Il terzo giorno in ospedale iniziò a somigliare a tutti i giorni di degenza da lì in poi. In quel momento non avevo idea di quanto sarebbe stata lunga la mia permanenza in ospedale, ma sarà stato il catetere, sarà stato che una oss mi aveva confermato che mi avrebbero potuto lavare i capelli anche da allettata, sarà stato il menù delle cucine del Niguarda che pensavo peggio, insomma il soggiorno al momento non era così terribile. Francesco mi aveva comprato una copia di Mondo Sudoku, due amiche avevano fatto recapitare un mazzo di fiori che riceveva complimenti da chiunque passasse in stanza, Sergio e Valentina mi avevano lasciato un cavo lunghissimo per ricaricare telefono, auricolari e iPad. Chiesi di portarmi un cuscino piccolo da mettere accanto alla testa per potermi illudere di essere girata sul fianco e Valentina mi portò un cuscino tondo in peluche rosa con il disegno di un unicorno. «Era l’unico che avevano» mi spiegò. La prima oss che lo vide disse senza emozioni: «Che carino» mentre lo infilava con violenza in una federa bianca.

Le consegne di tutti questi oggetti avvenivano nella clandestinità: l’orario di visita era dalle 12.30 alle 13, poteva entrare solo una persona con mascherina ffp2 e starsene in un angolo della stanza tenendo dietro la schiena le mani igienizzate all’ingresso. Ma la mia era la prima stanza della stroke unit, accanto alla porta d’entrata, e con un po’ di fortuna se qualcuno voleva portarmi qualcosa poteva sgattaiolare da me dopo aver spiegato all’infermiere o all’oss di turno che aveva una consegna urgentissima da fare. Per esempio un cuscino con unicorno salvavita.

Dottor Scazzo

La grossa novità del terzo giorno fu l’inizio della fisioterapia. Tutti i medici mi avevano detto che era fondamentale per riprendere il movimento, che l’avrei dovuta fare tutti i giorni, che finito il periodo di controllo in subintensiva sarei dovuta andare in un reparto di riabilitazione dove avrei fatto, indovinate cosa, fisioterapia. Nessuno al momento nominò operazioni, farmaci, trattamenti con macchinari, integratori, una dieta particolare come forme di guarigione. In realtà su due cose mi ero informata direttamente con uno dei neurologi che passavano per i controlli. Tutti i medici che avevo visto al momento, a prescindere dal sesso e dall’età, somigliavano a qualcuno che si può incontrare nell’area silenzio di un Frecciarossa, quest’ultimo invece sembrava qualcuno che avrei potuto incontrare in un bar.

Specifico una cosa: a parte il Dottor P., nessun medico, infermiere o oss si è mai presentato. A causa delle mascherine non so che faccia abbiano queste persone e non so nemmeno come si chiamino, quindi dovetti trovare dei nomignoli per definirli nei racconti che scrivevo su WhatsApp a Francesco e ai miei amici. Ad esempio l’infermiere che mi mise il catetere era «Il rigidino con gli occhiali», la oss che mi aiutò a lavarmi la prima mattina era «La signora tenerona», la prima neurologa con cui ho parlato era «La sciura», questo neurologo era «Dottor Scazzo».

Dottor Scazzo lo avrei potuto incontrare in un bar per una questione di età e di allure un po’ hipster. In un altro universo in cui il mio cervello non faceva cazzate, avrei visto il Dottor Scazzo in un bar, avremmo casualmente incrociato lo sguardo e avremmo pensato entrambi: «Cazzo vuole?». Il neurologo si piazzò di fianco al mio letto e iniziò a farmi fare il solito ballo di gruppo e le solite domande: ti formicola questo, ti fa male la testa, blablabla. Lo scazzo era tale che quel blablabla potrebbe averlo detto lui. Il suo distacco emotivo mi permise di non piangere per l’ennesima volta e di avere la lucidità per fare un paio di fondamentali domande: «Mi rendo conto che è presto per parlarne, ma ho una curiosità: per caso c’entra il fatto che fumo o bevo con quello che mi è successo?».

«Quanto fuma?»

«Più o meno tre sigarette al giorno». Era una media fatta a spanne, capitavano giorni senza fumare, altri in cui tre sigarette le facevo fuori entro le 11 del mattino.

«E quanto beve?».

«A casa non bevo, fuori dipende».

«Cocktail?».

«Pochi».

Da quando avevo lasciato le redazioni e minimizzato il lavoro da autrice tv, avevo diminuito drasticamente il consumo di superalcolici, mentre prima bere gin tonic era una delle soft skill richieste dal cv. «Bevo vino principalmente, magari qual­che aperitivo».

