Due artisti hanno prodotto un lungometraggio sul filosofo che ha decrittato il mondo tra due millenni. Lo hanno fatto usando Instagram per chiedere a chiunque volesse di collaborare e inviare materiale
Al piano di sopra dell’Haggerston, un famoso pub di East London, una nuvola di persone si affretta a prendere posto in una piccola sala, che per l’occasione è stata trasformata in cinema. È una fredda domenica pomeriggio, ma tutti sono usciti di casa per assistere a una proiezione: poco dopo le feste di Natale, sui social si è diffusa la notizia di un film incentrato sulla vita e sul pensiero di Mark Fisher, e sono in tanti a essere confluiti lì per vederlo.
Filosofo e critico musicale, Mark Fisher è stato uno dei pensatori più brillanti degli ultimi venti anni, capace di captare e decrittare lo spirito del tempo di una società a cavallo tra due mondi: il vecchio e il nuovo millennio, il mondo analogico e quello digitale. Morto nel 2017 dopo aver a lungo convissuto con la depressione, la sua eredità resta in opere come Realismo Capitalista (NERO Editions) o negli scritti del blog k-punk, raccolti in Italia in vari volumi da Minimum Fax.
Si tratta di saggi in cui il filosofo intreccia musica, politica e salute mentale, elaborando il concetto di hauntology – la persistenza di fantasmi di ideologie passate e di futuri mai realizzati – e di Acid Communism, un assetto politico e sociale alternativo per un futuro anti-capitalista. Approdato all’università di Warwick negli anni Novanta, Fisher era stato allievo di Nick Land, fondatore del Cybernetic Culture Research Unit. In quel momento la gente era piena di pensieri utopici su come la rete avrebbe cambiato il mondo: una visione da cui Fisher si sarebbe presto discostato, ma che oggi è stata adottata con entusiasmo dai tech bro della Silicon Valley.
Sfida collettiva
We are making a film about Mark Fisher non è soltanto un documentario, ma un esperimento collettivo nato dalla visione artistica di Simon Poulter e Sophie Mellor, una coppia di visual artist inglesi originari di Plymouth che lavorano insieme nel collettivo Closer remote. In un’epoca dominata dal realismo capitalista, il progetto sfida le logiche dell’industria cinematografica tradizionale: realizzato a budget zero, senza accesso agli archivi istituzionali ma attingendo a decenni di riprese private.
Il film è stato letteralmente “evocato” attraverso una chiamata aperta su Instagram: utilizzando la piattaforma non come strumento di alienazione, ma come spazio di resistenza e cooperazione, i registi hanno costruito una rete globale di collaboratori, musicisti e attivisti. Il racconto della filosofia di Fisher si intreccia a immagini del nostro tempo, segnato dalle estreme conseguenze di una cultura ipercapitalista. Il risultato è un’opera aperta che non finisce sullo schermo, ma diventa un generatore di pensiero e confronto a partire dalla stanza nella quale viene proiettato.
Ricerca pubblica
Nei giorni che sono seguiti alla proiezione nel pub londinese, la notizia del film è diventata virale sui social, soprattutto in Italia, al punto che gli autori del documentario hanno cominciato a pubblicare anche contenuti in italiano. Per capire meglio la ragione di questo fenomeno, ho raggiunto Simon Poulter e Sophie Mellor con qualche domanda sul loro progetto.
«Tutto è cominciato con Tim Burrows, uno scrittore che collabora con il Guardian. Lo abbiamo conosciuto intervistandolo per un altro nostro film. Alla fine dell’intervista, seduti su una panchina in un parco, è uscito fuori il nome di Mark Fisher. Ci siamo detti: “Beh, nessuno ha mai girato un film su di lui”. Mi ha chiesto se avessi letto k-punk. Gli risposi di sì, ma che volevo rileggerlo tutto. In quel momento gli dissi: “Lo faremo noi, il film su Mark Fisher”. Era il 24 ottobre di un anno fa».”
Una delle cose che colpisce di più nel corso del documentario, è la selezione di un materiale visivo incredibilmente recente, che include perfino la marcia della far-right tenutasi a Londra lo scorso settembre. «Nel 2011 avevamo filmato moltissime manifestazioni a Londra, usando diverse telecamere» spiega Simon. «Quando è nata l’idea del film su Fisher, ci siamo resi conto di avere riprese incredibili proprio del periodo in cui Mark scriveva dei temi per cui la gente scendeva in piazza: le marce contro l’austerità, ma anche il matrimonio di William e Kate o il funerale di Margaret Thatcher».
