Se avete un account TikTok, non vi sarà sfuggita la pervasività di un modello idealizzato di donna che pratica questo sport e dell’immaginario che comunica. Ma le origini del pilates sono molto diverse da ciò che oggi associamo a questa attività
Se avete un account TikTok, l’estetica della pilates princess o pilates girl vi è arrivata molto prima che decideste che iscriversi a una lezione di prova di pilates fosse una buona idea. La ragazza pilates che l’algoritmo TikTok propone indossa completi molto più belli di quella orrenda felpa che vi trascinate dal secondo anno di liceo e i leggings comprati a poco prezzo in quel popolare negozio di articoli sportivi a prezzi accessibili: crop top e pantaloni sulla palette del rosa e del bianco si abbinano a chignon impeccabili, anche durante sessioni estenuanti di addominali.
La palette di colori della pilates princess vira al massimo verso il beige, colore rassicurante per eccellenza nella palette social. Su Youtube è possibile trovare anche video tutorial su “come si diventa un principessa del pilates”, fulgido esempio di quello che ormai è molto più di uno stile di vita: è una vera e propria estetica da replicare.
Rappresentazione e modelli
Come sempre, però, quando si parla di social si finisce per parlare di rappresentatività. In un articolo del New York Times, il giornalista Calum Marsh sollevava una questione politica riguardo agli standard che il pilates ha determinato o, per meglio dire, che l’immaginario social legato al pilates veicola.
Un universo che abbraccia canoni di femminilità tradizionalmente intesa (e che a fatica si cerca di superare e accantonare) al punto che, connesso al trend delle ragazze pilates, si è aggiunta anche la tendenza delle “pilates arms”, le braccia da pilates, asciutte ma muscolose allo stesso tempo. Con questo trend si affianca al pilates il concetto di perdita di peso che non ha nulla a che vedere con la filosofia del pilates, che punta a rinforzare il corpo invece di asciugarlo.
Nei contenuti sparsi per le piattaforme, infatti, giovani donne, quasi tutte bianche, con corpi conformi e uno stile di vita spesso privilegiato, condividono i loro allenamenti, sottolineando con una certa solerzia quanto il pilates abbia cambiato loro la vita. Quanto il pilates sia davvero faticoso, come se la loro vita fosse popolata di persone e commenti che denigrano il pilates o lo sminuiscono, etichettandolo come un’attività fisica di serie B. Reazioni, queste, che, in caso, sarebbero solo opera di uomini davvero poco decostruiti. Per questo tante star, da Hailey Bieber a Meghan Markle, sottolineano quando il pilates le abbia rese forti, aggettivo che viene brandito quasi come una legittimazione.
Le origini del pilates
D’altronde le origini del pilates sono ben distanti dalla virata patinata fomentata dai social. La disciplina prende il nome da Joseph Pilates, nato a in Germania nel 1883. Il Metodo Pilates venne sviluppato quando il fondatore venne rinchiuso in un campo di prigionia britannico durante la Prima guerra mondiale. Qui iniziò a ideare esercizi per rinforzare corpo e mente e che potevano essere svolti in un piccolo spazio e anche da sdraiati nel caso in cui i prigionieri fossero feriti.
Anche per questo moltissimi utenti e commentatori hanno sottolineato come l’immaginario social legato al pilates sia molto diverso rispetto a quello di chi frequenta lezioni di pilates. Soprattutto dopo la pandemia da Covid19, questa disciplina è entrata nelle vite di molte persone perché, proprio come agli albori, non necessita di attrezzi per essere praticata, si può svolgere anche da casa, gli esercizi sono facilmente replicabili e provoca benessere a livello psico-fisico.
A causa di campagne marketing social piuttosto mirate e aggressive, tutto questo viene veicolato solo in parte al punto da far dubitare che l’universo delle principesse del pilates possa essere un immaginario conversatore. Il pilates, infatti, viene esibito come una disciplina “whitewashed”, percepita come esclusiva ed elitaria per via dei prezzi esorbitanti delle lezioni e per la scarsa diversità connessa a questa pratica. Il tutto rafforzato dai brand, i quali, nelle loro campagne pubblicitarie, innalzano l’ideale della pilates princess portandola a modello. La scarsa inclusione e diversità nei corpi è tornato a essere un topos piuttosto discusso non solo nel pilates.
Dal cinema ai social, la rappresentatività del reale scarseggia e il ritorno a corpi utopistici, secondo gli standard diffusi negli anni Novanta, sono il nuovo pane quotidiano. Inoltre, negli Stati Uniti, il mondo Maga e l’ossessione di Donald Trump per il presunto mondo “woke” incentiva l’affermarsi di corpi standardizzati, contribuendo a rendere il pilates (e gli spazi a esso connessi) una disciplina prettamente rivolta a persone abbienti.
Lo sport, d’altronde, non è un ambiente immune alle polarizzazioni politiche, soprattutto in un periodo storico in cui i giudizi e il controllo sui corpi sembrano topoi cari a una certa destra. Insomma, c’è ancora tanto da fare potenzialmente per decostruire un ambiente che viene promosso con tantissime sovrastrutture. Chissà che presto non arrivi una svolta socialdemocratica a liberare il pilates dall’estetica delle principesse.
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