Nel suo libro del 1928 Economics of Fashion, Paul Nystrom dedica un intero capitolo alla standardizzazione dell’abbigliamento. Il sistema delle taglie era nato durante la Guerra Civile, quando l’esercito americano aveva dovuto far fronte a una produzione rapidissima di un’ingente quantità di uniformi, e allora rappresentava una vera e propria avanguardia industriale. Ma Nystrom, che oggi viene considerato un pioniere del marketing, segnala anche un'altra forma di standardizzazione che si stava diffondendo all’epoca: la classificazione delle personalità delle clienti. Si parte da tre tipi: «La drammatica – alta, dignitosa e signorile; la ingénue – bassa o di media altezza, carnagione da chiara a media, espressione vivace e allegra; e l’atletica – spalle larghe, vigorosa e attiva».

La catena di grandi magazzini di Los Angeles Bullock’s ne individuava addirittura sei (la romantica, la statuaria, l’artistica, la pittoresca, la moderna e la convenzionale), ciascuno associato ad accessori e capi di abbigliamento. La classificazione, scrive Nystrom, piace molto alle donne, che finalmente si sentono soddisfatte nelle loro necessità fisiche e mentali.

Identificarsi con un tipo, magari su suggerimento di una venditrice, le rassicura. Tutti i loro desideri sono già previsti da una figura esperta che, a colpo d’occhio, sa che la romantica vorrà un parasole per passeggiare nel parco, mentre la statuaria preferirà un ventaglio di piume per i suoi giochi di seduzione.

Nella cultura digitale

Oggi, secondo Aesthetics Wiki, un’enciclopedia collaborativa sulle sottoculture di Internet, esistono 1017 diverse “aestethics”. Si va dalle più note, come quella Goth o quella Kawaii, a quelle più strane: Christian Girl Autumn, per le appassionate di Pumpkin Spice Latte, camicie a quadretti e collane con crocifissi; o Lobotomy Chic, per chi adotta l’aria catatonica di una donna internata in un istituto psichiatrico.

Come osserva Valentina Tanni nel libro Exit Reality (Nero), le aestethics, esplose con la diffusione della Vaporwave intorno al 2010, sono una componente fondamentale della cultura digitale contemporanea. Le aestethics, spiega la storica dell’arte, non solo l’“Estetica” che si studia in un corso di Filosofia, ma «la ricerca di un’atmosfera, di uno stato d’animo, quando non addirittura l’espressione di una visione del mondo. Le immagini, i suoni e i testi vengono creati con grande consapevolezza della loro potenza evocativa; l’atto artistico si trasforma in una pratica di manipolazione intenzionale dei sensi e – di conseguenza – della mente».

In modo non molto diverso dalla classificazione delle personalità di un secolo fa, a ogni estetica corrispondono infatti non solo una serie di caratteristiche esteriori, ma anche di comportamenti, gusti, se non addirittura qualità morali.

Nella brochure con cui Bullock’s descrive ciascuna personalità non mancavano giudizi sulle condotte dei vari “tipi”: la “romantica” è descritta come una approfittatrice, la “pittoresca” è “non troppo dignitosa”, la “moderna” vuole attirare l’attenzione accorciando o allungano l’orlo della gonna solo per il gusto di averla più corta o lunga di tutte le altre.

Apparire ed essere 

Oggi, nel vasto mondo delle aestethics dei social, e in particolare di TikTok, milioni di ragazze decidono che tipo di donna diventare: clean girl (“ragazza pulita”), per le minimaliste dalla pelle perfetta, mob wife (“moglie di mafioso”), per chi ama vestire leopardato, office siren (“sirena da ufficio”), per chi vuole sembrare una segretaria sexy. Non è una novità, chiaro, come testimoniano i sempreverdi test del Cioè per scoprire “Che ragazza sei”.

Ma ciò che è cambiato profondamente, e che differenzia le aesthetics dei social dalle sotto e controculture giovanili, è che queste estetiche non solo vengono selezionate da un infinito catalogo, ma soprattutto somigliano a un pacchetto completo che include non solo gusti e vestiario, ma anche norme e regole. Il salto da come vogliamo apparire a come dobbiamo essere e cosa dobbiamo fare per essere facilmente collocate nella società patriarcale è molto breve.

