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Il cibo ha sempre viaggiato insieme all’uomo. Dietro ogni piatto si nasconde una storia millenaria fatta di incontri, scambi, commerci e migrazioni. È una storia che spesso dimentichiamo, ma che racconta come i sapori abbiano contribuito ad abbattere barriere e costruire ponti tra culture diverse. Pensiamo a un semplice piatto di spaghetti al pomodoro: dentro c’è il mondo. Oggi lo consideriamo il simbolo della cucina italiana, ma senza i grandi movimenti di uomini e merci non sarebbe mai esistito.

Il legame tra uomo e cibo è antico quanto l’umanità stessa. Nelle preistoria infatti quando i nostri antenati erano nomadi, la ricerca di nuove risorse, l’esaurimento di quelle disponibili e la necessità di sopravvivere spingevano intere comunità a esplorare territori sconosciuti. In questo senso, le prime migrazioni della storia furono anche i primi grandi viaggi alla ricerca del cibo.

Globalizzazione a tavola

La prima grande globalizzazione alimentare prende forma con le esplorazioni del XV secolo. Dopo il viaggio di Cristoforo Colombo del 1492, il cosiddetto scambio colombiano portò tra Vecchio e Nuovo Mondo piante, animali e nuove colture, cambiando profondamente le abitudini alimentari e inaugurando una stagione di scambi destinata a trasformare la cucina di tutto il mondo.

Tra i protagonisti di questo viaggio c’è il pomodoro. Originario dell’America Centrale, arrivò in Europa nel Cinquecento con gli spagnoli. Eppure, proprio come spesso accade ai migranti, anche il pomodoro incontrò diffidenza e sospetto prima di essere accolto. Solo dopo secoli sarebbe diventato l’ingrediente simbolo della cucina italiana.

Una realtà distinguibile già molto presto. Non è un caso che già nel Settecento, durante il Grand Tour, artisti e giovani aristocratici europei raccontavano nei loro diari le abitudini gastronomiche italiane. Johann Wolfgang Goethe, nel suo Viaggio in Italia, descrive la Napoli del 1787, dove i maccheroni venivano cucinati e mangiati direttamente per strada. L’immagine dei lazzari che consumavano spaghetti con le mani e quella del maccaronaro, il venditore ambulante di pasta, contribuirono a diffondere in tutta Europa uno dei primi stereotipi gastronomici italiani.

Un altro grande cambiamento arriva tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando milioni di italiani emigrano in Europa e nelle Americhe. Si partiva soprattutto per un motivo: la fame.

Le classi popolari infatti vivevano di pane, legumi e verdure, tanto da essere soprannominate “mangiafoglia”. Edmondo De Amicis, nel suo Sull’oceano, raccolse le storie di molti di quegli emigranti. Tra le frasi che meglio riassumono le ragioni della partenza ce n’è una, semplice e potente, che ricorre in diverse varianti dialettali: «Mi emigro per magnar».

Una volta arrivati in America, gli emigrati scoprirono un’alimentazione più ricca. Salumi, carne, olio d’oliva e soprattutto la pasta condita con salsa di pomodoro divennero il simbolo di una conquista sociale prima ancora che gastronomica. Vivendo fianco a fianco, siciliani, napoletani, veneti e piemontesi iniziarono a mescolare tradizioni regionali diverse, dando vita a una vera cucina italoamericana. Ancora una volta il cibo dimostrava di essere il luogo dell’incontro e della contaminazione.

Il ritorno

Molti emigrati tornarono in Italia portando nuove abitudini alimentari e una diversa idea del benessere. Mangiare carne più spesso o sedersi tutti insieme a tavola divenne il simbolo di un riscatto sociale. Questi cambiamenti, però, furono guardati con sospetto dalle élite tradizionali e, in seguito, dal fascismo. Negli anni Trenta l’autarchia tentò persino di ridurre il consumo di pasta, promuovendo il riso per limitare le importazioni di grano. Ma la pasta era ormai parte dell’identità italiana e nessuna campagna riuscì a scalzarla.

Ma non furono solo i migranti a far viaggiare il cibo. La storia del cibo è, in fondo, la storia dell’umanità. Ogni ingrediente che arriva sulla nostra tavola porta con sé un viaggio, ogni ricetta è il risultato di incontri e contaminazioni, ogni piatto racconta persone che si sono spostate in cerca di una vita migliore.

Per questo anche un semplice piatto di pasta al pomodoro non è soltanto una ricetta: racconta secoli di migrazioni, commerci, esplorazioni e scambi culturali. È la prova che il cibo non è mai stato fermo e che, proprio grazie ai suoi continui viaggi, oggi possiamo ritrovarci attorno alla stessa tavola.

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