La politica non può rimanere fuori: lo dice chiaramente la sfilata degli atleti nella cerimonia inaugurale dei Giochi di Milano-Cortina, con lo stadio che riserva un’ovazione alla delegazione ucraina, fischia gli atleti di Israele e insorge quando viene inquadrato in tribuna il vice di Donald Trump, J.D. Vance.

Nel ‘56, a Cortina, l’Italia si raccontò come un paese moderno, che guardava al boom e al futuro, oggi pretende di presentarsi come la patria dell’armonia e della bellezza, una specie di museo a cielo aperto, una mescolanza di arte, creatività, inventiva, dell’eterna illusione di cavarsela sempre con un’intuizione all’ultimo minuto.

C’è tutto il campionario. La musica immortale di Verdi, Puccini e Rossini, i paparazzi e gli influencer, il risotto e gli aperitivi, Canova e i ballerini della Scala, gli antichi romani e le maschere del Carnevale di Venezia, la moka e i colori dei maestri della pittura, l’omaggio a Raffaella Carrà, la strapop Laura Pausini che gorgheggia l’inno di Mameli, Andrea Bocelli che canta Nessun dorma, Ghali che recita il Promemoria di Gianni Rodari contro la guerra, il ricordo di Margherita Hack che da bambina sognava già le stelle.

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Come Samantha Cristoforetti, l’astronauta. Il presidente Mattarella che dichiara aperti i Giochi, Charlize Theron che porta un messaggio di pace con le parole di Nelson Mandela. «Pace non è solo assenza di conflitto. La pace è la creazione di un ambiente dove tutto può fiorire, auspichiamo la pace ovunque». Il gran finale con la voce di Cecilia Bartoli e il pianoforte di Lang Lang.

Charlize Theron (FOTO EPA)
Charlize Theron (FOTO EPA)
Charlize Theron (FOTO EPA)

La sedicesima cerimonia firmata da Marco Balich è la prima volta dell’Olimpiade diffusa. A Milano la politica, i palazzi, 67mila spettatori per una delle ultime volte di San Siro. A Cortina, a Predazzo e a Livigno la neve, la montagna, i cori degli alpini. Ma il mondo questa volta non rimane fuori. L’Olimpiade impone una tregua, ma non cancella niente.

E come dice nel suo discorso il presidente del Comitato organizzatore Giovanni Malagò rivolgendosi agli atleti: «In un momento in cui gran parte del mondo è diviso dai conflitti, la vostra stessa presenza dimostra che un altro mondo è possibile. Un mondo di unità rispetto e armonia».

Armonia, il filo che ha cucito tutta la cerimonia. Fino al momento clou, con i due bracieri accesi da Sofia Goggia a Cortina e da Deborah Compagnoni e Alberto Tomba a Milano.

La notte dei miracoli

Volare oh-oh. Ma con l’accento di Huntington, New York. Si perdona tutto a Mariah Carey, fata di bianco vestita, super popstar che ha reso omaggio al sound di Domenico Modugno e all’Italia. La madre era una cantante lirica e Mariah all'età di 3 anni la sentì «inciampare» su un'aria del Rigoletto. «Gliela cantai in perfetto italiano», ha ricordato lei. «Mi guardò, sbalordita, e in quel momento capii che mi aveva vista. Per lei ero più di una bambina. Ero Mariah, una musicista». Musica, sì.

C’è anche una rivisitazione di Vamos a la Playa dei Righeira, che basta per far ballare anche i Verdi, i Rossini e i Puccini e i loro faccioni di cartapesta. C’è del kitsch, diciamolo. Ma questa è la notte dei miracoli, in cui si possono fondere vecchio e nuovo, tradizione e innovazione, sbiadito e multicolor. E allora Matilda De Angelis può vestire i panni di un direttore d’orchestra, mentre Pierfrancesco Favino può divenire un Leopardi sorridente, con un paltò vecchio stile e l’Infinito tra le labbra, da recitare senza struggimenti.

C’è la musica (struggente, questa sì) di Giovanni Andrea Zanon e del suo violino languido. Uno Stradivari del 1716, uno degli strumenti più preziosi al mondo, legato anche alla tradizione liutaria della Val di Fiemme. Attorno a lui due orchestre hanno eseguito Ode all’Italia: l’Italian Film Orchestra e la Budapest Scoring Symphonic Orchestra. Armonia, ve lo avevamo detto.

Un tram che si chiama desiderio

Allora: non è stato proprio come quando la Regina Elisabetta si era lanciata con il paracadute assieme a James Bond (vedi Olimpiadi di Londra 2012). Però si sa: italians do it better. O almeno con più gentilezza. Per l’ingresso a San Siro del presidente della Repubblica, nonno d’Italia, basta appunto un tram, uno dei simboli di Milano. Quella del boom economico e quella “da bere”, la città del lavoro a tutti i costi e a tutte le ore. Un tram, il 26 notturno.

La magia del montaggio rimanda il momento clou: un misterioso personaggio inquadrato di spalle, grigio, un po’ ingobbito. Ma qualcuno lo nota, lo riconosce. Chi è? Intanto, una fermata dopo l’altra, salgono i tedofori in tuta, il tram arriva davanti a San Siro, e per l’emozione alle due bimbe cade la mascotte olimpica ed ecco che gliela restituisce Sergio Mattarella. Proprio lui.

È il capolinea, tutti giù. Ma non prima di aver ringraziato l’autista, in un doppio colpo di scena. L’uomo del tram è Valentino Rossi, abituato a ben altri bolidi. Una volta entrato il capo dello Stato, a San Siro si può sfoggiare il tricolore, preceduto da una sfilata di modelle in bianco, rosso e verde, ultima eredità di un artista visionario che ha legato la sua moda allo sport, Giorgio Armani.