«Mi sentirei di escludere che si tratti di una emorragia causata da un abuso di sostanze» disse con un tono divertito dalla mia preoccupazione. «Però adesso deve smettere di fumare e bere molto meno».

«Ma mi ha appena detto che le cause non sono quelle!»

Dottor Scazzo sottolineò la profilassi con un professionale: «Eh, oh».

Provai a contrattare, non sulle sigarette che erano chiara­mente una battaglia persa, ma almeno sull’alcol: «Cosa intende per bere molto meno?».

«Per un calice di vino non c’è problema».

«Ok».

«A stomaco pieno».

«Cioè, io a cena fuori devo bere un solo bicchiere di vino?».

Dottor Scazzo si mise a ridacchiare, probabilmente vedendomi con un catetere e un’emiparesi pensava che questa insistenza fosse ironica, senza capire che il tema era serio: stavamo misurando il mio ritorno alla normalità in millilitri. Incalzai: «E se sono a stomaco vuoto? Se sto facendo un aperitivo?».

Dottor Scazzo cominciò a fare dei piccoli passi all’indietro verso i piedi del letto, continuando a guardarmi, e quando rispose: «Uno spritz va bene» aveva già superato il mio letto e raggiunto metà stanza.

«Ma come uno spritz? Almeno due!» alzai la voce per farmi sentire mentre con lenti passi di sirtaki Dottor Scazzo si avvicinava alla porta. Disse solo: «Eh, addirittura!» prima di ridere nervosamente fuori dalla stanza. L’idea che l’avrei potuto incontrare in un bar si trasformò da probabilità a minaccia.

Tometo, tomato

Dopo le notizie del Dottor Scazzo, si presentò in stanza la fisioterapista che mi avrebbe seguita in stroke unit. Era una signora sulla cinquantina, magrissima, che aveva l’entusiasmo violento di chi ama il suo lavoro ma non le persone su cui deve metterlo in pratica. A differenza dei medici che mi chiedevano di fare cose tenendo le distanze, questa fisioterapista mi mise subito le mani addosso, e dove mi toccava io dovevo o muovere volontariamente o «lasciare molle», non un grande sforzo per il lato sinistro. Mentre mi smanacciava, mi spiegò cosa avremmo fatto nei giorni a seguire e quello che avrebbero fatto i suoi colleghi in seguito.

«Dobbiamo insegnare al lato sinistro a rifare i movimenti che faceva attraverso una serie di esercizi. Nel frattempo ricominciamo a sederci sul letto, poi proviamo la sedia a rotelle, poi più avanti farai cose per stare in piedi. Capito?».

«Capito?» era una vera domanda, non un intercalare, lo intuii dalla lunga pausa e dallo sguardo severissimo che mi lanciò alla fine della frase. «Capito» risposi.

«Adesso iniziamo con cose piccole, poi con il tempo andrai anche nella palestra di neuroriabilitazione. Quello che farai è fondamentale per il recupero dopo un ictus».

Il discorso poteva avere molto senso, ma mi sentii in obbligo di correggerla su un punto, magari si era confusa con altri pazienti, può succedere: «Scusi, io però non ho avuto un ictus. Io ho avuto un’emorragia cerebrale».

«È lo stesso. L’emorragia cerebrale è un ictus».

La fisioterapista insisteva. A quel punto persi la pazienza, ribadii il concetto, ma questa volta con il tono di chi si è appena sentita dare della puttana.

«Eh no, se avessi avuto un ictus mi avrebbero detto “ictus”, invece mi hanno detto “emorragia cerebrale”» risposi io, certa di quello che stavo dicendo e del fatto che nessuno, fino a quel momento, aveva mai usato quella parola.

«È la stessa cosa. Anche questa unità si chiama “stroke”, che vuol dire ictus, colpo, come ti pare. Qualsiasi cosa hai avuto rientra comunque sotto il termine “ictus”».

So che può sembrare un dialogo senza senso, del tipo «I say tometo, you say tomato», ma per me cambiava tutto, perché «emorragia cerebrale» era un parolone ma in fondo non sapevo manco che fosse, mentre «ictus» lo sapevo, l’avevo letto in un sacco di articoli su gente che era morta. «I say tometo, you say riposa in pace, puttana».

Definizioni

La prima seduta di fisioterapia continuò con io che pian­gevo e la fisioterapista che mi faceva aprire e chiudere la mano o alzare le braccia cercando di consolarmi con degli energici «dai, su!». Mi disse anche che sentiva «la presenza del movimento», quindi era molto probabile riuscire a recuperare bene con il tempo e l’esercizio, ma io ero ancora lì a pensare che invece di un’emorragia cerebrale ero una puttana.