Sophie ci tiene a specificare che lei e Simon sono artisti, non registi in senso tradizionale.
«Il film è nato in modo indipendente. Abbiamo usato l’account Instagram per invitare persone, materiali e collaborazioni. È stato uno spazio pubblico di ricerca». In effetti, contravvenendo alle regole della forma documentario, il narratore che ci accompagna attraverso la filosofia di Fisher è un personaggio di finzione.
«Mi sono ispirato a un racconto di fantasmi di M.R. James del 1909 e al film di Jonathan Miller del 1968, Whistle and I’ll come to you. Abbiamo creato questo personaggio, il professor Harkins, un accademico che trova un fischietto sulla spiaggia e libera un fantasma. Nel nostro film, però, il fantasma è il capitalismo. Harkins viene poi perseguitato dalle voci della storia personale di Mark Fisher, inclusi gli attacchi subiti sui social media».
Una delle scene più belle del film è una ripresa del professor Harkins che cammina stordito sotto il Greenwich foot tunnel, mentre nella testa risuonano interi passaggi del famoso saggio Uscire dal castello dei vampiri, uno degli interventi centrali del pensiero di Fisher, in cui il filosofo era arrivato a sostenere quanto l’identità fosse diventata uno strumento del capitalismo.
Nel documentario non mancano riferimenti al pensiero di Franco “Bifo” Berardi sulla “sinistra ricombinante”, volta a superare «la frammentazione sociale causata dal capitalismo digitale». Il filosofo inglese era rimasto molto affascinato dal saggio Dopo il futuro (NERO Editions) e dalle esperienze collettive della Bologna degli anni Settanta.
«I social media e la cultura aziendale hanno frammentato la sinistra attraverso le politiche identitarie. Noi abbiamo cercato di fare l’opposto: usare Instagram invece di farci estrarre dati, abbiamo usato il sistema dei social per creare una comunità reale, appunto, ricombinarla».
È quello che Mark chiamava «azione collettiva», ha ricordato Sophie. «E il fatto che così tanti giovani, tra i 18 e i 35 anni, ci stiano scrivendo da tutta Europa e dall’Italia per proiettare il film dimostra che c’è un desiderio profondo di tornare a stare insieme».
Utopia e distopia
Uno degli obiettivi del film è quello di evocare un’utopia dentro la distopia attraverso il pensiero critico di Mark Fisher, per cominciare a progettare insieme modi alternativi di stare al mondo rispetto all’estremo individualismo vigente. Non a caso, il documentario si chiude con un accenno agli ultimi sviluppi teorici della filosofia di Fisher, che aveva cominciato a guardare agli anni Sessanta per riportare alla luce quei semi di collettivizzazione soffocati nei decenni successivi.
«L’Acid Communism è il momento in cui l’essere umano riappare nella storia e decide come vuole vivere». In tal senso, tornare a frequentarsi fuori dagli schermi digitali diventa un punto di partenza importante per provare a immaginare un’alternativa all’assetto attuale della società in cui viviamo. «Ecco perché quando diciamo "Stiamo facendo un film su Mark Fisher e ora lo state facendo anche voi", non siamo solo poetici».
L’interesse che si è sviluppato intorno al lavoro di Poulter e Mellor, ha mosso una serie di interventi dal basso per proiettare il film anche in Italia. Questa reazione – inattesa eppure così concreta – parla di una stanchezza generale che tuttavia non ha ancora voglia di abbandonarsi all’impotenza, ma esige piuttosto di comprendere, immaginare, agire insieme per riscoprirsi come collettività.
We are making a film about Mark Fisher arriva presto anche nelle nostre città e per adesso lo potete trovare qui:
Cinema Boldini, Ferrara 19 Febbraio
Cinema Troisi, Roma 24 Febbraio
Section80Bar, Milano 25 Febbraio
Arci Bellezza, Milano 5 Marzo
Lume, Milano 11 Marzo
Il calendario è in continuo aggiornamento sulla pagina Instagram del progetto.
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