92 Paesi da 5 continenti

In un continuo rimbalzo da una sede all’altra (l’importante è la resa televisiva), sfila per prima la Grecia. Come tradizione impone. Poi le nazionali degli altri 91 paesi da 5 continenti, al ritmo della colonna sonora di Mace, produttore di rap. Se vi state chiedendo perché, la risposta stava l’anno scorso su Spotify: i cinque artisti più popolari in Italia erano tutti rapper. Sfera Ebbasta, Shiva, Guè, Geolier e Marracash.

Il cerchio olimpico diventa una porta, un passaggio, una specie di tunnel che collega i mondi e sogni. Come in Stargate. Da Milano a Cortina, da Livigno a Predazzo, e lo spazio si annulla. Per la prima volta nella storia dei Giochi olimpici, la sfilata degli atleti si è svolta in quattro location, un solo ritmo, una sola visione. E qualche eccezione: sulla sicurezza a Cortina a vigilare c’è anche la polizia del Qatar.

A portare la bandiera dell’Albania c’è Lara Colturi, figlia di Daniela Ceccarelli, campionessa olimpica per l’Italia ai Giochi del 2002. I brasiliani ballano, ti pareva. Molto festeggiata la delegazione canadese, con gli atleti che nel freddo di Cortina hanno sfilato con una coperta rossa sulle spalle.

Al contrario, molti fischi per Israele: a portare la bandiera più discussa c’è la pattinatrice Mariia Seniuk, nata a Mosca 20 anni fa. «Sono qui per rappresentare lo spirito e la resilienza del mio paese. Le persone possono avere opinioni differenti, possono fare ciò che ritengono più opportuno», ha risposto nel backstage a chi le chiedeva di possibili contestazioni.

Per il Marocco il portabandiera è Pietro Tranchina, sciatore: papà piemontese e mamma marocchina. Diversi paesi sfilano con un solo atleta: dal Benin al Pakistan, dal Principato di Monaco (seguito in tribuna d’onore del principe Alberto) all'Eritrea fino a Singapore. Ovazione diffusa, dalla città alla montagna, per gli ucraini, da quattro anni in guerra. Impressionante la delegazione degli Usa, che sfila davanti al vicepresidente J.D.Vance, fischiato dal pubblico del Meazza.

A scaldare lo stadio sono i 146 azzurri, in greige Armani: 70 a San Siro, applauditi da Mattarella e dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dietro ai portabandiera Arianna Fontana e Federico Pellegrino, 35 a Cortina, condotti da Federica Brignone, «è un sogno che si avvera», e da Amos Mosaner che se la mette sulle spalle, 13 a Predazzo e 28 a Livigno.

L’Italia che gioca

E poi ancora show, balli, canti. Addirittura un musical con sfumature alla Gene Kelly. È un viaggio nel tempo fatto da Sabrina Impacciatore, artista che si è guadagnata la fama internazionale con talento e simpatia. L’ironia è anche qui, sulle note di Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano, e sei subito negli anni Settanta. Il Molleggiato cantava in una lingua nonsense che voleva assomigliare all'inglese. Colonna sonora di serie televisive (Fargo e Ted Lasso), ma anche di pubblicità, spettacoli e dell’italian life.

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Ironia che corre sui social quando il direttore di RaiSport Paolo Petrecca, telecronista della cerimonia di apertura, scambia la presidente del Cio Kirsty Coventry per la figlia di Mattarella. È l’Italia che scherza e gioca. Come fa Brenda Lodigiani nel suo sketch sui gesti che tutto il mondo ci invidia (gli atleti seguono pure i tutorial). Un’idea ispirata al Supplemento al dizionario italiano, pubblicato nel 1963, dell’artista e designer Bruno Munari. Gesti come segni visivi autonomi, capaci di trasmettere significato anche senza parole.

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Gesti, come quelli degli atleti impegnati alle Olimpiadi. A cui Giovanni Malagò, presidente del Comitato organizzatore, passa la palla. «Non sono mai stato così orgoglioso di essere italiano. La bellezza ci è stata affidata dalla storia come una responsabilità: è più di un valore, è un’energia, vive solo se viene trasmessa».

Il fuoco arde due volte

La fiamma la portano Beppe Bergomi e Franco Baresi, due che a San Siro hanno fatto la storia, e la consegnano ad Anna Danesi, Paola Egonu, Carlotta Cambi, Simone Giannelli, Simone Anzani e Luca Porro, campioni di tutto nel volley: è una staffetta che accompagna il fuoco verso l’Arco della Pace, dove verrà acceso uno dei due bracieri.

La bandiera olimpica a Milano è portata da Tadatoshi Akiba, Rebecca Andrade, Maryam Bukar Hassan, Nicolò Govoni, Filippo Grandi, Eliud Kipchoge, Cindy Ngamba, Pita Taufatofua, tutti impegnati nella promozione della pace e della solidarietà. A Cortina il compito tocca a Franco Nones e Martina Valcepina. Nel nome della par condicio anche il giuramento degli atleti, letto all’unisono da Stefania Constantini e Dominik Fischnaller.

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Poi il momento più atteso, quello degli ultimi tedofori. Segreti fino all’ultimo ma mai scontati come questa volta. Non era mai successo che la fiamma ardesse in due punti lontani. A Cortina il braciere lo accende Sofia Goggia, emozionatissima. A Milano ci pensano Deborah Compagnoni e Alberto Tomba, tre ori ciascuno ai Giochi. Insieme.

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