Secondo la storica della moda Elizabeth Wilson, l’ossessione per la tipizzazione delle donne è nata a metà dell’Ottocento in Europa, quando il mercato matrimoniale entrò in crisi per mancanza di scapoli, dovuta agli alti tassi di moralità maschile causati dalle guerre. Se prima la moglie ideale era quella che meglio si conformava ai canoni sociali, diventò necessario distinguersi dimostrando di avere una personalità originale, ma non al punto da uscire da quei canoni.

L’individuazione di personalità tipo consentiva quindi alle donne di abbracciare una maggiore individualità senza però risultare troppo eccentriche. In quegli stessi anni nasceva la statistica, una disciplina che diede un forte impulso all’eugenetica, il cui principio è che a certe caratteristiche fisiche e genetiche corrispondono certe caratteristiche morali.

Chi decide 

Molti studiosi sostengono che alla base delle tecnologie di profilazione digitale promosse dai big data ci sia proprio l’eugenetica: tutti noi siamo ridotti a un set di attributi in base ai quali un algoritmo prevede che possediamo determinati valori e credenze, che seguiamo un certo stile di vita, ma soprattutto che vogliamo certe cose, che ci verranno proposte come content o come inserzioni pubblicitarie. La prevenzione di ogni nostro desiderio è la moneta di scambio del capitalismo della sorveglianza.

Per un po’ di tempo questa idea ci ha fatto molta paura. Il caso Cambridge Analytica, la società di consulenza che tentò di manipolare le elezioni statunitensi rubando i dati di 80 milioni di profili da Facebook, diventò uno scandalo globale. Oggi al contrario milioni di utenti di TikTok, in particolare ragazze e donne giovani, non aspettano altro che quell’ammasso di dati decida per loro che tipo di ragazza sono, senza neanche lo sforzo di rispondere al test di Cioè.

Come la cliente di Bullock’s era felice di essere profilata da una commessa così da non dover più pensare a cosa volesse davvero, oggi lasciamo che un algoritmo decida per noi se siamo più cottagecore o clown girl. E così abbracciare una aesthetic piuttosto che un’altra non significa solo adottare uno stile o cambiare il proprio guardaroba, ma lasciare che qualcun altro decida per noi.

Cosa resta dei desideri individuali in questo deserto digitale è la grande domanda che portano con sé le aesthetics e la loro particolare forza normativa. Cosa resta delle donne e della loro singolarità se i nostri desideri sono già previsti da una formula ha già deciso per noi? E che conseguenze ha questa anestesia sulla nostra capacità di intervenire nel mondo?

Molte aesthetics hanno già compiuto il salto dalla moda alla politica. Le tradwife (“mogli tradizionali”) sono passate dall’essere le cosplayer della vita rurale a una forza che trascina sempre più giovani donne nei ranghi dell’estrema destra, convincendole che la vita da casalinga sottomessa è preferibile all’autonomia del lavoro. Il vantaggio? Non dover pensare più a così tante cose, né a cosa mettersi per andare in ufficio né alla propria libertà.


Miu Miu Literary Club, “Politics of Desire”, sotto la direzione di Miuccia Prada, inizia oggi e prosegue il 23 e il 24 aprile 2026 presso il Circolo Filologico di Milano. Il progetto, lanciato nel 2024, è incentrato su autrici femminili, e dimostra il potere della scrittura come mezzo creativo che, da secoli, consente alle donne di esprimere desideri e ideali, affermare la propria indipendenza e ispirare generazioni future. I romanzi scelti sono Memoria di ragazza di Annie Ernaux e Cambiare di Ama Ata Aidoo. L’evento prevede conversazioni, lecture, performance dal vivo e per la prima volta l’installazione di una “Curated Library” dove sarà disponibile una selezione di libri curata dalla filosofa femminista Rosi Braidotti, per libera consultazione e ispirazione. Le ospiti: Katherine Angel, Nadia Beard, Elisa Cuter, Annabelle Hirsch, Jennifer Guerra, Olga Goriunova, Lea Melandri, Francesca Marciano, Wayetu Moore, Megan Nolan, Lou Stoppard, Gloria Wekker. Il 24 aprile il Circolo Filologico si trasformerà in una reading room aperta al pubblico. Il programma completo su www.miumiu.com.

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