle lotte delle donne iraniane. Pubblichiamo i ricordi di Shady Alizadeh e di Parisa Nazari, attiviste del movimento Donna,vita,libertà. 


Un punto di riferimento 

Come donne e uomini liberi, dovremmo fermarci e condividere il cordoglio per la scomparsa di Marjane Satrapi, attivista, donna esule, artista iraniano francese e voce instancabile di libertà e morta di dolore per aver amato con tutto il suo corpo. Satrapi ha raccontato l’esilio, la sofferenza di lasciare il proprio paese senza ritorno e il peso di vivere da straniera in un’Europa che conosce ancora razzismo e intolleranza, con la vita divisa tra il presente europeo e una patria lontana, umiliata e oppressa.

Compagna e voce del movimento “Donna, Vita, Libertà”, è stata un riferimento nella lotta delle donne iraniane contro la repressione e per i diritti fondamentali. A questo si sono aggiunti il dolore personale per la perdita del marito e l’angoscia per la condizione ineluttabile del popolo iraniano braccato dentro i propri confini da un regime rafforzato grazie al conflitto internazionale.

La sua scomparsa impone una riflessione sul nostro ruolo di cittadine e cittadini europei e antifascisti: in un mondo segnato da indifferenza e personalismi, serve ritrovare solidarietà, sorellanza e cura verso un popolo che da mezzo secolo vive nel dolore e oggi rischia di perdere anche la fragile speranza di libertà soffocata dalla mostruosità di una guerra impersonale. Nel ricordarla rendo omaggio alla sua arte e al suo coraggio.

La sua voce continuerà a interrogarci soprattutto nei momenti in cui la speranza appare più fragile e il silenzio più comodo dell’impegno.
Donna, vita, libertà, sempre e ovunque.

Shady Alizadeh (avvocata e attivista di Donna, vita, libertà)

La voce di una generazione 

La notizia della morte di Marjane Satrapi mi colpisce come la scomparsa di una persona che, anche se non ha mai fatto parte della mia vita, ha raccontato una parte della mia esistenza molto meglio di quanto avrei saputo fare io stessa. Molti la ricordano come la grande fumettista, scrittrice, regista e attivista franco-iraniana che ha regalato al mondo Persepolis. Io invece la ricordo soprattutto come la voce che ha dato parole e immagini a un’esperienza generazionale rimasta troppo a lungo senza racconto.

Sono passati circa 25 anni da quando lessi Persepolis per la prima volta. Ricordo bene la sensazione di vedere la mia infanzia disegnata su carta. Non era solo la storia di Marjane, ma quella di molte di noi, bambine cresciute nella Teheran degli anni più duri dell’era degli ayatollah.

Noi abbiamo attraversato una rivoluzione senza averla scelta e una guerra devastante durata otto anni, anni in cui la retorica del martirio e la guerra imposta facevano parte della nostra quotidianità. Eravamo anche la generazione delle fratture politiche in famiglia e della repressione brutale dei dissidenti politici. Nel libro, e poi nel film, ritrovai immagini incise nella mia memoria. La più dura era quella macchia di sangue sui muri di un palazzo colpito da un missile, dove si diceva si stesse celebrando una festa di compleanno per bambini: immagini che non abbandonano mai chi le ha viste.

Come Marjane, appartenevo a una generazione di ragazze cresciute sotto il controllo di un regime misogino e liberticida, ma con la voglia naturale di ascoltare musica occidentale, vestirsi liberamente e vivere senza paura. Eravamo costantemente sotto il controllo della polizia morale e dei barbuti pasdaran. E crescendo, molte famiglie, si rendevano conto che l’Iran non era più il posto giusto per figlie come noi.

Anni dopo ebbi l’occasione di incontrare Marjane alla Festa del Cinema di Roma e le raccontai che, leggendo Persepolis, avevo avuto l’impressione che qualcuno avesse narrato la mia stessa vita. Non si trattava di una semplice identificazione letteraria, ma del riconoscimento di un’esperienza condivisa. Abbiamo parlato del fatto che la nostra generazione non ha lasciato l’Iran soltanto per cercare la libertà, ma anche con una missione: testimoniare. Raccontare ciò che abbiamo visto, denunciare ciò che abbiamo subito e dare voce a chi è rimasto. Marjane Satrapi lo ha fatto con un talento capace di raggiungere il mondo intero.

Per milioni di lettori Persepolis rimane uno dei graphic novel più importanti della nostra epoca; per me è qualcosa di ancora più significativo: la prova che la nostra storia era esistita davvero e che qualcuno aveva saputo raccontarla al mondo.

Parisa Nazari (attivista di Amnesty International e di Donna, vita e libertà) 

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