Mi diedi tregua solo quando iniziò a raccontare di una serie di libri che stava leggendo su una famiglia siciliana, descrivendo nel minimo dettaglio tutta la vicenda, e il suono dei miei «mh mh, ah sì, certo» mi calmò. Quando se ne andò, per la prima volta andai su Google a cercare la parola «ictus». Sul sito di un ospedale del milanese trovai questa definizione: L’ictus cerebrale è causato dall’improvvisa chiusura o rottura di un vaso cerebrale e dal conseguente danno alle cellule cerebra­li dovuto alla mancanza dell’ossigeno e dei nutrimenti portati dal sangue (ischemia) o alla compressione causata dal sangue uscito dal vaso (emorragia cerebrale).

Su Wikipedia era così: L’ictus (dal latino «colpo»), conosciuto anche come apoplessia, ischemia cerebrale, colpo apoplettico, accidente o insulto cerebrovascolare, o attacco cerebrale, si verifica quando una scarsa perfusione sanguigna al cervello provoca la morte delle cellule. Vi sono due tipi principali di ictus, quello ischemico (ischemia cerebrale), dovuto alla mancanza del flusso di sangue, e quello emorragico, causato da un sanguinamento o emorragia cerebrale.

Chiesi conferma a Barbara, la mia amica che fa l’infermiera. Confermò «ictus» come il termine generico che comprende anche l’emorragia cerebrale, e mi spiegò che non bisogna andare in sbattimento per il linguaggio medico e per come lo usa il personale sanitario nel quotidiano. Nel farmi una cultura lessicale su «ictus» incappai ripetutamente in parole come «mortale», «triste primato», «purtroppo» mentre cercando «emorragia cerebrale» leggevo «intracranica», «edema», «gangli basali» e altre medichevolezze incomprensibili che effettivamente da­vano molta più serenità di 10mila caratteri di articolo di cui duemila usati in perifrasi di morte.

Trigger warning

Quando lo sfigmomanometro si gonfiò per il controllo automatico, uscii dalla spirale in cui mi ero infilata con quei link, rendendomi conto che in quel momento la morte, in realtà, non era un mio problema, o almeno non più di quanto lo sia per qualunque essere umano. Con questa nuova prospettiva mi resi conto che per la prima volta nella mia vita ero stata seriamente triggerata per una parola. Raccontai a Francesco la vicenda facendo quella scandalizzata dalla leggerezza con cui si usassero certi vocaboli così violenti, la I-Word, senza neanche un disclaimer. Nel giro di pochi minuti due amiche a cui stavo scrivendo la stessa storia mi mandarono un messaggio con scritto «come stai?» dal tempismo sospetto.

Scoprii che nel gruppo di WhatsApp dove Francesco mandava i principali aggiornamenti per non affaticarmi a ripetere tutto a tutti era stata condivisa questa storia, con il tono della vicenda di abusi e malasanità. Poteva arrivare il Gabibbo da un momento all’altro. Le persone che erano a conoscenza di quello che mi era successo erano su di giri quanto me, forse anche di più, perché loro avevano l’esperienza dell’ictus come perifrasi di morte, mentre io stavo scoprendo che avere un ictus era anche passare un intero pomeriggio a guardare vecchie puntate di Mixer su RaiPlay senza che nessuno potesse avere qualcosa da ridire.

Nel pomeriggio feci un nuovo esame, a questo giro una semplice tac. Un oss prese me, il mio letto e il mio sacco di piscio e ci portò in radiologia. Il corridoio era un po’ congestionato da altri letti in coda per la tac e il radiologo che stava con la porta aperta chiedeva alla signora nel macchinario di stare «ferma immobile per piacere sennò facciamo notte». Un’infermiera arrivò nel corridoio a passi veloci verso la stanza della tac, nervosissima. Si girò a guardare dentro la saletta del radiologo, che a sua volta la fissò inspirando lentamente.

«Guarda non mi dire niente» disse il radiologo.

«Tu non mi dire niente, che oggi è una giornata di merda» rispose l’infermiera.

«E la mia no?» rispose il radiologo.

«Io invece top» dissi sottovoce con il mio sacco di piscio e la mia emiparesi. Lo feci ovviamente cercando di non farmi vedere, non avendo nessuna intenzione di inimicarmi quello che doveva scattare la miglior foto possibile del mio cervello inzuppato e quella che un giorno mi avrebbe potuto sommini­strare un clistere. All’ora di pranzo del giorno successivo, la fisioterapista mi mise per la prima volta seduta a bordo del letto. Restò accanto a me per verificare che tutto fosse a posto e mi disse che, se non mi veniva da vomitare, potevo anche pranzare così. Poi mi disse che il Covid lo avevano creato i cinesi in laboratorio. Non me la sentii di discutere, avevo comunque appena avuto un ictus.

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