Sembrava che la Rai avesse imparato la lezione di Parigi 2024. Allora, la cronaca televisiva della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi estive aveva peccato di eccessivo tecnicismo sportivo; ecco perché è stata saggia la scelta di allargare i punti di vista, abbinando a Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport, e alla medagliata Stefania Belmondo anche la voce di Fabio Genovesi, lo scrittore che spesso il servizio pubblico ha sfruttato in passato per puntellare di coloriture letterarie le lunghe tappe delle corse ciclistiche.

Come un fondista d’altri tempi, ha provato a imprimere uno stile al racconto, divagando, aprendo varchi, creando connessioni. Aneddoti, curiosità, quasi dei ballon d’essai per testare i riflessi del pubblico di una cerimonia lunga e a rischio sfilacciamento; riferimenti ai miti del passato e storie dimenticate di atleti pakistani o kirghizi a puntellare la cronaca mescolando alto e basso.

La sfilata delle delegazioni è il momento più alto della cerimonia d’apertura dei giochi olimpici, ma è anche televisivamente il più rischioso, per la sua ripetitività; non basta la cronaca, ma serve il guizzo del narratore anche e soprattutto con le squadre dislocate sulle diverse location di questa olimpiade diffusa (Milano, Cortina, Predazzo, Livigno).

Inciampi istituzionali 

Dove la telecronaca ha mostrato qualche inciampo di troppo è stato, invece, nella parte più istituzionale; Petrecca, che ha sostituito in extremis Auro Bulbarelli, reo di un veniale e parziale spoiler (un pasticcio che poteva essere gestito meglio), ha inanellato alcune gaffe: ha scambiato Matilda De Angelis per Mariah Carey, confuso la presidente del Cio Kirsty Coventry per la figlia di Mattarella, non ha riconosciuto i tedofori Anna Danesi e Simone Giannelli, i capitani del nostro volley sul tetto del mondo.

Infine, non ha praticamente nominato Ghali durante la sua performance (il bellissimo Promemoria di Gianni Rodari, un inno contro la guerra), mentre la regia ha inquadrato altrove senza mai indugiare in primi piani sull’artista milanese di origini tunisine. Il vizio di certe telecronache, si sa, è quello di parlare troppo; ne ha fatto le spese la Belmondo, il cui tocco solare e appassionato è parso troppo spesso confinato, sopraffatto, quasi senza il tempo di spiegare aspetti tecnici e complessi delle discipline. Su Eurosport, uno schema simile ma più lineare con Massimiliano Ambesi, Luca Di Gregorio e il regista teatrale David Livermore.

La sontuosità della cerimonia, i riferimenti alla cultura e alla manifattura italiane, l’omaggio alla milanesità con il tram 26 (anno dei giochi) guidato da Valentino Rossi e da cui scende il Capo dello Stato ci hanno ricordato che le cerimonie olimpiche sono da sempre dei grandi eventi mediali, in cui una nazione celebra sé stessa davanti al mondo con gli unici linguaggi capaci di includere pubblici trasversali: lo sport e la cultura pop. Citazione doverosa per San Siro, dove trentasei anni fa si inaugurarono i mondiali di Italia ’90: un gioiello che verrà abbattuto, ma anche un monumento, che per alcuni ricorda Fernand Léger, capace ancora una volta di mostrare il suo fascino.

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